Orgoglio, pregiudizio e covid

#Austenforchange

Sembra ieri che iniziava una pandemia globale e io sentivo il bisogno di leggere Jane Austen di nuovo. Era un bisogno incombente, una vera e propria urgenza e queste cose non vanno mai sottovalutate. Più di un anno è passato e la verità è che non è cambiato nulla se non il fatto che dopo aver letto Persuasione ad alta voce in lockdown, ho effettivamente letto tutto quello che quella donna abbia mai scritto (Pure i Juvenilia, sì, sono una fan vera). Quando si legge il libro giusto al momento giusto si aprono non solo le porte dell’escapismo, ma soprattutto quelle del reale che si nasconde. E di questa voglia letteraria allora decido di farne un fatto politico. Che pigna c’entra, direte voi. #Austenforchange è in realtà un sentimento collettivo. Ma andiamo per ordine. Avete mai pensato a quanto la pandemia abbia avvicinato il nostro modello sociale a quello della signorina di Steventon, Hampshire?

Il tempo nei romanzi della Austen scorre lentissimo, qualsiasi evento minimo raccoglie l’enfasi di una rivoluzione. I canali comunicativi sono dilaniati e al contempo decorati dall’attesa. Qualcuno durante la prima ondata parlava di Entschleunigung ovvero di rallentamento dalla frenesia moderna. Sempre per rimanere sulle parole tedesche, i tedeschi utilizzano la parola “tempo” per indicare uno Zeit percepito, non misurabile, il tempo dell’anima. E, diciamocelo, in questi anni pandemici le cose stanno effettivamente andando a rilento. Le file si allungano, la FOMO si sposta online e i pacchi ci mettono di più ad arrivare.

Ed ecco che arriviamo al secondo punto: la posta. Non ho paroloni tedeschi o particolarmente intelligenti per questo, ma ci siamo capiti. Nonostante ci fosse la possibilità di sentirci in simultanea e siamo la generazione dei messaggi vocali, la posta ha acquistato un incredibile fascino. Quando sono stata male ho ricevuto biglietti di buona guarigione da miei amici. Il Natale in famiglia è stato cancellato e i pacchetti sono arrivati per posta. Ho mandato regali solo per far sentire la mia vicinanza, oggetti anche casuali, perché Skype ha dei limiti.

Come un’eroina dei romanzi della Austen, mi sono concessa una serie di passeggiate in solitaria e non. Girava il meme “Si pensava che la vita non fosse una passeggiata ma poi è arrivato il 2021”. Facendo parte di quella serie di attività di entschleunigung, la passeggiata ha come surplus il fatto di essere nello spazio pubblico. Come dissi nel mio precedente articolo sul balcone come oggetto politico, lo spazio pubblico si è ristretto, si è fluidificato con quello online e ad un rallentamento del tempo si è affiancato un restringimento dello spazio. Le eroine della Austen si muovono sempre in brevi segmenti e al massimo creano triangoli nella loro esistenza. Casa in campagna, stagione in società a Londra. E i luoghi del pubblico sono limitati quasi sempre a balli e negozi. Che questo sia causato da un paio di secoli di distanza e da una condizione della donna leggermente peggiore non ci sono dubbi. Tuttavia riflettiamo anche su questo.

La casa, come rifugio sicuro ma anche come focolaio domestico, è tornata nettamente di moda grazie al fatto che qualcuno ha mangiato il pipistrello sbagliato nel momento sbagliato invece di stare appunto a casa a, che ne so io, leggere di zoonosi. La casa è, come il balcone, uno spazio ambivalente, ma invece che muoversi su un asse fra privato e pubblico, è un unicum privato che si muove fra protezione e prigione. Una gabbia dorata, e in questa gabbia ci abbiamo passato dei mesi con diversi risultati interessanti. Qualcuno ha sviluppato la sindrome della capanna e sfiorato la voglia di hikikomori (fenomeno delle persone che non escono di casa), qualcuno ha rivalutato il modello di donna dell’alt-right e ha ben pensato di levare l’aborto, le violenze domestiche sono aumentate e qualcuno ha imparato a fare il pane in casa. Nessun volo, treni bloccati, scuole, uffici e negozi chiusi….In maniera diversa in paesi diversi siamo diventati tutti gente di paese. Io non avevo mai passato così tanto tempo nel mio quartiere spostandomi solo a piedi e non avevo mai passato così tanto tempo in casa.

Ma torniamo al pane e alla politica e a cose che si pensa sempre che non c’entrino l’una con l’altra. Ovviamente non ci stiamo trasformando in alta borghesia inglese, ma cosa diamine stiamo facendo? All’inizio pensavo che fosse una voglia mia, una nostalgia per una delle mie scrittrici preferite ma poi ho cominciato a ricevere input esterni sempre più interessanti. Ad esempio,  il New Yorker e altri giornali hanno scherzato sul fatto che la scena del dating si fosse trasformata in Orgoglio e Pregiudizio in cui uno dei principali argomenti di conversazione è la salute dei familiari e le regole della società. E in effetti, gli ultimi due miei punti sono la morte e la morale.  Non eravamo abituati a parlare così spesso di morte e malattia nella nostra società europea del benessere ed ecco che improvvisamente non ci sono abbastanza bare, le persone muoiono di malattie la cui cura ancora non si conosce e fra pericolo reale e pericolo percepito si insinuano una serie di norme spesso prive di logica e contraddittorie. Un pochino come il fatto di non poter mostrare le caviglie e dover indossare un corsetto e non poter far sesso in santa pace prima di potersi sposare. Molto spesso abbiamo avuto società la cui principale occupazione era fare la predica al prossimo ed eccoci qui di nuovo. La cosiddetta virtue signalling tuttavia a noi ci salva. “Guarda con che eleganza e modestia cammino, sposami” “Guarda come sono brava, Jane, che mi metto la mascherina e non sputacchio i miei aerosol a giro”.  Il termine social justice warrior è stato usato con funzione peggiorativa dall’alt-right ma ben sappiamo che i fascini sono i primi ad imporre le loro ideologie solo che non sanno che vuol dire ideologia. Il moralismo impera da tutte le parti e questi termini vanno visti contesto per contesto. “Miss. Turple è scappata col marinaio, il suo onore è perduto assieme a quello di tutta la famiglia” è un pochino la versione Austen della shitstorm. Questi meccanismi di morale e giudizio collettivo non sono strettamente legati al covid ma senza dubbio il covid ha dato loro un megafono.

Ma torniamo al pane e alla politica e a cose che si pensa sempre che non c’entrino l’una con l’altra.

A questo panorama della società occidentale si è affiancata un certo tipo di estetica, ovvero il cottagecore.  Facilmente osservabile su una piattaforma come Instagram, il cottagecore è quell’estetica che incrocia l’ormai datato shabby chic, lo ripulisce e enfatizza il contatto con la natura o il soprannaturale ( nelle sue derive gotiche). Avete presente quelle modelle bionde, coi capelli lunghi, le trecce, la torta fatta a mano, la marmellata sul vestito ricamato la sera davanti al fuoco? Ecco, quello lì è il cottagecore. Negli ultimi mesi c’è stato un letale boom di account cottagecore e di aziende che si sono specializzate in target di questo tipo. Per quanto nella mia ricerca di pace interiore fra le pagine della Austen ci sia altro oltre al cottagecore, l’immaginario è quello. Il cottagecore inoltre, essendo un immaginario e non un periodo storico reale, può essere uno strumento di vendetta. Quel background che in testa associamo solo a signorine bianche come il latte e ricche come qualcos’altro diventa adesso un paradiso queer e decolonizzato. Questo è quello che intendo con #Austenforchange.

Ma il pane?

Ora a me dispiace ripeterlo in continuazione come una litania ideologica ma c’è una specifica ragione per cui vi è venuta voglia di fare il pane in casa e magari come me avete imparato a ricamare a mano coi tutorial di Youtube. C’è una specifica ragione per cui siamo portati a leggere la Austen e vivere in immaginarie casette in fondo all’orto dove ci nutriamo solo di miele. Quello che cerchiamo di ricreare con l’estetica cottage core e con determinati elementi morali e di organizzazione sociale è un movimento di resistenza. Determinate estetiche imperano quando improvvisamente nasce l’urgenza di compensare altro. Abbiamo l’arte per scappare dal capitalismo e la stiamo usando. Vogliamo godere direttamente dei frutti del nostro lavoro, vogliamo ricamarci le magliette e non comprarle a sempre meno sapendo che c’è dello sfruttamento dietro, vorremmo essere in grado di farci il pane e non solo di guadagnarcelo. Come tutto questo possa bloccare il turbocapitalismo e la distruzione ecologica e non venirne inglobato come l’ennesima strategia marketing non lo so, ma trovo sempre bello riuscire a capire cosa si voglia veramente e decostruire i propri desideri. Forse ci siamo non solo rotte di essere sfruttate ma ci siamo anche rese conto che questi nuovi lavori home office da privilegiati sono così lontani dal reale soddisfacimento di un bisogno che forse il pane fatto in casa non basta per salvarci la salute mentale.La nostra nostalgia è un atto politico, prendiamone atto, ma non basta per salvare il pianeta, per una entschleunigung reale e non una temporanea o immaginata.

Come un buon romanzo di Jane Austen questa seconda estate pandemica ci porterà un sacco di matrimoni, ma magari ci sono anche i semi per un nuovo connubio di idee.  

In foto una pagina del fumetto “Orgoglio, pregiudizio e zombie” di Seth Grahame-Smith . Per quanto delirante è la metafora perfetta che unisce la resistenza del cottagecore agli zombi alla Romero.

Idahobit, Zan Zan e altre riscosse

In queste settimane per la giornata contro l’omolesbobitransfobia (17 Maggio) si sono susseguiti in Italia una serie di eventi bellissimi. Proprio belle le piazze piene di attivisti queer che sventolano la loro voglia di diritti. Commovente il corteo di persone bisessuali ed asessuali. La comunità bisessuale non ha mai raggiunto un livello tale di visibilità sul suolo italico. Mi veniva da piangere dalla gioia. Quest’anno poi l’Idahobit italiano era molto importante perchè si sta discutendo sul famigerato Ddl Zan.

Il Ddl Zan una volta approvato proteggerebbe molte soggettività spesso non solo dimiscriminate, ma escluse a priori dal dibattito politico e renderebbe l’ Idahobit una giornata di sensibilizzazione non solo autoreferenziale o di scambio fra le varie comunità queer, ma nazionale. L’IDAHOBIT raggiungerebbe tutti quegli ambienti dove le soggettività lgbtqia+ sono ancora considerate “minoranze”. Perchè diciamocelo, usare il termine minoranza non stona soltanto per le donne. Se veramente si parla in termini di minoranze numeriche, c’è un difetto di percezione. Siamo una marea, out o meno. E le persone bisessuali sono più restie a venir fuori, quindi io mi immagino un sommerso notevole. Ma si parla di minoranze culturali qui, eh già. L’Idahobit è quella giornata simbolica che ci ricorda come avere sempre una norma di soggettività sia un grande cagata. Tutto il dibattito sul Ddl Zan, le cui critiche demolirò a breve zan zan, in realtà è una continua violenza. Poi uno deve fare attenzione a come usa il termine violenza, ma io a leggere certi commenti mi ci sono rovinata le giornate e molte altre persone che conosco hanno subito lo stesso fato ogni volta che cercavano il confronto in gruppi di discussione fuori dal safe space queer. Perchè è un safe space quello che ti tocca avere, e finisce per essere autoreferenziale qualsiasi dannata cosa. Io amo il creare community, senza una community dietro come persona bisessuale non mi sarei potuta sentir tale. Ma quello con cui mi scontro di continuo è questo oscillare fra l’autoreferenzialità e la violenza. Non c’è una via di mezzo ed è deprimente. Il fatto che la comunità femminista stessa si spacchi in due quando si parla di soggetività queer è orribile. Non è neanche una gara di identity politics, come qualche esponente di sinistra italiana ( ma anche tedesca vedi skurrile Minderheiten) cerca continuamente di insinuare, bensì un percepire a livelli che si intersecano. Io la mia bifobia la percepisco ad esempio come un intersecarsi di omofobia e queerfobia. A questo si aggiunge una discriminazione in quanto donna, migrante, ad esempio, ed un privilegio in quanto bianca. Non è la gara al più oppresso ma una comprensione del testo senza ignorare il non detto, anzi concentrandosi su di esso e sbandierandolo. Per questo è così bello vedere una rivendicazione della visibilità, perchè questo decreto, a differenza di ciò che l’opposizione cerca di farci credere, è solo ed esclusivamente un’arma di difesa simbolica. Per questo “molto più di Zan”, perchè è il minimo sindacabile di una società civile, non perchè vogliamo la dittatura ghei. Ma vediamo punto per punto le meravigliose critiche che vengono sparate contro il decreto:

1) UTERO IN AFFITTO si dice in realtà gestazione per altri. Alla pratica ricorrono anche gli etero dove si può, non tutta la comunità lgbtqai+ è a favore e non c’è manco un accenno vago nella legge quidi parlarne è fare whataboutism come parlare delle adozioni e del fatto che nessuno pensa mai ai poveri bambini

2) IL GGIENDER è quella branca che in alcuni paesi illuminati si può studiare sotto “Studi di genere”, evoluzione e spesso partner inseparabile degli “Women Studies”. Il gender è lì dagli anni 90, ma noi andiamo indietro come i gamberi. Che tipo di discriminazione subisce uno che viene picchiato per essersi messo lo smalto alle unghie? Bingo, espressione di genere. C’è un sacco di discriminazione legata a stereotipi di genere che non hanno il minimo senso ( Cioè pensate che uomini e donne hanno chiusure delle camicie diverse, qualsiasi stereotipo di genere è basato sulla fuffa culturale). Non è un dibattito accessibile a tutti quello sull’identità di genere e mi pare di aver letto che comunque non è la prima volta che il concetto appare nella legislazione italiana quindi di cosa stiamo parlando veramente? Perchè si chiama ideologia solo se non è la tua?

3) I TRANS* sono corpi, realtà e non fuffe mistiche. Non si può decidere dell’autodeterminazione dei corpi altrui e non se ne può parlare come se fossero oggetti. Un minimino di rispetto. E no, una transizione completa non è easy come rompere le ovaie su fb. Ma anche solo a livello economico eh. Self id subito, identità di genere. E chi tira fuori definizioni di donna da essenzialismo biologico è una persona molto triste. Corpi che mestruano non si dice solo “per colpa dei trans”, c’è na caterva di gente con ovaio policistico o in menopausa o tricche e ballacche ma certe “femministe” sono così prese dal loro essere donne perfette che manco vedono le sorelle. Idem per corpi che si riproducono. La medicina ha un’ideologia binaria ma la biologia in realtà si rivela sempre più queer. Poi qui più che una spaccatura c’è una contraddizione, perchè anche il femminismo radicale si basa sulla distruzione di un determinato simbolico e sul fatto che la donna non venga considerata come utero o macchina biologica, ma come persona. Che problema avete con le gravidanze trans*?

4) “CI RUBANO GLI SPAZI” Ma chi ma dove. Se prendiamo ad esempio due articoli uno messicano uno americano di uomini che si sono finti donne senza guardare le statistiche di violenza dall’altra parte stiamo manipolando le informazioni e facendo fare lavoro psicologico per nulla ad altri. Digitare “violenza trans carcere” e vedere quel che viene, no fare cherry picking per giustificare la propria transfobia. No, Terf non è una parolaccia, è la definizione di un tipo di femminismo che io non definirei neache femminismo ma vabbé c’è anche una questione generazionale nel mezzo

5) “EH MA LO SPORT” non è regolato dal ddl zan mi pare. Quindi vedi punto 1

6) NON SI PUÓ DIRE PIÙ NULLA no, infatti, basta. Bastano due minuti per capire che è una legge che integra e completa altre leggi (Mancino) sulla discriminazione e non tocca di striscio la libertà di opinione (o propaganda del cappero tipo i pro life che lì sì sarebbe bello ma no siamo democratici). Se non si capisce la differenza fra discriminazione e libertà di opinione, si è in malafede. Come i Men Right’s Activist che hanno paura che le donne li denuncino per stupro perchè magari non c’era consenso ma loro non lo sapevano. Mhm.

7) NON BASTA infatti questo è vero ma vista la caterva di omofobi che stanno venendo su come funghi in queste settimane non direi sia il momento di fare gli schizzinosi. Ok dire che non basta ma non mi pare geniale opporsi per principio di assolutismo morale. Si sa dove porta quella roba e sono posti più brutti persino di quelli dove arrivi con le identity politics.

8) È PUNITIVA sì, è brutto ma oh non è mica l’unica legge punitiva. Se è per questo rimarrà anche un problema di differenza fra coloro che possono permettersi di denunciare e chi non è nella posizione di farlo.

9) “NOI POVERI ETERO” in realtà se un etero entra in un gay cafè e qualcuno lo picchia perché è etero, quella legge protegge anche a lui. Ma capite che è più probabile che un etero entri e faccia splash

10) GLI LGBTQIA no. Non siamo un partito politico. Siamo elettorə ma non un partito. Non c’è una linea unica di strategia. Ad esempio la legge dovrebbe tutelare anche le discriminazioni interne. Sì, tipo la B muta in LGBT. Le persone bisex subiscono discriminazioni anche dalla comunità queer, è uno dei livelli della bifobia e se credete che siano segate da privilegiati andatelo a dire ai bisessuali che si rivolgono alle associazioni gay di protezione internazionale e vengono rimbalzati come palline gommose.

Aggiungo che a livello eu facciamo ridere e la legge c’è giá a giro e che con le statistiche finalmente la comunità potrá fare politica coi dati e non sui “futili motivi” (unica motivazione attualmente esistente per descrivere un attacco omofobo). La legge poi tutela le disabilità che invece nel dibattito sono stranamente invisibili. Il fatto che una legge sulla discriminazione abbia sollevato un polverone tale e così distante dalla legge stessa ha solo due spiegazioni: o la gente è veramente disinformata o è stronza. Io voglio continuare a pensare che sia violenza derivata dalla disinformazione e voglio concentrarmi su quanto erano belle quelle maree di gente queer che rivendicava il proprio essere “minoranza”. Anche se abbiamo bandiere diverse, alla fine in piazza eravamo tutt ə assieme per la stessa rivoluzione culturale. .. E chi lo sa se tutto questo muoversi, questo fare rete di attivismo online, tutta questa pandemia che ci ha rubato gli spazi pubblici non rilasci un backlash paragonabile al 68, e che, magari, stavolta funzioni.

Io ci credo sempre di più in questa riscossa.

Perchè perchè l’otto Marzo mi lasci sempre solo

Due giorni fa sono andata alla manifestazione per l’Otto Marzo alla porta di Brandeburgo. Non ci sono andata da sola, c’era una mia amica e, soprattutto, c’era il mio ragazzo. Dico soprattutto perché è su questo che mi voglio concentrare. Era il suo primo corteo dell’Otto Marzo ed era il mio secondo (perché negli anni precedenti ho sempre dovuto lavorare da buona schiava del capitalismo). Abbiamo fatto parte della protesta per circa due ore e poi ci siamo dispersi perché cominciava ad esserci troppa gente e c’è il Covid e insomma non mi pareva il caso.

Mentre stavo tornando a casa mi arriva un messaggio di un mio amico che mi dice che non è riuscito a partecipare perché non sapeva dove fossero ammessi gli uomini. Lasciatemi dire che si tratta di un amico intellettuale che legge saggi sul femminismo probabilmente più spesso di me e che, nonostante se ne esca altrettanto spesso con mainsplaining, è in buona fede. Di uomini che mi hanno voluto insegnare come essere femminista ne ho incontrati parecchi, tanti quanti quelli che mi spiegavano cose basilari tipo come mettere a bollire l’acqua per la pasta. Non sono estranea al problema e persino con il mio attuale partner la situazione non è andata liscissima sin dagli inizi, ma adesso la mia relazione è il posto più uguale che conosco. Non mi sono occupata di leggere dove fossero o non fossero ammessi gli uomini, non mi è proprio venuto in mente, ce l’ho portato. Il pensiero che i miei amici femministi possano essere esclusi da una manifestazione in cui credono mi lascia un tantino interdetta.

Comprendo un discorso di safe space, ma è così che lo si crea? Sì, ma solo a breve termine. Non dico che non mi possa piacere sul momento, solo donne e persone che si identificano col genere femminile che marciano sicure per la città. Ma il giochino maschi e femmine ha smesso di piacermi dopo le scuole elementari. Ora vorrei una squadra compatta. Credo che su questo mio modo di percepire il problema incida molto la mia prospettiva di persona bisessuale e vi spiego perché. Molto spesso il femminismo di differenza è correlato da una prospettiva monosessuale. I ruoli di vittima e carnefice sono strettamente correlati con l’eteronormativa. Se ci si pensa bene la misoginia è l’etichetta perfetta per l’uomo cis etero medio mentre la misandria è quella perfetta per la donna non attratta da questo modello di individuo – e infatti per secoli le femministe sono state descritte come odiatrici di uomini dedite ad orge saffiche. Il problema del solo paragonare i concetti è palese: mentre la misoginia è radicata nella società tanto da essere ormai diventata un joke con relativo backlash #notallmen, la misandria ha solo la seconda parte del fenomeno, ovvero è una reazione. Mentre la misoginia ha una storia di violenza che risale all’alba dei tempi, la misandria viene tirata fuori la maggior parte delle volte da un uomo che perde le staffe perché non gliela danno. Misandria e misoginia si trovano tuttavia anche fra le persone omosessuali e lesbiche e molto spesso è legata ad un disinteresse per il cosiddetto genere opposto, che quasi diventa disgusto. Ma se invece si percepisce un mondo dove le logiche di attrazione sessuale sono più o meno scisse dal genere e il sesso, ovvero cme in tutti gli orientamenti non monosessuali dello spettro bi e pan, che posto ha il disgusto? Dove si posiziona la dinamica di vittima e di carnefice? Nel sistema. Sembra di dire una bischerata, la scoperta dell’acqua calda, ma se abbiamo fenomeni come i Men’s Right Movement che acquistano sempre più potere, vuol dire che questa acqua non è stata scoperta abbastanza o non è abbastanza calda. Io credo che gli orientamenti non monosessuali, asessuali e i corpi transgender possano aiutare la causa femminista molto più di quanto non credano le femministe Terf. E se vi serve una voce più autorevole sappiate che anche Lea Melandri ha fatto post a riguardo su facebook, e lei non è di certo l’ultima femminista neoliberale che ha imparato la lotta dalle magliette di H&M. Non vuol dire che un mondo pieno di bisessual* sarebbe un mondo perfetto, quella è una favolina che ho smesso di raccontarmi. La bisessualità e la fluidità vengono paragonati al bambino perverso polimorfo di Freud e finiamo per credere che sia un ritorno alle origini, cosa che infantilizza il movimento.  Quello che sto dicendo è che dovremmo avere una società dove la voce queer è più presente. Se vieti al genere maschile di partecipare ad una manifestazione, come decidi? In tempo di meraviglioso femminismo intersezionale vuoi davvero includere persone non binarie automaticamente nel gruppo di quelli da proteggere?  Mi pare una semplificazione sterile. Non puoi neanche stare lì a dire chi ha avuto più privilegio di chi, stare sempre a fare i conti. L’unica cosa che puoi fare è includere tutt* nel vero senso di quell’asterisco. Gli incontri fra survivors devono essere safe spaces, non le manifestazioni femministe. Non sono una grande fan degli ambienti FLINT* (donne, lesbiche, intersex, non binary e trans) in generale ma le manifestazioni proprio non dovrebbero esserlo.

Ma che cosa c’entra il discorso misoginia con FLINT*? Vi avverto che mi piace anche a me mettere in crisi tutto quello in cui credo. Perché appunto vorrei smettere di credere ed essere molto più in grado di argomentare. I safe space con la misandria non c’entrano nulla, perché sono spazi difensivi, ma questo lo si può capire solo se vi si è dentro. Dal fuori è un gruppo che esclude solo i maschi bianchi cisgender, etero e non. Quello che a me sta a cuore del femminismo è la sua crescita, sia a livello di intersezionalità con altre discipline, sia a livello di inclusività. Da quando stentavo a definirmi femminista, perché credevo che fossero quelle che avevano lottato per il diritto al voto e basta, ad adesso, il femminismo ha fatto passi da gigante. Come ho già accennato nel mio articolo precedente, ci sono un sacco di frammentazioni nocive, ma ci stiamo facendo decisamente spazio. Questo spaventa il sistema patriarcale che reagisce con un vittimismo violento. Gli ultimi da includere saranno loro, i maschi etero cisgender che non sanno cosa voglia dire femminismo, e stavolta gli ultimi non saranno i primi, no. Saranno gli ultimi, ma ci servono.

Durante la manifestazione il mio ragazzo mi ha indicato un cartellone con disegnata una mano con delle punte di metallo fra le dita e la scritta “Stanca di tornare a casa così”. Non lo capiva. Non capiva che non era una mano di un mutante della Marvel ma semplicemente quella di una persona a cui hanno insegnato a tenere le chiavi come se fossero un’arma. Mi rendo conto sempre di più di cosa voglia dire essere una donna in questa società anche grazie a commenti del genere. Avere un rapporto emotivo forte e trasparente con quello che per secoli abbiamo chiamato “il sesso opposto” mi fa vedere le cose con ancora più chiarezza. Le cose più banali come la passeggiatina notturna col cane, fare dating senza paura, sono normalità che a me non sono mai state consentite. Mi rendo conto che lui rispetto a me riceve molti meno input sull’aspetto fisico e che ha molto meno spazio per le emozioni. Non che non le abbia, ma non ne ha un accesso illimitato versione premium come succede a me e questo perché non ne parla tanto e soprattutto non ne parla coi suoi amici. Il patriarcato ha relegato la sensibilità all’essere una caratteristica di genere femminile e gli uomini sensibili sono in una posizione terribile da questo punto di vista. Il mio femminismo vuole l’assoluta parità anche in questo campo, perché, ancora una volta la lezioncina da ricordare è: il femminismo combatte il patriarcato, non gli uomini.

In serata volevamo guardarci un documentario sul femminismo e ci siamo imbattuti in “The Red Pill”. Convinta che fosse un documentario serio sugli Incel e i MGTOW, lo trovavo perfetto come film di coppia per l’Otto Marzo; invece quello che abbiamo visto ci ha fatti inorridire. Il cosiddetto documentario mostra una cosiddetta femminista che mette in dubbio quello in cui crede non appena entra in contatto con la comunità dei Men’s Right Activists. Si fa manipolare a tal punto che il film si chiude con “Non mi definisco più femminista”. Il problema principale è che questa giovane fanciulla non era femminista neanche all’inizio del film ma aveva una visione del femminismo come lotta per i diritti delle donne e basta. Gli attivisti per i diritti degli uomini non sono tutti dei pazzi che vogliono prendere a pugni le mogli e stuprare nei vicoli, ti fa vedere che hanno Phd e scrivono libri che poi subiscono la censura del brutto e cattivo mainstream. Sono uomini (e donne, purtroppo) che lottano perché secondo loro la società è stata letta in luce sbagliata e gli uomini si ritrovano in posizioni di svantaggio adesso, rispetto alle donne. Il film si focalizza principalmente sulla mancanza di rifugio per uomini che subiscono violenza domestica e sulle posizioni di svantaggio del genere maschile nelle diatribe legali di affidamento dei figli post divorzio e dei diritti come padri naturali, sciorinando poi statistiche che più manipolate di così non si può. Come al solito l’onestà intellettuale in questi individui non esiste e nonostante i problemi di cui si lamentano siano creati da strutture patriarcali che identificano il ruolo di donna con il lavoro di cura, per loro è colpa del femminismo. L’intero movimento si può distruggere a livello argomentativo nel giro di tre secondi. Lottano anche loro contro il patriarcato, ma non se ne rendono conto: sono, purtroppo, dei femministi corrotti. Questi tre o quattro personaggi vengono banditi dalle università perché fondamentalmente non hanno una base logica solida in quello che dicono e scambiano costantemente il femminismo col capitalismo. Si tramutano in vittime, poveri uomini costretti a pagare le donne malefiche e mantenerle e creano intorno a loro un’aurea di insoddisfazione e rabbia che poi sfocia, volente o nolente, in fenomeni radicali come i sovracitati Incel (Involuntary Celibate, uomini che non riescono ad avere rapporti sessuali) o i MGTOW (Men who go their own way, uomini che si vogliono liberare dei loro ruoli di genere). Non tutti i MRA sono INCEL, ma ditemi voi se esiste un equivalente femminile degli Incel. No. Il femminismo radicale non inneggia a picchiare gli uomini, non ho mai letto niente del genere se non in Manifesti tipo “Il Manifesto Scum” di Valerie Solanas che, ovviamente, vengono presi assai con le pinze. Ho frequentato tantissimi gruppi di femminismi diversi e vi assicuro non mi è mai capitato un forum di reddit dove si incitasse le donne a fare una strage di uomini in un centro commerciale. Perché il femminismo non nasce dalla frustrazione più o meno sessuale ed emotiva, ma dalla mancanza di diritti umani di base. Ed è sacrosanto che mantenga il suo nome Femminismo perché è partito dal femminile, dalla lotta delle donne. Chi propone di avvicinare il femminismo agli uomini cambiandone il nome o istituendo la giornata internazionale dell’uomo, non ha capito il problema. Tuttavia, anche creare ambienti dove gli uomini vengono esclusi, non aiuta di certo la causa.

L’otto marzo vorrei vedere più uomini in piazza, a fare domande e mettersi in discussione. Anzi dovrebbe essere un buon compitino per casa: il prossimo anno porta con te almeno due uomini e spiega loro perché stiamo marciando. Lo so che ci sono attivisti femministi uomini, che ci sono milioni di persone meravigliose là fuori, ma non sono di certo il 90 per cento della popolazione. C’è invece un sempre maggior numero di uomini con gravi problemi relazionali, che non chiedono aiuto, che raggiungono livelli di depressione e frustrazione enormi e che vengono catturati nella rete degli estremisti misogini. Provate a digitare Incel o Mgtow e troverete dei blog allucinanti, gente che dice che ormai le donne in occidente sono corrotte e bisogna andare in oriente per farsi una famiglia, ventenni che si lamentano di come le donne non li degnino di uno sguardo perché pensano solo ai soldi, uomini che fanno statistiche di fantomatiche caratteristiche fisiche che le donne prediligerebbero. Sono giovani e sono lì perché è l’unico luogo di scambio emotivo che hanno trovato. Questa gente va avvicinata prima, servono reali programmi di sensibilizzazione. Servirebbe una base di femminismo scolastico e un senso di comunità diverso. Guardate il video di quel ragazzo canadese che dice di non avere successo con le donne e che la sua vendetta sarà ucciderle. Ho guardato il video una decina di volte e continuavo a percepire una grandissima ignoranza e sofferenza. Al di là che il ragazzo ha un viso incredibilmente attraente a dirla tutta e che probabilmente se non aveva ancora avuto rapporti sessuali era probabilmente perché era uno psicopatico violento. Al di là di quello, io ci ho visto un’altra vittima del patriarcato. La classica vittima che diventa carnefice. E non venitemi a dire che non avete mai avuto un amico “morto di figa” che ha aspettato che qualcuna si ubriacasse di brutto, uno che utilizza il termine “figa di legno” dopo due secondi che ha incontrato una ragazza, non ditemi che non vi è mai capitato. Non bisogna sempre aspettare il morto prima di agire. Questa gente va inclusa nei discorsi femministi prima che qualcuno la introduca al facile odio di genere.

La giornata internazionale della donna è una giornata di lotta femminista. Non basta bandire le mimose,che poi alla fine sono solo fiori gialli; è necessario fare concretamente attivismo, nel proprio piccolo. Rivoluzionare le relazioni, fare propaganda con le emozioni, vedere il nostro personale politico. Altrimenti si va avanti a rilento e con sempre più zoombombing.

Littizzetto ed altri problemi del femminismo italiano

Qualche tempo fa la Littizzetto a Che tempo che fa se ne è uscita con la seguente analisi:

 “Noi donne dobbiamo farci furbe. Smetterla di sottolineare il nostro aspetto fisico. Questo si che sarebbe il vero passo avanti. Ignoriamoligli stronzi o le stronze che ci dicono male. Mi dici che sono racchia? Pazienza. Io ho altro a cui pensare. Impegniamo le nostre forze in questioni più furbe. Lottiamo perché le paghe femminili siano uguali a quelle maschili, battiamoci perché una donna non debba mai, essere in ansia se deve dire al suo capo che è incinta. Facciamo che tutte le donne possano fare mestieri che vogliono senza pensare se è un lavoro da uomo o da donna. Questo è importante. Non far cantare la patata.”

Al di là di farmi venire la bile rosa fucsia, la Littizzetto ha reso trasparente un modo di pensare al femminismo molto italiano, che secondo me è uno dei problemi più grossi del movimento nello stivale. A me anni fa la Littizzetto piaceva, col mio primo ragazzo a diciottanni guardavamo i suoi video e si rideva come dei matti, come si faceva con Willwoosh e altre cose più discutibili tipo Gemma del Sud. Mi piaceva anche Striscia la Notizia nonostante mi facessero incazzare le veline. Credo che la Littizzetto col tempo, mantenendo i leitmotiv del walter e della yolanda, abbia adattato ai tempi la sua comunicazione. E in realtà vedere che si parla di femminismo in tv in questa maniera esplicita mi riempie il cuore e sono contenta come una matta per le generazioni che verranno. Ma c’è un ma. Non si può giocare al femminismo con la regola di chi c’ha le ovaie più grosse. Non sarebbe quello lo scopo. Mi riferisco a quel “non far cantare la patata” che pare buttato lì solo per fare il clickbait, per infervorare gli animi e far scoppiare la polemica. Ma, un attimo, che vuol dire far cantare la patata? Luciana qui si riferisce alla pubblicità della Nuvenia che ha a quanto pare rovinato la cena a molte italiane perché mostrava vulve canterine e….. il sangue mestruale. Non sia mai. Perché un’autopsia sul corpo di una donna stuprata in un episodio NCIS va bene, ma le mestruazioni sono così raccapriccianti che ti va di traverso il ragù. Ed ecco che mi sale la bile mentre scrivo, scusate.

Uno dei principali problemi del femminismo italiano è quella sottospecie di rivalità fra gruppi diversi che è estremamente controproducente alla causa comune. Peggio che PCI contro Rifondazione e PAP, il femminismo riesce veramente a tirarsi la zappa sui piedi quotidianamente. Con questo discorso è come se la Littizzetto si ponesse su un piedistallo che definisce il femminismo giusto quello delle battaglie civili, e denigra chi si batte per il livello simbolico. Già, peccato che siano la stessa fottutissima cosa. Un conto è se una cosa la dico io, un conto è la Littizzetto o la Ferragni. Loro ci dovrebbero stare un po’ più attente. E infatti, tempo due secondi ecco che mi appaiono sulla home di Facebook “E queste si credono femministe?!!? Le vere femministe si rivolterebbero nella tomba”. Di questo fenomeno di ignorare il simbolico ne parla anche Oiza Q. Obasuyi nell’articolo sulla Blackface. In entrambi i casi, una pubblicità che vuole rompere un taboo e fa un’azione positiva e un rivisitare, svuotando solo secondo la prospettiva bianca, la blackface e fare un’azione negativa, l’opinione pubblica pare non essere in grado di percepire il livello della realtà alla quale ci si riferisce, come se il simbolico fosse qualcosa di infantile e innocuo. Questo modo di pensare è lo stesso che ripudia ( molto spesso) un linguaggio inclusivo e molte battaglie del nuovo transfemminismo intersezionalista.

Il secondo problema, che purtroppo deriva anche esso da una rivalità e dalla totale incapacità di provare empatia o la minima solidarietà femminile, è lo scontro generazionale. Sì, perché anche se ci sono anche delle giovanissime TERF (Trans exclusionary radical feminism) e SWERF (Sex workers exclusionarz radical feminism), nella maggior parte dei casi si tratta di persone di una certa età. Questo è perché c’è una parte del femminismo italiano che non ha letto nulla di pubblicato dopo gli anni ottanta e di decostruire il gender come costrutto sociale non ci pensa neanche minimamente e si irrita al primo termine inglese che salta fuori. E, lasciatemi aggiungere, va bene così. Non possiamo pretendere che tutti abbiano la possibilità di fare del femminismo un’attività full time. Allo stesso modo io non potrò mai leggermi tutti i testi fondanti del movimento, perché sono tantissimi e purtroppo devo fare altre cose molto più noiose per guadagnare dei soldi. Un certo tipo di informazione è un privilegio di classe, e già questo dovrebbe farci smettere di litigare e invece è una lotta fra “ok, boomer” e “lgbtqaivwwxyz ahahahah” (Spoiler: la battuta dell’alfabeto non fa ridere nessuno mai). Susanne Gay non ha paura a definirsi una bad feminist e questo è il mantra che dovremmo recitare tutte le mattine: non sarò mai una femminista perfetta, non c’è un femminismo perfetto.

Una cosa che è abbastanza controversa è il ruolo della comunità LGBTQIA+ , automaticamente inclusa nel Transfemminismo ma spesso esclusa almeno in parte dal femminismo di differenza vecchio stampo che pare ammetta solo le lesbiche come esseri superiori. Certo sarebbe bene imparare da chi è venuto prima e chi è appena arrivato, e creare una comunità di scambio ma c’è un problema grosso come una casa: le TERF che si autodefiniscono tali ( quindi non parlo di quelle bollate come tali per commenti un po’ sgraditi-pratica che ripudio) spesso negano le identità delle persone trans, rendendo impossibile creare un safe space per la discussione, privo di discriminazioni. Diventa un aut-aut sorellicida. E se pensate che questo sia solo una disputa a livello ontologico vi invito a vedere il casino che hanno scatenato CONTRO il DDL Zan con commenti tipo “Se volevamo una legge contro la misoginia ce la facevamo da sole”. Ah sì? Potrei stare qui ancora a lungo a fare i paragoni fra la guerra fra i poveri e la guerra fra discriminati, ma saltiamo al punto quattro.

Il femminismo italiano è di un perbenismo allucinante e non si accorge di essere un femminismo prevalentemente cattolico. Per quanto le SWERF non si appoggino sempre e per forza a posizioni cattoliche, rimangono scandalizzate quando si parla di porno o legalizzazione della prostituzione. E anche qui, purtroppo, salta di nuovo fuori l’aut-aut perché non puoi avere una discussione costruttiva se una chiama l’altra “puttana serva del potere”. Ci sono posizioni interessanti fra le SWERF, che si basano sui dati che evidenziano il fallimento della legalizzazione, ma questi dati non sono in grado di dirci se a priori la legalizzazione sarebbe sbagliata. Ma che senso ha ragionare a priori se siamo in un sistema patriarcale capitalista? Ha senso, o se non altro è una possibilità che non andrebbe esclusa con un semplice evergreen “puttana”. Le SWERF non interessanti sono invece quelle che sono così immerse nel loro disgusto per la sessualità femminile, il piacere fine a se stesso e il loro stesso corpo, da non accorgersi che non è tanto normale che il sangue mestruale sia sempre rappresentato come un liquidino blu nelle pubblicità degli assorbenti. E qui torniamo all’inizio dell’articolo: purtroppo sono tutte facce di una medaglia che è un dado che è cubo di rubik.

Un commento va fatto anche sull’islamofobia. I femminismi islamici vengono negati nella loro esistenza e il velo è un simbolo di oppressione. Questo commento deriva solo da ignoranza, di nuovo totale mancanza di empatia e, per semplificare, odio verso le altre religioni. Da persona agnostica razionalista femminista trovo che ogni tipo di femminismo religioso dovrebbe avere il diritto di essere ascoltato. Finchè non mina la mia libertà ma tutela scelte altre, che a me non interessano ma per altre sono importanti, è femminismo. Punto. Dovrebbe essere molto facile da capire ed invece. Il problema dei femminismi religiosi è quando vogliono diventare la regola, vedi Pro Life e cancellazione del diritto all’aborto a prescindere per tutte. Ma a quel punto secondo me non si meritano neanche più la definizione di femminismi in quando per me il femminismo è basato sulla libertà di scelta della donna, e non sull’imposizione di un modello, qualsiasi esso sia.

Per finire parliamo del femminismo neoliberale. Mi fa cacare anche a me, il Rainbow Capitalism e i suoi amichetti, ma se la pubblicità e gli influencer sono diventati potenti mezzi di comunicazione allora non bisogna fare le schizzinose ed essere, con una minima riserva critica, contente che certi messaggi arrivino anche dalle pubblicità e dai personaggi pop. Usare il femminismo per vendere è orribile ma la pubblicità della Nuvenia è allo stesso tempo una pubblicità progresso. E non vendono Pepsi, vendono prodotti mestruali. Ci hanno fatto un favore. Quindi dipende dai casi, non si può sempre criticare appellandosi ad un assolutismo moralista, è anche questo controproducente e io mi affido alle idee di Guy Debord sul Détournement e il reinterpretare e rovesciare gli strumenti del capitalismo dal dentro.

Detto questo mi rendo conto che l’articolo è un po’ pessimista. Il problema è che non so come sia possibile superare gli aut-aut senza cadere in paradossi della tolleranza. Quello che so per certo è che il femminismo andrebbe avanti molto più velocemente se ci fosse più dialogo fra le parti, ma quello non è solo un problema del femminismo. Dovrebbe essere chiaro a tutte che il femminismo si batte per l’uguaglianza e la distruzione del sistema patriarcale. Dovrebbero esserci chiare e migliori basi scolastiche. Una volta che avremo abbattuto una serie di taboo e il femminismo diverrà davvero masticabile per l’opinione pubblica e non solo una strategia marketing, quando persino la maggior parte  degli uomini non si vergognerà più a dire “io sono femminista” allora secondo me si aprirà il dialogo. Quando si potrà parlare di masturbazione femminile alla cena di Natale allora si sarà davvero mosso qualcosa. E la littizzetto non dirà più una cosa così in tv perché sarà a tutte chiaro che l’ansia delle donne incinte è simile anche a quella di chi nasconde l’assorbente mentre va in bagno in ufficio e non usa la coppetta quando lavora perché ha paura che qualcuno la veda lavarla nel lavandino. Sarà chiaro che la realtà dei femminismi è un cubo di rubrik ma che l’importante non è far combaciare perfettamente le facce bensì tirarlo dritto in testa al patriarcato.

Io e la mia mascherina

Io e la mia mascherina stiamo bene insieme. In questo clima di terrore medico e polemiche pandemiche, vi voglio proporre un articolo demente. Perchè alla fine ora c’è più bisogno di escapismo. Escapismo totale non mi riesce, ma da ipocondriaca serva del potere vi propongo la mia lettera d’amore per la mascherina. Scortesemente denominata museruola o bavaglio da chi non ha avuto la fortuna di vedere le incredibili proprietà di questo oggetto, scopriamola insieme. 10, anzi 11 motivi per amarla.

  1. Non devi farti i baffi. Nonostante sia molto contro la depilazione come imposizione sociale, alle volte lo devo fare, per abitudine, per un trauma che mi è rimasto da quando mi sfottevano o chissà perché. Quando ero al liceo Frida Kahlo era solo una bisessuale comunista che aveva dipinto quadri in messico e scopato, fra gli altri, Trotsky. Avere il baffo non era sta gran cosa e se eri del genere femminile poteva anche essere che tutte le genti ti sfottessero. Ebbene ora non più. Non importa quale icona bisex o gay ci sia al momento, nessuno potrà fare commenti perché nessuno vedrà i tuoi baffi. Sto pensando di farmeli crescere alla Dalì.
  2. Riscalda. Certo dipende da dove abiti ma qui a Berlino è una cosa molto comoda. Anno scorso avevo googlato “scaldanaso” in preda all’ennesimo raffreddamento imbarazzante. Solo wish mi proponeva delle cose ma non ero certa che non fossero oggetti sadomaso. Sapete come è wish. Ho pensato che forse dovevo diventare religiosa e comprarmi un niqab di lana, poi mi sono accorta che sta cosa poteva essere un po’ offensiva. Passamontagna? E poi, eccola: lei, la mascherina. Comodi elastici, posso rimanere agnostica razionalista e non mi si gela il naso. Il baffo, neanche a dirlo, aiuta.
  3. Copre il naso. Mi rendo conto che anche questo sia un capitolo di body shaming che devo rielaborare, tuttavia mi piace immaginare di avere un nasino alla francese alle volte. Posso fare come la Penelope del film ed essere qualcun altro per un po’. Alle volte mi chiedo come sarebbe stata la mia vita se avessimo sempre dovuto portare le mascherine. Nessuno al liceo mi avrebbe sfottuta per il naso aquilino, magari il figo della 3B si sarebbe innamorato di me, sarei cresciuta con molta più autostima e molto meno raffreddore. Magari sarei finita in politica, sarei stata una leader. Avrei perso la verginità, che, per la cronaca, NON ESISTE, molto prima e sarei diventata una diva del porno con la mascherina. Altro che Miss Keta! Pensateci, dove sareste adesso se aveste sempre potuto indossare una mascherina? Ve lo dico io, più in alto, qualsiasi cosa sia l’alto per voi.
  4. Protegge dall’allergia. Non so se al posto di anidride carbonica io emetto cortisone. Ci sta, vista la quantità di volte in cui mi sono drogata per la rinite. Fatto è che quest’anno non mi è venuta. Meno polline fra le narici, aria filtrata. L’avessi saputo prima avrei avuto una vita diversa, e torniamo al punto 3 con l’aggiunta che sarei stata più veloce ai compiti di matematica di fine semestre, non dovendomi districare fra banchi di moccichini.
  5. Fescion. È come indossare una tela. Ci si può perdere le giornate nella personificazione. È la nuova tshirt, che dico, è la nuova Totebag. Brand, gruppi musicali, partiti politici, squadre di calcio, nazionalismo bieco, battaglie per i diritti umani. Con una mascherina si può dire molto a bocca chiusa. Il fatto che il messaggio si trovi sulla faccia poi fa sì che la gente ci faccia ancora più caso. Se per qualcuno è un fescion e per i fasci una museruola, per altri è un business. Spero bene che un giorno qualcuno mi pagherà per indossare la sua mascherina e io possa pagarmi gli studi con questo. Alla fine non c’è bisogno di essere una influencer. In Giappone mi pare paghino già la gente per la pubblicità sotto le ascelle. O forse è un’immagine di Wish che si confonde con i miei sogni più proibiti. Non lo so. Alla fine come influencer per l’influenza mi ci vedo un sacco. Fare dell’ipocondria una virtù capitalista sarebbe un esperimento divertente. Al di là dell’attivismo, la mascherina è diventata veramente il Nuovo Oggetto. Nella moda orientale erano già presenti diversi modelli, faceva già parte della loro cultura e spesso del loro quotidiano, e ora noi stiamo facendo tutto uguale ma in versione molto meno Kawaii. Come al solito.
  6. È molto rad. Rad è un termine che ho imparato durante la pandemia. Viene da radical, radicale, e si utilizza per descrivere quella che per noi è l’estetica del lanciatore di bombe carta. Certe mascherine sono molto badass, diciamocelo. E la mascherina nera, col cappuccio nero, di notte, mentre magari ascolto uno dei testi meno misogini di rapper consigliatemi da Youtube, mi fa sentire forte e pericolosa. Che pure camminare di notte nei vicoli è diventato il mio mestiere. Reclaim the night, wear your mask. Forse è anche perché si vede meno che sono una donna e sembro più un ragazzino anni novanta che cerca rogne. Ed è bello, se una non pensa che in realtà si sarebbe sempre potuta sentire così anche senza mascherina se la società fosse meno cacca patriarcale. Ma non pensiamoci. Alle volte mi immagino di stare andando a rapinare una banca per dare tutti i soldi ai senzatetto e nessuno mai si immaginerebbe che invece sto andando dall’urologa.
  7. Genderblender Ricollegandomi al punto sopra, è molto più difficile affibbiarmi un gender. Gli occhi sono una parte molto neutra a mio parere. Conosco molti uomini molto più in grado di me di usare il mascara, e quindi neanche quello è un segno distintivo. Ergo, sei quello che vuoi, sotto la maschera. Ti protegge. A me questa cosa lascia una libertà addosso non indifferente. Mi ricordo che Simone De Beauvoir nella prima parte della sua biografia raccontava come si vestiva da uomo di notte ed andava nei bar. Ora capisco molto meglio. Capisco che il tutto vada contestualizzato, ma la possibilità di presentarsi come corpo senza gender nella società è incredibilmente liberatorio. Presentarsi come il genere “opposto”, nel mio caso, meno pericoloso e molto divertente. La mascherina sta alla vita sociale come Judith Butler sta agli studi di genere.
  8. Placebo cioè diciamolo che alla fine ci protegge e anche se non lo fa al 100 per cento va bene lo stesso. Perché io e la mia mascherina stiamo bene assieme. Ho provato diversi modelli per poi giungere alla perfezione del doppio strato con filtro intercambiabile e tessuto impermeabile. Alla volte rientro in casa e mi dispiace quasi levarmela. Ormai è parte di me, e mi va benissimo così. Anche se non servisse ad un cappero, comunque mi serve a livello psicologico. Mi sento meno a rischio.
  9. Copre la puzza. Avete presente quando in metro ti si siede accanto quello che pare il CEO di una cosa inutile, laccato, con la valigetta e quel profumo che sa proprio di sfruttamento capitalista? Ecco, grazie alla mascherina non è più un problema. Il bambino che ti ciancica la banana davanti inondando il vagone di quella puzza gialla nauseabonda? Anche quello non è più un problema. Puzzi perché sei sempre in home office e ti scordi che in realtà a breve hai un appuntamento e non hai più tempo per lavarti? No problem. Tu non sentirai nulla, solo gli altri ti staranno lontani. E alla fine è meglio così per tutti.
  10. Solidarietà. Alle volte mi piace immaginare che tutti la indossino per proteggere il prossimo. Come un grande segno di civiltà. Lo so che in realtà è molto spesso per non beccarsi la multa da 50 euro minimo, ma io mi nutro di utopie. E alle volte fanno anche bene alla mia salute mentale.
  11. Antropologia Trovo questo cambiamento antropologico molto stimolante. Da Amelie dedita al voyeurismo sono passata a Sheldon Cooper e alle gioie della misantropia. Quello è il mio posto, adesso. Ho sempre trovato la storia degli abbracci fra sconosciuti e del mancato rispetto degli spazi di alcune culture molto problematico. La mascherina ci ricorda che ci dobbiamo muovere come pedine, non impedisce la gentilezza e l’umanità ma ti dà anche la possibilità di star loro lontano. La gente sta sviluppando la capacità espressiva degli occhi sempre di più, volano occhiolini come se non ci fosse un domani e tutto questo è anche grazie alla mascherina, che ci fa vivere questi tempi interessanti. Levarsela sta diventando quasi un gesto di fiducia e intimità. Ci fosse stato prima questo codice il tizio che cercai di baciare anni fa non si sarebbe scansato dicendomi “Che stai facendo?” ma avrebbe capito il gesto e avrebbe potuto fare lo stesso per manifestare il suo consenso. Oppure tenersi la mascherina facendomi capire che era ancora innamorato della sua ex. Guarda quanti esempi di un’umanità in evoluzione.

E voi perché amate la vostra mascherina? Quante ne avete e di che tipo? Diffondiamo amore contro i negazionisti del Covid. Love is love. Covid is Covid. Proteggi te e chi ti sta troppo intorno.

Anche le pro-life nel loro piccolo abortiscono: consigli marketing per antiabortisti

Cari pro lifers se io non farò figli sarà prevalentemente a causa vostra. O per colpa vostra, visto che come parola vi è più vicina, nel vostro universo moralista. Ci tenevo a dirvelo, quanto il vostro comportamento sia controproducente, così magari potete ideare una migliore strategia marketing.

Indentiamoci, alcune persone non vogliono figli. Non li vogliono, hanno fatto una scelta e hanno i loro motivi. La genitorialità è una scelta personale e, per chi deve portare in grembo il pargolo, è una scelta ancora più importante. Queste dovrebbero essere le idee base, credo, e invece non lo sono. E quindi veniamo a parlare di un altro gruppo di persone, che secondo me sono quelle a cui dovreste fare più attenzione: gente che, forse, un pargoletto ad un certo punto della vita lo vorrebbe.

Quest’estate, dopo una pandemia che ha scosso tutti, mi sono dovuta subire due manifestazioni a Berlino. Una con un Weimarer-Republik-feeling che non vi dico, coi negazionisti del Covid con le bandiere del Terzo Reich che cercano di entrare in parlamento e la polizia che si guarda credendo sia una candid camera, e una con gente con l’immagine di un feto sulla testa. Eh ma la libertà ce la leva la mascherina. Proprio.

Scusate, ma per me siete come i nazisti. Quello che per loro è questo ideale di nazionalità e purezza, è per voi l’obbligo della donna al procreare. E non a caso queste cose vanno spesso a braccetto. Voi non siete pro vita, siete assolutisti. È bello l’assoluto, le certezze, la foga da stadio e il nemico preciso, rendono la vita più semplice ma purtroppo o per fortuna l’umanità evolve e continuare con una linea di pensiero fissa senza guardarsi intorno equivale al nascondersi in pesanti dissonanze cognitive per tutta la vita.

Per voi la gravidanza è un assoluto, come nella maggior parte dei film blockbuster: sesso, pancione, bambino. Tuttavia la gravidanza è un processo. Per me è avvilente sapere che se nel processo dovessero succedere imprevisti io potrei andare incontro a violenza psicologica, vergogna, insulti, violenza fisica, mancato rispetto della privacy e della mia volontà. Si tratta di qualcosa di molto peggio dell’ansia da prestazione. Se da una parte c’è l’orologio biologico che non scherza, dall’altra parte ci siete voi coi neuroni a specchio spenti. E se foste solo in piazza con i feti in testa non sarebbe neanche questo grande problema, ci si potrebbe ridere su. Il problema è che siete negli ospedali, nelle cliniche ginecologiche, fra gli anestesisti e in numerose posizioni di potere.

La storia di M.L e dei cimiteri dei feti è agghiacciante ma è solo la punta dell’Iceberg. Qualche giorno fa era appunto la giornata dell’aborto sicuro e legale e ho letto le peggio cose. Tralasciando il fatto che persino in gruppi pro choice si continua con la retorica- che è un po’ un contentino ai pro life- che l’aborto è un’esperienza traumatica in tutti i casi E NON è VERO. Per la maggior parte delle donne è un kafkiano tormento, una corsa contro il tempo e contro le istituzioni e spesso un trauma. Ma non perché di per sé è un evento traumatico per chiunque, ma perché spesso lo si fa diventare un trauma. Si ospedalizza anche quando non è necessario (vedi dibattito RU 468), si fa violenza psicologica e si nega, fra tante altre mille cose, una terapia del dolore.  Comunque che tu lo faccia perché hai appena vinto un dottorato di ricerca e non ne vuoi sapere, perché purtroppo a livello economico sarebbe una catastrofe, perché la persona con cui hai una relazione non è pronta, perché hai subito violenza, perché comprometterebbe la tua salute fisica o mentale o perché il feto nascerebbe con una probabilità di vita che ti provocherebbe solo dolore, tu e solo tu dovresti avere il diritto di scegliere e vivere l’evento come vuoi, circondata dalle persone che ti amano. E invece spuntate voi, geniali pro life, con quella pillola di senso di colpa patriarcale che rovina la psiche dai secoli dei secoli. Neanche gli aborti terapeutici vi vanno bene. In Brasile stavate per far partorire una 14enne stuprata pur di rispettare sta fantomatica vita umana.

Ecco capirete come con queste premesse, il vostro target si senta già un po’ poco propenso all’acquisto. Ma andiamo avanti. Mettiamo che invece vada tutto bene, c’è felicità e la gravidanza si è portata al termine come sperato. Veniamo al parto. Le bacheche dei gruppi femministi sono sempre più piene di racconti di violenza ostetrica, per variare fra un femminicidio e l’altro. Bene la violenza ostetrica è una violenza sessuale. Non rispettare la volontà delle partorienti, praticare interventi considerati illegali dall’OMS senza informare, commenti acidi, negazione della terapia del dolore, impedire a* partner l’accesso alla sala parto, rasature inutili (anche io sono rimasta incredula quando l’ho letto)….ne va dell’immagine del brand, fidatevi. Quindi fossi in voi inizierei a dire che combattete la violenza ostetrica. Perché non basta dire che sarà “Il giorno più bello della tua vita”, bisogna anche renderlo tale. Invece c’è una specie di consenso collettivo alla violenza ostetrica, tanto che le donne spesso non sanno di avere determinati diritti e accettano ogni cosa come normale. Eh ma noi Pro life che cosa c’entriamo con la violenza ostetrica? Venite fuori da una linea di pensiero molto simile. Che vuole la donna come strumento riproduttivo e non come reale essere umano con volontà e bisogni.

Ma ora qualcuno dirà che sono pessimista, che ha avuto parti bellissimi con persone meravigliose fra il personale medico e che la violenza ostetrica è solo il 21 per cento dei casi. Prima di tutto la violenza ostetrica è difficile da riconoscere e a livello di denunce ci troviamo come negli anni 40 con le violenze domestiche e gli stupri nel matrimonio. Secondo, a me il 20 per cento, anche il 5, basta per far venire l’ansia. E non sono l’unica. Terzo, la verità è che siamo passati da “Donna tu partorirai con dolore” a “Donna povera, tu partorirai con dolore”. Puoi sceglierti il personale giusto, puoi avere una stanza tutta per te, praticare un parto orgasmico in acqua mentre ti masturbi  in casa tua o avere il miglior cesario programmato indolore, ma devi pagare. Un parto sereno è spesso un privilegio di classe. E la stessa cosa vale per l’aborto. E non va bene, porcapigna.

Potreste battervi per politiche sociali che tutelano le giovani coppie ( e non state sempre a puntare solo sugli etero cisgender per piacere) e usare quella barcata di soldi che avete per costruire asili gratuiti intorno alle università così da poter far più facilmente coincidere la vita accademica con la genitorialità, al posto di seppellire prodotti del concepimento di gente non religiosa, senza il loro consenso e con simboli che rispecchiano solo il vostro credo. Seguitemi per altre strategie e vivrete in un mondo in cui non potrete mai più prendere un mezzo pubblico senza sentire il soave strillo di un neonato che si affaccia su un’umanità prossima al disastro ecologico.

Vorrei concludere questo articolo con una chicca: anche le pro life abortiscono. Sembra impossibile a dirlo ma in un gruppo fb è intervenuta una ragazza che lavora in una clinica abortiva  e ha raccontato scene di una drammaticità immensa. Gente che non si vuole sedere nella sala d’attesa insieme alle altre perché “Lei non è un assassina come loro”, personaggi ribelli che si rifiutano di firmare i moduli e di dare dati personali, persino una donna che urla “Tu andrai all’inferno” al medico, poco prima di un raschiamento. Io credo che dovreste stare attenti a queste mele marce senza etica. Perché lasciano quasi intendere che allora alle volte l’aborto è indispensabile, al di là del credo personale. E che quindi ci dovrebbe essere accesso diretto e gratuito sempre. E allora voi coi vostri feti sulla testa a manifestare in piazza, perdereste tutti credibilità. Io purtroppo non ho modo di verificare la fonte ma posso facilmente immaginarmi che qualcuna di voi si sia trovata in una situazione difficile, perché io sono empatica, io. Noi pro choice siamo empatic*, rispettiamo ogni cimitero di feti e la sofferenza di chiunque, e spesso vogliamo anche riprodurci, pensa te.

Io sarei per un rispetto generale della sensibilità e dell’intimità dell’essere umano più che di un ammasso di cellule. Oppure su un rispetto della proprietà visto che il termine va di più. Perché non puoi costruire un mondo sulla proprietà privata e poi negare alle donne quella del proprio corpo.

Prossimi digitali

Sul finire di una calda estate di riscaldamento globale e di una cosiddetta fase due della pandemia, mi ritrovo a voler fare il punto della situazione sulla prossemica. Dopo aver ristrutturato i miei luoghi della quotidianità, riscoprendomi angelo del focolare e soprattutto del balcone, ho ricominciato piano piano ad andare al supermercato e poi c’è stato qualche svago nel verde. I miei rapporti sociali tuttavia hanno acquisito una struttura nuova e, a mio parere, molto più onesta e compatibile con quel folle universo psicologico che la gente nel tardo capitalismo ha nella crapa. Ergo, non puoi mantenere reali contatti con tutti i tuoi amici Facebook e sentirti in colpa se non ci riesci. E non puoi neanche lavorare, studiare ed essere il self promoter/ social media manager della tua esistenza senza che questo ti divori il tempo libero e quello che potresti dedicare di più ai rapporti con l’altro o con l’arte.

Il rallentamento e la distanza erano e sono rimasti i temi caldi, ma qualcosa di molto piccante è anche il rapporto col digitale, credetemi. Adesso ho il 100 per cento dell’esistenza connessa, molto più di prima. Un po’ mi fa ridere come “il mondo non sarà più come prima” si sia rivelato un mettersi delle mascherine di cotone doppiostrato, e invece quando hanno inserito la messaggistica istantanea e gli smartphone nessuno ha realmente protestato nonostante abbia causato un notevole mutamento nella psiche della gente. Il mondo non era già prima come prima. Intendiamoci, gli strumenti che abbiamo sono lì da un po’, ma non si era ancora fatto quel saltino più in là, perché semplicemente abbiamo una società che predilige la presenza fisica a quella digitale. Ma perché? Se tanto non me ne frega assolutamente nulla di abbracciarti o toccarti, in base a che l’incontro fisico, il mondo fisico, è gerarchicamente superiore a una chiacchierata Skype con una buona connessione?

Non allarmatevi, non voglio parlare di una rivoluzione distopica dove la gente non ha più rapporti con il corpo dell’altro, dico sono di demistificare l’incontro fisico, soprattutto quando spostarlo sul digitale poterebbe un miglioramento nella società. Mi pare che la società pecchi molto di alienazione, ma non sia minimamente colpa del digitale. Il digitale modifica solo la prossemica delle cose, come lo fa il metro di distanza, ma al contrario.

Per questo io ci definirei prossimi digitali. Perché siamo molto più vicini grazie al digitale e siamo prossimi ad una società sempre più digitale. E questo non deve essere per forza visto come una catastrofe.

Se continuiamo con le vignette della gente in bianco e nero che non si parla e guarda solo lo smartphone senza capire che il problema non è lo Smartphone ma la vignetta, non ci salveremo facilmente dall’estinzione secondo me. Il Nuovo Ordine Mondiale, per usare un lessico complottista, è davvero lì dietro l’angolo ma demonizzare il digitale è controproducente. Prima di tutto digitale non vuol dire per forza social, e quindi non vuol dire per forza rispecchiare il proprio ego, per seconda cosa bisognerebbe avere un pensiero più pratico.

A mio parere durante il Lockdown si è mosso qualcosa in questo senso che, no, non lascerà il mondo come era prima. L’home office, al di là di tutte le diatribe sulle bollette e varie (che condivido in pieno) rende lo spostamento non necessario. Questo significa un sacco di inquinamento in meno. Se abbattiamo le distanze con il digitale e modifichiamo la prossemica del quotidiano, non solo limitiamo i contagi fra asintomatici ma salviamo il pianeta. No, il Virus non è la provvidenza. È solo la nostra risposta al virus che potrebbe essere provvidenziale. Il semestre digitale è stato traumatico per molti ma ha dato anche la possibilità a gente rimasta bloccata in Lockdown in paesi stranieri di partecipare comunque ai seminari aprendo anche la domanda: e perché allora ho dovuto fare richiesta di tremila borse di studio per andare a vivere in un paese dove il costo della vita è più alto se potevo avere accesso alla stessa istruzione da casa mia? I governi di estrema destra hanno ben pensato di levare la Visa e rispedire a casa gli studenti che studiavano online, ma questo significa anche che quindi le persone dei paesi in via di sviluppo potrebbero tranquillamente studiare in un’università straniera dovendosi pagare “solo” le tasse universitarie, senza rottura di palle di trasferimenti più o meno desiderati e lunghe trafile burocratiche? Progetti tipo Coursera e simili esistono già da tempo, ma sono l’eccezione e non la regola. “Eh ma non tutti hanno la connessione internet, non puoi fare la scuola online perché non tutti possono permettersela”. E se Internet diventasse parte integrante anche della didattica e venisse di conseguenza direttamente fornito dalle istituzioni scolastiche? Chiaramente sto parlando di istruzione secondaria, lo so anche io che i bambini devono tirarsi la terra a vicenda altrimenti non sviluppano le giuste abilità sociali. Viva la terra in bocca, abbasso gli schermi.

Quello che bisogna capire come società, e come generazione Millennials, è che non ha più senso spaventarsi e citare Orwell ma bisogna agire in maniera costruttiva e usare gli strumenti che abbiamo per risolvere i problemi, non per crearli. Basta rimanere nel giusto mezzo e a 1984 o Black Mirror non ci arriviamo. Servono schermi più amichevoli alla vista, più competenze digitali e politiche specifiche. E invece, anche in questo, ci occupiamo molto più della censura (vedi caso Pillon e parental control) che di un utilizzo più democratico della rete che tanto, diciamocelo chiaramente, con la vendita dei dati e biscottini vari, è decisamente pornografica di per sè. Se si pensa a quante ricerche non sarebbero rimaste bloccate se qualcuno avesse pensato di più a digitalizzare gli archivi! Ma queste sono tante delle gocce che conosciamo. Per citare Dark, quello che non sappiamo è un cceano.

Tornando alla prossemica del quotidiano, in un mondo più digitalizzato non scomparirebbe affatto. Rimarrebbe l’importanza della mimica, il concetto di presenza del sé e dell’altro. Ci si farebbe solo più caso, come in un esercizio di teatro dove seguendo la musica il gruppo si deve muovere in modo da riempire tutti gli spazi, senza urtarsi. Forse in realtà, la presenza fisica acquisirebbe uno status differente, più meditativo che solo gerarchicamente superiore. Meno mistico ma più attento. E forse in tutto questo ci sentiremmo anche più parte del tutto che un unico inutile selfie.  

Nelle chiamate skype riusciamo a vedere sia noi stessi che l’altro (senza mascherine). Dovremmo davvero concentrarci sull’intrigante prospettiva di analisi fra mezzo, messaggio e interlocutore che la situazione comporta invece di star lì a sistemarci i capelli. No?

In questo video (TW: c’è la mia faccia) vedete una giovane me venuta a contatto da poco con l’universo Lockdown che si racconta. La serie dei Corona Dating ideata da Chris è uno spunto molto interessante sulla realtà del quotidiano di qualche mese fa. Se vi piace quello che fa ( tipo avvicinare le persone che scrivono Blog per creare contenuti assieme) seguitelo.

Ciao, ti ricordi quando mi hai stuprata?

Trigger Warning: Violenza psicologica, stupro, victim blaming

Premetto che mi sono rotta le pigne delle narrazioni melodrammatiche, e il mio #metoo è decisamente più un #purio ma l’argomento è forte quindi ho ritenuto necessario rispettare la sensibilità altrui. Non siete costretti a leggere l’ennesima storia di stupro, e mi fa paura la parola anche a me. Poi solitamente vi pubblico cosine di scrittura creativa, quindi se volete fuggire perché non è il momento, lo capisco. Ringrazio coloro che andranno avanti considerate le premesse.

Ci ho messo più di tre anni ad usare la parola con la s., e preferisco tuttora dire che sono stata vittima di violenza o che mi hanno costretta a fare sesso. È stata la mia psicologa a dirmi che quello che le stavo raccontando era a tutti gli effetti, senza alcun minimo dubbio interpretativo, una violenza sessuale. E sentirselo dire non è stato bello, perché non volevo fare la vittima. Specie dopo anni. E quello che succederà con questo articolo è che riceverò un sacco di “mi dispiace”, “oh, non lo sapevo”. Lo so che non lo sapevate, non lo sapevo neanche io. Era stata una cosa così brutta che l’avevo cancellata dalla mia memoria e ne avevo parlato in maniera veramente vaga e autoironica, colpevolizzandomi lì per lì.

Il motivo per cui ho deciso di tirare fuori questa storia è che ho pensato che se la me di qualche anno fa l’avesse letta forse si sarebbe comportata in maniera diversa, si sarebbe forse voluta più bene. Vorrei avesse uno scopo didattico, un’educazione al consenso che manca da entrambe le parti troppo spesso. Il fatto che fra le donne giri sempre di più lo slogan “Rispetta te stessa, impara a dire di no” vuol dire che per un po’ di tempo i nostri no avevano l’impatto di una vaga eco lontana, fuori da comuni sistemi di comunicazione, dei no estranei al linguaggio, un po’ alieni. Io non credo che uno possa nascere senza amor proprio ma credo che sia molto facile che impari a negarselo nella società in cui vive.

Nonostante io già all’epoca non fossi estranea agli ambienti femministi e qualcosa a riguardo avessi letto, non sono stata minimamente in grado di reagire. E non parlo del momento stesso in cui avveniva la violenza, di quello non mi incolpo più dopo aver letto che ci sono studi specifici sull’immobilità delle vittime, ma del dopo. Avrei dovuto denunciare, avrei almeno potuto tentare, avrei almeno potuto descrivere la cosa per quello che era. E invece ho continuato ad uscire per settimane con questo ragazzo, che mi mandava almeno sei selfie al giorno, che non sembrava minimamente percepirmi come un essere umano, che mi chiamava la sua ragazza nonostante io avessi messo in chiaro che stavamo solo uscendo assieme, e mi toccava il sedere in pubblico come fosse-non lo so io-roba sua.

Ma voi vorrete i particolari adesso, perché chi ve lo dice che non sto esagerando? Che in fondo, dai, ci stavo e che tutta la caterva di sintomi psicosomatici che sono comparsi dopo sono una curiosa coincidenza, qualcosa che viene da quel regno estraneo al reale dove vagano tutti i no inascoltati e che forse non esiste. A questo punto vorrei ringraziare la mia amica Melissa, perché se non avesse avuto il coraggio lei, da giornalista, di metterci la faccia e raccontare il suo s., non ce l’avrei mai fatta neanche io.

Era un pomeriggio soleggiato ed era la prima o la seconda volta che uscivo con questo soggetto. Non mi ricordo cosa avevamo fatto ma era qualcosa di tranquillo tipo prendersi un gelato, camminare in centro o pianificare come riprenderci i mezzi di produzione. Mi dovrebbe riaccompagnare a casa in auto ma mi chiede se voglio invece andare da lui. Io, che non sono nata ieri, gli dico esplicitamente che sì, ma non ho intenzione di fare sesso con lui. Lui ride imbarazzato, credo per l’imbarazzo ma onestamente non lo so più, e dice che vuol solo farmi vedere casa sua e che ci sono pure i suoi. Dico che va bene, mi sento stranamente rassicurata dal fatto che ci sono le persone che lo hanno generato, e il pomeriggio prosegue tranquillo. Mi fanno vedere la casa, ci sono dei murales carini, la casetta in fondo all’orto e un gatto tanto tenero. Dopo aver mostrato che ragazzo per bene con la famiglia per bene lui sia, insiste per andare in camera sua. Io, che continuo a non essere nata ieri, chiedo che cosa ci sarà mai di così interessante in camera sua. È la camera di quando era piccolo, adesso in realtà abita da solo per via del Dottorato e non c’è praticamente nulla. “Ti faccio vedere i libri”. E chi penserebbe di venir stuprata da uno che ti dice che ti fa vedere i libri? Parecchie persone, perché le due cose non hanno la minima connessione. Mentre fissavo la libreria, piena di interessanti graphic novel politiche e vecchi libri scolastici, il soggetto chiude la porta a chiave. Quando gli ho chiesto perché lo avesse fatto non mi pare di aver ottenuto una risposta, o forse non gliel’ho chiesto, pensando che fosse normale magari per lui chiudersi a chiave in camera perché c’è gente che lo fa. Io non l’ho mai avuta la chiave di camera mia, ma anche l’avessi avuta non l’avrei usata per stuprare qualcuno, vi assicuro che l’idea di fare sesso con qualcuno di insicuro della cosa già mi spegne assai, figuriamoci se voglia dire andare contro la sua volontà. Ed ecco che viene in gioco la mia, di volontà. La stanza è chiusa, io continuo a rileggere tutti i titoli della libreria, come in un mantra escapista, e lui si siede nell’unico posto dove ci si può sedere ovvero il letto. Io continuo a mantenermi lontana ma lui comincia ad essere più insistente del mantra nella mia testa. “Dai vieni, siediti un po’ qui”. Non mi ricordo neanche se riuscivo a guardarlo negli occhi, ma dopo un po’ mi sono seduta, mi pare dalla parte opposta. “Vieni qui”. Credo di aver detto no numerose volte, già lo avevo detto prima, ma come ho detto prima rimanevano un po’ nel regno alieno del nulla. E poi ci sono finita io, rigurgitata dal buco nero. Ho smesso di oppormi a qualsiasi cosa, ho provato a lamentarmi del fatto che le persiane fossero alzate, che io non faccio l’amore con così tanta luce, non mi piace. Ma tanto quello lì non era mica fare l’amore. “Ma, no, dai, sei bellissima”. Ci sono pochi momenti nella vita in cui si vorrebbe essere brutte, questo è uno di quelli. Ho sperato che improvvisamente provasse un qualche ribrezzo e si allontanasse schifato ma non è successo ed è riuscito a spogliarmi. Ero una marionetta, mi si poteva muovere a piacere. Poi ad un certo punto però, fortunatamente, mi sono rotta. Sono scoppiata in un pianto nervoso con singhiozzi così forti che, uhm era meglio fermarsi anche per lui. Non capivo cosa mi stesse succedendo, ero anche imbarazzata per la reazione. Mi sono messa in un angolo del letto e ho smesso di rispondere a qualsiasi cosa. Non lo sentivo più. Non lo so quanto sono stata in quelle condizioni, mi ricordo che continuavo a tremare ma non mi pareva di avere freddo. Dopo un incerto lasso di tempo lui mi chiede: “Stai meglio? Possiamo continuare?”

Come è andata avanti ve l’ho già detto. Volevo sistemare le cose, volevo fare finta di nulla, mi sono data la colpa per anni e si è susseguita una lista di cose banali successe ad altre millemila persone perché il pattern è sempre maledettamente uguale. Quando ho chiuso, qualche settimana dopo, con quello che non era neanche il mio ragazzo, lui ha commentato dandomi, con un’incredibile originalità, della vacca.

Per generazioni abbiamo creato questo immaginario dello stupro di notte, nel vicolo, dello sconosciuto maniaco, mentre le statistiche parlano chiaro: sono gli amici, sono i famigliari, sono i mariti, sono quelli con cui esci che ti presentano i genitori. Ed è bene che questa cosa sia sempre più chiara, che se sento un’altra volta la storiella degli immigrati cattivi giuro che mi levo la mascherina solo per sputarvi. E basta con “succede nelle periferie” e basta con i “giganti buoni” e i “vecchietti arzilli”, vaffanculo agli “amori non corrisposti” e i “raptus di rabbia”.  Sono cresciuta con una cultura sessista e misogina, ho interiorizzato un odio per il mio stesso genere e il victim blaming, ho stigmatizzato la mia sessualità e ho finito per essere l’ennesima vittima inconsapevole. E non sapete quante di queste storie continuo a sentire tutti i santi giorni e non sapete quanti no rimangono nella dimensione sensibile parallela, quanta gente viene risucchiata più o meno silenziosamente.

Ma ora basta., veniamo al titolo. Il soggetto mi ha ricontattata durante il lockdown; è successo un po’ a caso e grazie a questo blog, e mi ha contattata come se nulla fosse comestaicosafaiehilcovid. Non solo l’impunità ma una spensieratezza che mi ha uccisa nuovamente. Poi il mio ragazzo mi ha convinta: “Parlaci!”. Ebbene, esistono conversazioni che non esistono e iniziano con “Ciao, ti ricordi quando mi hai stuprata?”. Esistono luoghi in cui era abbastanza normale che non ero tanto sicura, già, ma che lui l’ha pagata col karma dopo, e si dispiace davvero, ed è contento che questa conversazione mi aiuti in qualche modo. Non ha negato nulla, ma ha negato tutto. E io avrei potuto denunciarlo, piangere un pochino più forte, sbattere contro la porta, picchiarlo fino a che non rispettava i miei spazi, indossare una t-shirt con scritto “No means no” magari in italiano, avrei potuto imparare il russo meglio, tagliarmi i capelli più corti, leggere meno Jane Austen e avere un altro nome. Avrei potuto fare tante cose, ma chi mi avrebbe comunque creduta? La verità? Nessuno. Bisogna arrivare al sangue, alle botte visibili, altrimenti è tutto solo un ricamo della percezione su un tessuto di normalità sbagliate.

Ed è con questa consapevolezza che scrivo questo articolo, riportando indietro la vecchia me che era rimasta bloccata nel buco nero e promettendovi che il gender è solo la prima tappa. Che vi decostruiremo tutto, un pezzetto alla volta, vi leveremo da quel piedistallo dove vi siete ritrovati ma lo faremo con la didattica e una narrativa nuova. Che scriveremo cosa deve essere scritto, che diremo quello che deve essere detto e che coi nostri no ci costruiremo un mondo migliore dove se uno ti stupra, almeno ti fa la cortesia di accorgersene. Perché non ci sono solo singoli colpevoli, c’è un problema strutturale le cui fondamenta stanno solo leggermente iniziando a vacillare. E io voglio vedere queste statue dorate cadere come è caduta la mia dignità di persona quel pomeriggio. Voglio che tremiate almeno un quarto di quanto io stia tremando mentre scrivo questo articolo.

Voglio che la sensibilità finisca al potere. Non voglio vendetta, voglio la rivoluzione.

Se sei vittima di violenze chiama il 1522 in Italia e lo 08000 116 016 se sei in Germania ( Il Beratung risponde in 17 lingue, fra cui l’italiano ). Chiama, dai.

OMOFIS_ Curriculum Vitae di una generazione

Non si è fatto altro che parlare di home office, durante questo primo Maggio di Quarantena. La definizione di smart working, molto simile a quella di flexitime, è quella di un lavoro con determinati orari fissi ed altri flessibili, o sempre flessibile. Cugino dello smart working è appunto l’home office, il telelavoro. Qui la definizione non si concentra sulla flessibilità ma sul luogo. E quanto mi piacerà parlare di luoghi durante questo Lockdown.

Ci stiamo tutti concentrando per lasciare un segno, una testimonianza di questo Zeitgeist perché è un pezzo di storia. Tutti si sentono autorizzati a pubblicare qualcosa, se non obbligati. Ebbene non c’è bisogno di una pandemia per trovare dello Zeitgeist. Io nei racconti della #queneauchallenge ci inciampo spesso, e in realtà basta leggere il mio curriculum vitae.  

Pare che l’equilibrio casa-lavoro sia l’indice con il quale misurare il tutto, e allora farò così ma partirò dall’inizio.

 Sono nata del 1993 e, qualche anno di scuola dopo, come molti secchioni della mia generazione ho iniziato a guadagnare con le ripetizioni. Inizialmente erano i figli degli amici di famiglia, poi la clientela si è allargata a tutti coloro che non capivano i polinomi. La mia capacità imprenditoriale non era il massimo, non c’erano ancora i social, ma anche se non avevo la self promotion potevo contare sul passaparola. “Ho saputo che lei dà ripetizioni di materie umanitarie anche” “Umanistiche, intende” “Tipo italiano?” “Sì”. L’omofis all’epoca era una vera pacchia, avevo sempre le caramelle sul tavolo e dopo il primo mese riuscii a comprarmi il mio primo portafoglio da sola. Ah, il lavoro, che soddisfazione!

Il lavoro da casa durò poco, e anche lo smartworking del poter dire “No, Marco, ho io la verifica domani, il ripasso a te lo posso fare Giovedì”. Lavoro indipendente ma ancora problemi ad ottenere il permesso di uscire la sera. Durante l’università un po’ continuai e un po’ cominciai ad accorgermi che sarei dovuta uscire di casa per chiamarlo davvero lavoro, e forse avere un contratto. In quegli anni i contratti comunque non andavano tanto, andava molto di più l’omofis e con i miei amici secchioni cercammo di fondare una comunità di ripetizioni. Non fece esattamente la fine della Apple. Mi ritrovai in estate a fare un’ora di bus e una passeggiata in salita per dare lezioni di italiano a dei bambini russi molto carini. Qualche altro marmocchio di nazionalità varia, e poi decisi che era il momento: “Devo fare la stagione”.

Da noi fare la stagione, ovvero lavorare come uno schiavo solitamente a nero e con orari improponibili tutta l’estate, era un po’ l’unica per fare dei soldi che si potessero chiamare tali. Avevo amici che erano abituati a fare la stagione e mi era sempre parsa quella cosa che mi avrebbe fatto svoltare. Probabilmente l’angolo. Trovai, dopo aver letteralmente consegnato a mano a tutti gli alberghi del lungomare il mio curriculum vitae, un posto in un ristorante abbastanza vicino casa. Non era omofis ma era molto flessibile nel senso che era a chiamata. Mi aveva trovato il posto una mia amica e mi aveva raccomandata. Col Cv che avevo, da intellettuale inutile, senza raccomandazioni non mi avrebbe mai presa nessuno. Un mio amico che faceva filosofia ci mise un sacco per essere accettato come aiuto pizzaiolo. La gente crede che i meme non esistono, e si sbaglia. C’era sempre stata una netta divisione dei ruoli, e se avevi passato i pomeriggi a fare i certamen di latino non è che potevi venirtene fuori con la storia di voler fare il cameriere, perché era un sogno irrealizzabile. Nel mio posto da raccomandata le cose si fecero molto dure subito, venivo bullizzata persino dall’altra cameriera. “Quando ho detto di pulire le posate con l’aceto non intendevo quello, ora lo devi rifare”. Ci rimasi fino a mezzanotte e mi immaginai tutti i punti in cui avrei potuto infilargli la forchetta e farle molto male. Quell’estate durò poco perché il troppo lavoro mi fece ammalare, e non in senso metaforico. Bastò mancare il giorno di Ferragosto per farmi licenziare senza neanche aver mai visto un contratto di assunzione. Mesi dopo, dopo numerose telefonate, mi toccò recarmi di persona per prendere quei 2,50 euro l’ora del periodo di prova, senza il conto delle ore. Forse avrei dovuto dargli ripetizioni di matematica.

La stagione finì prima del solito, e io mi ritrovai sola in un imbarazzante colloquio per poi ricominciare l’inverno senza un soldo guadagnato con il mio sudore. “Lei ha scritto che parla inglese, ora vediamo” . Ero appena tornata dall’Erasmus in Inghilterra. “Sono appena tornata dall’Erasmus in Inghilterra”. Il tizio mi chiese i nomi dei cibi e quando iniziai a parlare in inglese mi disse: “No, ma io non lo so così bene eh, ci serve gente che parli le lingue ai tavoli e basta”. Non che per questo mi avrebbero pagata di più, aumentava solo il livello di sfottimento.

Ritornai al caro, vecchio omofis e mi informai se potevo fare qualcosa nel sociale, aiutare gli altri. Finii in un centro per migranti e rifugiati ad insegnare Italiano. Non era omofis ma quasi. Avevo le chiavi, una motivazione etica e a volte pure il riscaldamento. Una delle esperienze migliori della mia vita, il volontariato si tramutò in lavoro vero. La cosa non poteva però durare a lungo, erano sempre incerti i finanziamenti, se come quando e perché. Abbandonai il luogo a malincuore.

Ed eccomi che rappresento il giovane italiano che scappa all’estero per trovare lavoro, senza neanche saperlo. I giornali si interessano alla mia storia, divento uno strumento da piedistallo o da pomodori marci, a seconda dei casi. “Abbasso tutti i traditori dell’Omofis! In Italia il lavoro c’è per chi ha voglia di lavorare!” “L’attuale governo fa schifo e per questo i giovani si trovano a fuggire dall’Omofis, questi angeli coraggiosi”. Porca pigna. Dall’altra parte ero l’immigrata che ruba il lavoro e allo stesso tempo chiede i sussidi statali. Ero lo Zeitgeist in persona e mi portavo l’Omofis nel cuore. Non so quanti tedeschi fremessero all’idea di fare le Au-Pair, fatto sta che avevo di che vivere senza chiedere ai miei genitori, che è quella cosa che uno per crescita personale dovrebbe essere in grado di poter fare in un paese civile (durante e) dopo gli studi. Almeno in un paese fondato sul lavoro, immagino.

Sembrano carini, sorridono con tutti i denti, mi pagano al mese, ho un contratto e posso vedere la Grande Città. Era tutto Omofis, nel senso che l’equilibrio casa-lavoro non era un equilibrio ma un’unica cosa. Lavoravo dove vivevo ed ero potenzialmente sempre in servizio. A quanto pare avere un contratto non voleva necessariamente dire avere anche molte tutele. Avevano stampato un contratto facsimile degli anni 60 scritto in quella lingua che non conoscevo e mi avevano manipolata sapientemente fino a far sparire il giorno libero. Potevo uscire solo quando volevano loro, organizzarsi la vita era abbastanza impossibile e a cena mangiavano tutte le sere sempre e solo pane e affettati. Al cosiddetto Abendbrot, e ai bambini, finii per affezionarmi ma dopo sei mesi riuscii per la prima volta a discutere in tedesco e mandarli a fanculo. Mentre mi sognavo ancora Maike che mi diceva che sotto al tavolo non avevo ancora pulito bene e che non potevo addormentarmi mentre la lavatrice andava, cercavo disperatamente un nuovo Omofis.

La seconda famiglia mi offrì un part time che copriva solo e soltanto l’affitto della casa sopra la loro. Ma era una famiglia carina, umana. Era un bell’Omofis fino a che non mi sono finiti i soldi e in Germania sono cazzi se non puoi pagarti l’assicurazione sanitaria. Volevo tornare all’Università, il mondo del lavoro forse non era fatto per me, ma prima mi serviva un livello più alto di tedesco. Nel frattempo i miei amici mi invidiavano la Grande Città, e credevano che me la godessi come un gufo. Qualcuno di loro era in procinto di iniziare la stagione, qualcuno aveva trovato miracolosamente qualcosa di nuovo e molti mi chiedevano se secondo loro sarebbero dovuti partire. Pochi mesi dopo qualcuno partì, e nell’Europa Pre Brexit l’Inghilterra andava più della Germania. Tutti quei cazzo di verbi in fondo non se li voleva sorbire nessuno neanche per l’Omofis più soffice del mondo.   

Il Job Center mi disse: “Non possiamo pagare tutti quelli dell’unione Europea!”. Per un attimo mi chiesi se la Germania non fosse in Europa. Feci loro causa e lì iniziò il mio Addio all’Omofis. Un po’ come Lucia ai monti, Casa non la vidi più. Avevo tre lavori, due lavori al giorno e il terzo per il weekend. Non ero mai ferma e a volte mi capitava di tornare a casa la sera esausta e accorgermi di mobili che non ricordavo di avere. La mattina dovevo alzami prestissimo per andare a fare supplenze negli asili, che significava soprattutto cambiare pannolini alla velocità della luce, il pomeriggio avevo i bambini più grandicelli di casa e il fine settimana lo passavo nel Museo del Silenzio, che è in effetti l’esatto contrario di un asilo. Esperienze forse molto belle se scisse, ma insieme mi portarono ad un terribile Burn Out corredato da Crisi Esistenziale dei 25 Anni ( Accertata da scientificissimi articoli del Vice) e non mi fecero neanche diventare benestante.

Con l’ammissione all’Università seppi di poter mandare, amorevolmente, a cacare almeno due lavori grazie alla borsa di studio. “Ce li avessi io tre lavori, ahaha, ma quanto lavoro c’è in Germania?”. Non so quanto ce ne fosse all’epoca ma c’erano inserzioni anche nella metro.

Abbandonai per prima l’Agenzia Interinale. Gli asili mi mancano a volte, ma non mi manca l’azienda che mi manda a lavorare di notte per poi dirmi che però la notte non è pagata perché potevo dormire. Peccato che stessi dormendo in un centro per bambini che sono stati allontanati dalle famiglie dai servizi sociali e ci fosse Moritz che andava a prendere i coltelli in cucina la notte e Hans che teneva la radio sempre accesa.

Riassaporare l’idea di avere del tempo libero di nuovo, di poter visitare nuove cose e tornare a scoprire Berlino, mi riempì di gioia così tanto che pensai di iniziare a vendicarmi. In maniera metaforica. Ora che sapevo il tedesco aprii la partita iva e iniziai a tradurre negli uffici pubblici agli italiani appena arrivati. Quando riuscivo a difendere qualcuno era un po’ come tirare una bomba carta al sistema, e anche se non ho mai tirato una bomba carta sento di poter agilmente usare la metafora grazie ai miei studi su Zerocalcare. Non ci guadagnavo un granchè, e avevo mantenuto il lavoro nel Weekend, ma era una soddisfazione incredibile quando i clienti ottenevano i sussidi. La cosa assurda del Job Center è che ti parla solo in tedesco e un mediatore vero (non quelli morali come me) non se lo può permettere nessuno di quelli che ha bisogno dei sussidi. “Brava figliola, trova i buchi nel mercato, crea l’offerta” diceva dentro di me nessuno.

Uno dei miei clienti un giorno mi fa “Ma perché non me lo insegni il tedesco?”. Ed eccoci lì, il cerchio della vita, l’Omofis. Università e Ripetizioni Private, stavolta però con partita Iva perché qui non è proibitivo essere legali. Ero tornata me, era come festeggiare il Primo Maggio tutti i giorni.

E questo primo Maggio 2020 io l’ho passato ripercorrendo la mia storia per ricordarmi che se adesso posso permettermi il formaggio vegano alle mandorle è solo merito mio. Perché chi dice che più lavori più guadagni, è un cospiratore neoliberale col distacco dalla realtà. L’importante nella vita è l’Omofis, lavorare sentendosi a casa.

Il mio Omofis per adesso la crisi non l’ha sentita, e mi ritengo molto fortunata. Ho il telelavoro con orari che decido io con un’azienda che ha sede comunque a 30 minuti da casa mia, non rischio il licenziamento se mi viene la cistite ma anzi mi pagano la malattia, e sono lì grazie alla mia laurea triennale. Una cosa così, qualche anno fa, non sarei neanche riuscita ad immaginarmela. Se dovessi perdere il lavoro, o dovessi andarmene, saprei reinventarmi. Non siamo di certo una generazione che avrà il lusso o l’onere di fare sempre lo stesso lavoro, stiamo tutti sperando che crolli il mercato immobiliare così da poterci permettere forse una casetta e quello che vogliamo, in fondo, è solo della dignità e un po’ di Omofis.

Fate delle leggi che lo rendano possibile. O aspettatevi le bombe carta.

E voi come descrivereste il vosto Omofis? Che esperienze avete avuto col mondo del lavoro in Italia e all’estero?

Quando siete sul balcone, fateci caso

Oggi sul balcone splende il sole. Ho scoperto come riuscire a posizionarmi in modo da riuscire a fare home office anche con il sole sulla testa- è un po’ come lavorare all’aperto- ma non riesco a non distrarmi osservando i minuscoli ecosistemi che mi circondano, tutte quelle cose piccole, e le cose lontane, che vedo dall’alto, i personaggi del fuori. Il balcone è un posto ambiguo dove non avrei mai avuto così tanto tempo di stare se non ci fosse una pandemia là fuori. Al di là che mi piacciono i luoghi ambigui – come ogni cosa ambigua, perché l’ambiguità è talvolta l’unica cosa che si avvicina alla verità- il balcone è veramente un posto meraviglioso. Ieri due api mi sono cadute sulle ciabatte mentre leggevo e sono rimaste per terra così a lungo che ho avuto il tempo di riempire un tappo di bottiglia di acqua e zucchero come cocktail di benvenuto, e ricordarmi che dovrei comprare delle erbe da cucina per avere un terrazzo più accogliente per loro. Le vespe ci sono sempre state e credo ci sia un nido sopra la porta, e poi ci sono delle specie di cimici che si attaccano di continuo allo striscione che non riesce a star fermo per via del vento. Deve essere uno sport da insetti.

Sono passate due settimane da quando ho appeso fuori “Ich bleibe zu Hause” ovvero io resto a casa in tedesco. Nel giro di due settimane molte cose sono cambiate ed ora anche in Germania si è iniziato a prendere le cose sul serio. Qualche giorno fa sono anche uscite le multe per far rispettare determinati comportamenti, tipo la distanza di sicurezza. Io dal mio balcone la rispetto benissimo, e finalmente posso guardarmi allo specchio e vedere che no, non era una dissonanza cognitiva, era solo che ricevevo un bombardamento mediatico italiano e vivevo però in un altro paese, ma è tutto vero. Ho dei capelli sempre più orribili ma almeno vivo in maniera più coerente. E sul balcone mi riesce facile, la coerenza, lo scrivere, l’osservare e il farci caso. A cosa?

 Sono un essere coerente in un luogo ambiguo e faccio caso a più cose perché ho più tempo mentale, molto meno stress e anche qualche ora in più a disposizione perché non devo più fare la pendolare per 45 minuti andata e 45 minuti ritorno fra Università-Ufficio-Casa. I miei luoghi sono la casa, il balcone e il fuori, questo enorme abisso che comprende il Supermercato, il giardinetto di quelli di fronte, le biciclette a noleggio gratuito, la farmacia e la strada davanti casa.  Improvvisamente mi basta. Internet riesce a darmi quasi tutto quello di cui ho bisogno, abbiamo creato infiniti modi di reorganizzare il sociale nel digitale e ora stiamo facendo solo qualche passetto in avanti più velocemente. A me nessuno rivolgeva la parola per otto ore in ufficio, con l’home office almeno ho la compagnia delle api che ronzano. Non sarebbe mai stato lo stesso se la pandemia fosse scoppiata in pieno inverno, non avrei avuto questa esistenziale primavera sul balcone, ma io ora voglio parlare di qui ed ora.

Ho sempre vissuto in case col balcone. Per me è sempre stata una priorità, quando dovevo affittare casa, e preferisco andare a trovare gente se almeno ha una terrazza da offrire, o una vetrata ampia. Mi sono chiesta il perché. Non basta questo incredibile fetish per l’ambiguità, deve essere un’ambiguità speciale. Credo che sia per la politica del balcone. Il balcone è un borghese confine tra il pubblico e il privato. Mi posso sdraiare sulla sdraio e masturbarmi senza che nessuno mi veda, ma al contempo posso appendere uno striscione con le mie idee che tutti possono leggere, è una sintesi perfetta della democrazia.

La nostra vicina si è lamentata qualche giorno fa dicendo che è illegale appendere striscioni sul terrazzo. “Non vede che nessun altro lo fa? Secondo lei perché?”. In realtà non è affatto illegale. La legge dice solo che il proprietario del condominio potrebbe richiedere di rimuoverlo in caso danneggi la convivenza  fra coinquilini in qualche modo. Ovviamente “Io resto a casa” non poteva dare noia a nessuno, e quindi è ancora lì.  Ma invece “ Dove sono i 49 Milioni” e simili implicite frecciatine, a chi avevano dato noia? Gli striscioni contro Salvini avevano scatenato mesi fa oltre ad una meravigliosa performance collettiva, una vera e propria diatriba legale fra chi sosteneva la legge costituzionale e cose simpatiche come la libertà di espressione, e quelli che se ne erano molto originalmente venuti fuori con una norma di un decreto legge del 46 che punisce chi disturba una propaganda elettorale. Pensate a quanto casino si può fare con un balcone, dei pennarelli e un lenzuolo.

Quando pensiamo ai luoghi della politica si pensa spesso al Parlamento, ai vari gruppi di persone ben omologamente vestite che discutono rappresentandoci per via indiretta. E quelli sono indubbiamente luoghi politici. Poi abbiamo le strade e le piazze, dove possiamo creare giganteschi cortei per gioire o protestare arrabbiati pro o contra qualcosa. Questi sono i luoghi principali della politica, ormai quasi stereotipati nel loro essere politici, e forse anche anacronistici in certi contesti. In realtà le sale parto sono luoghi politici, le sale d’attesa nei consultori, le fabbriche sono luoghi politici, le cucine, le case, ma non voglio andare in questa direzione. Quello su cui voglio concentrarmi è il concetto di distanza. Se con la pandemia non possiamo stare uniti fisicamente, non possiamo più fare politica? Uniti ma vicini è davvero uno slogan possibile? Ma certamente. Ma anche dopo il Covid, se un preciso post-Covid ci sarà. La Butler nel capitolo “We the people” in “Notes Towards a Performative Theory of Assembly”, ricollegandosi alle analisi della Arendt sugli spazi politici, analizza l’utilizzo della tecnologia e si pone domande simili a: “Ma le persone che partecipano virtualmente alle proteste, seguendo le dirette ad esempio, sono parte della protesta?”. Una vera risposta non c’è, è uno spazio ambiguo come il balcone. Ma le idee vengono diffuse e lo spazio politico si amplia, muta, fluidifica. Ebbene, pensare che si rischi la dittatura perché si è costretti a stare a casa è come pensare che si morirà di fame perché è finita la pasta al supermercato.

Non tutti hanno un balcone e lo so bene, come molti non avevano anche prima altri strumenti democratici, come alcuni neanche avevano la visibilità politica fino a qualche anno fa, e i diritti civili se li sognavano la notte. Ma voi, voi che avete un balcone, non datelo per scontatelo e prendetevene cura. I balconi hanno la possibilità non solo di collegamento virtuale ma anche fisico, in alcuni edifici è proprio facile sputare nel balcone di sotto o porgere le mutande cadute con fare imbarazzato al vicino. O organizzare concerti patriottici, ok. Non sono una grandissima fan di bandiere e inni, ma apprezzo la teatralità del tutto. Spesso gli spazi artistici sono spazi politici, e il balcone è un’ambiguità che possiamo sfruttare al massimo in questo periodo. In Italia abbiamo una spiccata tendenza alla teatralità. Il Signore vestito da Zorro che viene bloccato dalla Polizia a Milano perché dal balcone lascia scivolare uno striscione con su scritto che sarebbe meglio rimanere umani, è e forse rimarrà il mio performance artist politico preferito ( Scusa Marina, scansati). Se c’è una cosa di cui il mio paese mi rende fiera è questa spontaneità ed esagerazione nei gesti. E i balconi sono palcoscenici gratuiti, bisogna scegliere solo se fare le Giuliette o i Mussolini. Il balcone è la perfetta fusione fra i cazzi tuoi e la cosa pubblica, è una rottura della quarta parete politica. A Pamplona la gente ha protestato contro la polizia facendo rumore con le pentole dai balconi, molte manifestazioni a Berlino si sono spostate in questi giorni sui balconi illuminati dalle prime giornate di primavera. Non voglio dire che la sinistra debba ripartire dai balconi, non voglio dire che non ci siano rischi, perché come per qualsiasi strumento e luogo i politico i rischi sono sempre dietro l’angolo. Ma fateci caso. Fermatevi ad ascoltare le api. Quando siete sul balcone, fateci caso.