Prossimi digitali

Sul finire di una calda estate di riscaldamento globale e di una cosiddetta fase due della pandemia, mi ritrovo a voler fare il punto della situazione sulla prossemica. Dopo aver ristrutturato i miei luoghi della quotidianità, riscoprendomi angelo del focolare e soprattutto del balcone, ho ricominciato piano piano ad andare al supermercato e poi c’è stato qualche svago nel verde. I miei rapporti sociali tuttavia hanno acquisito una struttura nuova e, a mio parere, molto più onesta e compatibile con quel folle universo psicologico che la gente nel tardo capitalismo ha nella crapa. Ergo, non puoi mantenere reali contatti con tutti i tuoi amici Facebook e sentirti in colpa se non ci riesci. E non puoi neanche lavorare, studiare ed essere il self promoter/ social media manager della tua esistenza senza che questo ti divori il tempo libero e quello che potresti dedicare di più ai rapporti con l’altro o con l’arte.

Il rallentamento e la distanza erano e sono rimasti i temi caldi, ma qualcosa di molto piccante è anche il rapporto col digitale, credetemi. Adesso ho il 100 per cento dell’esistenza connessa, molto più di prima. Un po’ mi fa ridere come “il mondo non sarà più come prima” si sia rivelato un mettersi delle mascherine di cotone doppiostrato, e invece quando hanno inserito la messaggistica istantanea e gli smartphone nessuno ha realmente protestato nonostante abbia causato un notevole mutamento nella psiche della gente. Il mondo non era già prima come prima. Intendiamoci, gli strumenti che abbiamo sono lì da un po’, ma non si era ancora fatto quel saltino più in là, perché semplicemente abbiamo una società che predilige la presenza fisica a quella digitale. Ma perché? Se tanto non me ne frega assolutamente nulla di abbracciarti o toccarti, in base a che l’incontro fisico, il mondo fisico, è gerarchicamente superiore a una chiacchierata Skype con una buona connessione?

Non allarmatevi, non voglio parlare di una rivoluzione distopica dove la gente non ha più rapporti con il corpo dell’altro, dico sono di demistificare l’incontro fisico, soprattutto quando spostarlo sul digitale poterebbe un miglioramento nella società. Mi pare che la società pecchi molto di alienazione, ma non sia minimamente colpa del digitale. Il digitale modifica solo la prossemica delle cose, come lo fa il metro di distanza, ma al contrario.

Per questo io ci definirei prossimi digitali. Perché siamo molto più vicini grazie al digitale e siamo prossimi ad una società sempre più digitale. E questo non deve essere per forza visto come una catastrofe.

Se continuiamo con le vignette della gente in bianco e nero che non si parla e guarda solo lo smartphone senza capire che il problema non è lo Smartphone ma la vignetta, non ci salveremo facilmente dall’estinzione secondo me. Il Nuovo Ordine Mondiale, per usare un lessico complottista, è davvero lì dietro l’angolo ma demonizzare il digitale è controproducente. Prima di tutto digitale non vuol dire per forza social, e quindi non vuol dire per forza rispecchiare il proprio ego, per seconda cosa bisognerebbe avere un pensiero più pratico.

A mio parere durante il Lockdown si è mosso qualcosa in questo senso che, no, non lascerà il mondo come era prima. L’home office, al di là di tutte le diatribe sulle bollette e varie (che condivido in pieno) rende lo spostamento non necessario. Questo significa un sacco di inquinamento in meno. Se abbattiamo le distanze con il digitale e modifichiamo la prossemica del quotidiano, non solo limitiamo i contagi fra asintomatici ma salviamo il pianeta. No, il Virus non è la provvidenza. È solo la nostra risposta al virus che potrebbe essere provvidenziale. Il semestre digitale è stato traumatico per molti ma ha dato anche la possibilità a gente rimasta bloccata in Lockdown in paesi stranieri di partecipare comunque ai seminari aprendo anche la domanda: e perché allora ho dovuto fare richiesta di tremila borse di studio per andare a vivere in un paese dove il costo della vita è più alto se potevo avere accesso alla stessa istruzione da casa mia? I governi di estrema destra hanno ben pensato di levare la Visa e rispedire a casa gli studenti che studiavano online, ma questo significa anche che quindi le persone dei paesi in via di sviluppo potrebbero tranquillamente studiare in un’università straniera dovendosi pagare “solo” le tasse universitarie, senza rottura di palle di trasferimenti più o meno desiderati e lunghe trafile burocratiche? Progetti tipo Coursera e simili esistono già da tempo, ma sono l’eccezione e non la regola. “Eh ma non tutti hanno la connessione internet, non puoi fare la scuola online perché non tutti possono permettersela”. E se Internet diventasse parte integrante anche della didattica e venisse di conseguenza direttamente fornito dalle istituzioni scolastiche? Chiaramente sto parlando di istruzione secondaria, lo so anche io che i bambini devono tirarsi la terra a vicenda altrimenti non sviluppano le giuste abilità sociali. Viva la terra in bocca, abbasso gli schermi.

Quello che bisogna capire come società, e come generazione Millennials, è che non ha più senso spaventarsi e citare Orwell ma bisogna agire in maniera costruttiva e usare gli strumenti che abbiamo per risolvere i problemi, non per crearli. Basta rimanere nel giusto mezzo e a 1984 o Black Mirror non ci arriviamo. Servono schermi più amichevoli alla vista, più competenze digitali e politiche specifiche. E invece, anche in questo, ci occupiamo molto più della censura (vedi caso Pillon e parental control) che di un utilizzo più democratico della rete che tanto, diciamocelo chiaramente, con la vendita dei dati e biscottini vari, è decisamente pornografica di per sè. Se si pensa a quante ricerche non sarebbero rimaste bloccate se qualcuno avesse pensato di più a digitalizzare gli archivi! Ma queste sono tante delle gocce che conosciamo. Per citare Dark, quello che non sappiamo è un cceano.

Tornando alla prossemica del quotidiano, in un mondo più digitalizzato non scomparirebbe affatto. Rimarrebbe l’importanza della mimica, il concetto di presenza del sé e dell’altro. Ci si farebbe solo più caso, come in un esercizio di teatro dove seguendo la musica il gruppo si deve muovere in modo da riempire tutti gli spazi, senza urtarsi. Forse in realtà, la presenza fisica acquisirebbe uno status differente, più meditativo che solo gerarchicamente superiore. Meno mistico ma più attento. E forse in tutto questo ci sentiremmo anche più parte del tutto che un unico inutile selfie.  

Nelle chiamate skype riusciamo a vedere sia noi stessi che l’altro (senza mascherine). Dovremmo davvero concentrarci sull’intrigante prospettiva di analisi fra mezzo, messaggio e interlocutore che la situazione comporta invece di star lì a sistemarci i capelli. No?

In questo video (TW: c’è la mia faccia) vedete una giovane me venuta a contatto da poco con l’universo Lockdown che si racconta. La serie dei Corona Dating ideata da Chris è uno spunto molto interessante sulla realtà del quotidiano di qualche mese fa. Se vi piace quello che fa ( tipo avvicinare le persone che scrivono Blog per creare contenuti assieme) seguitelo.

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