VAI VIA! Albo illustrato

Lo sapevate che ho scritto un libro per bambini e lo ha illustrato la bravissima Tiziana Ricci? No, immagino. Ecco ora lo sapete, fine del marketing. Se lo volete comprare e finanziare due giovani belle ( sto scherzando, a nessuno frega una pippa se siamo belle o no e l’ho scritto per sottolineare quanto sia scemo e quasi offensivo quando la gente lo scrive solo perchè sei una donna) artiste indipendenti, vi lasciamo il link in fondo. Se non siete nel mood di finanziamento ma siete curiosi, vi annunciamo in anticipo che ci sarà un giveaway con un piccolo gadget se continuate a seguirci sui social ❤

Come nasce il libro?

Siamo liete di annunciare che la storia di Margherita, dopo aver zampettato sul palco, si è rifugiata in un libricino. Il progetto “Vai via!” messo in scena da Fare Teatro – Pisa nella Lezione Aperta del laboratorio dedicato ai più piccoli e coordinato da Margherita Guerri e Flaminia Vannozzi nel Maggio 2018 e tratto dall’omonima storia di Alice Rugai aka Muitoevoli, è adesso disponibile su Amazon con le bellissime illustrazioni di Tiziana Ricci – Illustrator. Consigliato per bambini dai 3 anni in su. I bambini e le bambine cattive non esistono, mentre i mostri sono dappertutto!

Autrice ed illustratrice si intervistano. Diamo il microfono a Tiziana, che mi chiede:

Raccontaci il libro in 3 parole.

Mostri, rabbia, fuga

Perché hai scelto me per illustralo?

Perchè mi piacevano i tuoi disegni e poi sei simpatica. Non mi riesce lavorare con la gente antipatica.

Ti ha soddisfatto il risultato dei miei scarabocchi?

Decisamente. Il mostro rosso con la matita è il mio mostro guida da quando l’ho visto per la prima volta. E sono molto grata di questa collaborazione dalla quale ho imparato molto.

Cosa disegnavi all’età di Margherita?

Bambine e alberi. Facevo le facce, stranamente. Mi piaceva disegnare i vestiti e avevo dei problemi col collo e con le mani.

Tutti abbiamo dei mostrini. Descrivi l’aspetto scarabocchiato di uno dei tuoi. 

Un mostrino di polvere. Arricciato. Con una penna in mano e degli occhi da gufo. Forse ha le ali. Accidenti a te adesso voglio disegnarlo e so per certo che verrà uno schifo. Facciamo che ora le domande le faccio io

Chi te l’ha fatto fare di lavorare con me?
I mostrini. Mi incuriosiva la cosa, anche capire se ero in grado di disegnare come farebbe un bambino.

Te ne sei pentita?
No, è stato interessante e alla fine ci siamo pure divertite!

Cosa diresti a Margherita se venisse a trovarti uscendo dal libro?
Meno lagne, più mostrini; ma quelli buoni.

Perché pensi che sia un buon regalo di natale? Lo pensi, vero? E per chi?
Sì, lo penso! è un bel regalo per i bimbi e anche per gli adulti. Credo che questo libro ci insegni anche un po’ che non bisogna sempre far accrescere ansie che ci fanno sentire sbagliati.

Che sapore hanno le tue caccole ovvero quale è il tuo credo artistico?

Non saprei, mai assaggiate caccole; ma le immagino tipo il gusto peggiore delle “Tutti i gusti più una”. Lascio a voi il pensiero del mio credo artistico.

VI ABBIAMO INCURIOSITI ABBASTANZA?

Kindle ( Pensato per i tablet e non per gli ereader): https://www.amazon.it/Vai…/dp/B086R2WM2T/ref=mp_s_a_1_1…

Cartaceo: https://www.amazon.it/dp/B087R5RV26/ref=mp_s_a_1_2…

Littizzetto ed altri problemi del femminismo italiano

Qualche tempo fa la Littizzetto a Che tempo che fa se ne è uscita con la seguente analisi:

 “Noi donne dobbiamo farci furbe. Smetterla di sottolineare il nostro aspetto fisico. Questo si che sarebbe il vero passo avanti. Ignoriamoligli stronzi o le stronze che ci dicono male. Mi dici che sono racchia? Pazienza. Io ho altro a cui pensare. Impegniamo le nostre forze in questioni più furbe. Lottiamo perché le paghe femminili siano uguali a quelle maschili, battiamoci perché una donna non debba mai, essere in ansia se deve dire al suo capo che è incinta. Facciamo che tutte le donne possano fare mestieri che vogliono senza pensare se è un lavoro da uomo o da donna. Questo è importante. Non far cantare la patata.”

Al di là di farmi venire la bile rosa fucsia, la Littizzetto ha reso trasparente un modo di pensare al femminismo molto italiano, che secondo me è uno dei problemi più grossi del movimento nello stivale. A me anni fa la Littizzetto piaceva, col mio primo ragazzo a diciottanni guardavamo i suoi video e si rideva come dei matti, come si faceva con Willwoosh e altre cose più discutibili tipo Gemma del Sud. Mi piaceva anche Striscia la Notizia nonostante mi facessero incazzare le veline. Credo che la Littizzetto col tempo, mantenendo i leitmotiv del walter e della yolanda, abbia adattato ai tempi la sua comunicazione. E in realtà vedere che si parla di femminismo in tv in questa maniera esplicita mi riempie il cuore e sono contenta come una matta per le generazioni che verranno. Ma c’è un ma. Non si può giocare al femminismo con la regola di chi c’ha le ovaie più grosse. Non sarebbe quello lo scopo. Mi riferisco a quel “non far cantare la patata” che pare buttato lì solo per fare il clickbait, per infervorare gli animi e far scoppiare la polemica. Ma, un attimo, che vuol dire far cantare la patata? Luciana qui si riferisce alla pubblicità della Nuvenia che ha a quanto pare rovinato la cena a molte italiane perché mostrava vulve canterine e….. il sangue mestruale. Non sia mai. Perché un’autopsia sul corpo di una donna stuprata in un episodio NCIS va bene, ma le mestruazioni sono così raccapriccianti che ti va di traverso il ragù. Ed ecco che mi sale la bile mentre scrivo, scusate.

Uno dei principali problemi del femminismo italiano è quella sottospecie di rivalità fra gruppi diversi che è estremamente controproducente alla causa comune. Peggio che PCI contro Rifondazione e PAP, il femminismo riesce veramente a tirarsi la zappa sui piedi quotidianamente. Con questo discorso è come se la Littizzetto si ponesse su un piedistallo che definisce il femminismo giusto quello delle battaglie civili, e denigra chi si batte per il livello simbolico. Già, peccato che siano la stessa fottutissima cosa. Un conto è se una cosa la dico io, un conto è la Littizzetto o la Ferragni. Loro ci dovrebbero stare un po’ più attente. E infatti, tempo due secondi ecco che mi appaiono sulla home di Facebook “E queste si credono femministe?!!? Le vere femministe si rivolterebbero nella tomba”. Di questo fenomeno di ignorare il simbolico ne parla anche Oiza Q. Obasuyi nell’articolo sulla Blackface. In entrambi i casi, una pubblicità che vuole rompere un taboo e fa un’azione positiva e un rivisitare, svuotando solo secondo la prospettiva bianca, la blackface e fare un’azione negativa, l’opinione pubblica pare non essere in grado di percepire il livello della realtà alla quale ci si riferisce, come se il simbolico fosse qualcosa di infantile e innocuo. Questo modo di pensare è lo stesso che ripudia ( molto spesso) un linguaggio inclusivo e molte battaglie del nuovo transfemminismo intersezionalista.

Il secondo problema, che purtroppo deriva anche esso da una rivalità e dalla totale incapacità di provare empatia o la minima solidarietà femminile, è lo scontro generazionale. Sì, perché anche se ci sono anche delle giovanissime TERF (Trans exclusionary radical feminism) e SWERF (Sex workers exclusionarz radical feminism), nella maggior parte dei casi si tratta di persone di una certa età. Questo è perché c’è una parte del femminismo italiano che non ha letto nulla di pubblicato dopo gli anni ottanta e di decostruire il gender come costrutto sociale non ci pensa neanche minimamente e si irrita al primo termine inglese che salta fuori. E, lasciatemi aggiungere, va bene così. Non possiamo pretendere che tutti abbiano la possibilità di fare del femminismo un’attività full time. Allo stesso modo io non potrò mai leggermi tutti i testi fondanti del movimento, perché sono tantissimi e purtroppo devo fare altre cose molto più noiose per guadagnare dei soldi. Un certo tipo di informazione è un privilegio di classe, e già questo dovrebbe farci smettere di litigare e invece è una lotta fra “ok, boomer” e “lgbtqaivwwxyz ahahahah” (Spoiler: la battuta dell’alfabeto non fa ridere nessuno mai). Susanne Gay non ha paura a definirsi una bad feminist e questo è il mantra che dovremmo recitare tutte le mattine: non sarò mai una femminista perfetta, non c’è un femminismo perfetto.

Una cosa che è abbastanza controversa è il ruolo della comunità LGBTQIA+ , automaticamente inclusa nel Transfemminismo ma spesso esclusa almeno in parte dal femminismo di differenza vecchio stampo che pare ammetta solo le lesbiche come esseri superiori. Certo sarebbe bene imparare da chi è venuto prima e chi è appena arrivato, e creare una comunità di scambio ma c’è un problema grosso come una casa: le TERF che si autodefiniscono tali ( quindi non parlo di quelle bollate come tali per commenti un po’ sgraditi-pratica che ripudio) spesso negano le identità delle persone trans, rendendo impossibile creare un safe space per la discussione, privo di discriminazioni. Diventa un aut-aut sorellicida. E se pensate che questo sia solo una disputa a livello ontologico vi invito a vedere il casino che hanno scatenato CONTRO il DDL Zan con commenti tipo “Se volevamo una legge contro la misoginia ce la facevamo da sole”. Ah sì? Potrei stare qui ancora a lungo a fare i paragoni fra la guerra fra i poveri e la guerra fra discriminati, ma saltiamo al punto quattro.

Il femminismo italiano è di un perbenismo allucinante e non si accorge di essere un femminismo prevalentemente cattolico. Per quanto le SWERF non si appoggino sempre e per forza a posizioni cattoliche, rimangono scandalizzate quando si parla di porno o legalizzazione della prostituzione. E anche qui, purtroppo, salta di nuovo fuori l’aut-aut perché non puoi avere una discussione costruttiva se una chiama l’altra “puttana serva del potere”. Ci sono posizioni interessanti fra le SWERF, che si basano sui dati che evidenziano il fallimento della legalizzazione, ma questi dati non sono in grado di dirci se a priori la legalizzazione sarebbe sbagliata. Ma che senso ha ragionare a priori se siamo in un sistema patriarcale capitalista? Ha senso, o se non altro è una possibilità che non andrebbe esclusa con un semplice evergreen “puttana”. Le SWERF non interessanti sono invece quelle che sono così immerse nel loro disgusto per la sessualità femminile, il piacere fine a se stesso e il loro stesso corpo, da non accorgersi che non è tanto normale che il sangue mestruale sia sempre rappresentato come un liquidino blu nelle pubblicità degli assorbenti. E qui torniamo all’inizio dell’articolo: purtroppo sono tutte facce di una medaglia che è un dado che è cubo di rubik.

Un commento va fatto anche sull’islamofobia. I femminismi islamici vengono negati nella loro esistenza e il velo è un simbolo di oppressione. Questo commento deriva solo da ignoranza, di nuovo totale mancanza di empatia e, per semplificare, odio verso le altre religioni. Da persona agnostica razionalista femminista trovo che ogni tipo di femminismo religioso dovrebbe avere il diritto di essere ascoltato. Finchè non mina la mia libertà ma tutela scelte altre, che a me non interessano ma per altre sono importanti, è femminismo. Punto. Dovrebbe essere molto facile da capire ed invece. Il problema dei femminismi religiosi è quando vogliono diventare la regola, vedi Pro Life e cancellazione del diritto all’aborto a prescindere per tutte. Ma a quel punto secondo me non si meritano neanche più la definizione di femminismi in quando per me il femminismo è basato sulla libertà di scelta della donna, e non sull’imposizione di un modello, qualsiasi esso sia.

Per finire parliamo del femminismo neoliberale. Mi fa cacare anche a me, il Rainbow Capitalism e i suoi amichetti, ma se la pubblicità e gli influencer sono diventati potenti mezzi di comunicazione allora non bisogna fare le schizzinose ed essere, con una minima riserva critica, contente che certi messaggi arrivino anche dalle pubblicità e dai personaggi pop. Usare il femminismo per vendere è orribile ma la pubblicità della Nuvenia è allo stesso tempo una pubblicità progresso. E non vendono Pepsi, vendono prodotti mestruali. Ci hanno fatto un favore. Quindi dipende dai casi, non si può sempre criticare appellandosi ad un assolutismo moralista, è anche questo controproducente e io mi affido alle idee di Guy Debord sul Détournement e il reinterpretare e rovesciare gli strumenti del capitalismo dal dentro.

Detto questo mi rendo conto che l’articolo è un po’ pessimista. Il problema è che non so come sia possibile superare gli aut-aut senza cadere in paradossi della tolleranza. Quello che so per certo è che il femminismo andrebbe avanti molto più velocemente se ci fosse più dialogo fra le parti, ma quello non è solo un problema del femminismo. Dovrebbe essere chiaro a tutte che il femminismo si batte per l’uguaglianza e la distruzione del sistema patriarcale. Dovrebbero esserci chiare e migliori basi scolastiche. Una volta che avremo abbattuto una serie di taboo e il femminismo diverrà davvero masticabile per l’opinione pubblica e non solo una strategia marketing, quando persino la maggior parte  degli uomini non si vergognerà più a dire “io sono femminista” allora secondo me si aprirà il dialogo. Quando si potrà parlare di masturbazione femminile alla cena di Natale allora si sarà davvero mosso qualcosa. E la littizzetto non dirà più una cosa così in tv perché sarà a tutte chiaro che l’ansia delle donne incinte è simile anche a quella di chi nasconde l’assorbente mentre va in bagno in ufficio e non usa la coppetta quando lavora perché ha paura che qualcuno la veda lavarla nel lavandino. Sarà chiaro che la realtà dei femminismi è un cubo di rubrik ma che l’importante non è far combaciare perfettamente le facce bensì tirarlo dritto in testa al patriarcato.

Queneauchallege/Esercizi di stile: 45, Fumetto

Come qualcuno avrà già intuito, questo è un altro esercizio che nella versione originale non appare. Tuttavia non credo che Queneau si potrebbe mai arrabbiare se violo qualche regola, non ce lo vedo, e quindi di sperimentazioni ne vedrete sempre di più. In realtà si potrebbe fare un’intero progetto di “Esercizi di stile” focalizzandosi solo sulla narrativa visiva, ma non volevo sforare a sto modo, volevo più che altro vedere in che modo l’immagine avrebbe potuto dialogare con gli esercizi precedenti. Il fumetto è una delle forme d’arte più incredibili che esistano, anche perchè essendo relativamente recente ci lascia ancora spazio per sperimentare. Sono cresciuta a pane e lucca comics grazie a mio padre e quello snobismo di certi ambienti culturali verso il fumetto non l’ho mai inteso tanto bene. Se nel 2015 Zerocalcare non fosse arrivato secondo al Premio Strega Giovani ci sarebbe ancora una categoria di pigne verdi che reitera il mantra del lowbrow. “Ma non è un fumetto, è una graphic novel” “è leviosa e non leviosaa”.

Comunque, questo esercizio vuole essere un omaggio al fumetto e un suggerimento per chi è alla ricerca di esercizi di scrittura creativa. Visualizzare in vignette quello che stai per scrivere, farne uno schizzo, ti fa rielaborare i diversi livelli di informazione. Io mi sono accorta già da tempo che la mia fissa per la scrittura è direttamente proporzionale allo sviluppo di film mentali. Pensare per immagini invece che per sequenze è un esercizio molto interessante, quasi come scrivere per il teatro, perchè hai una cornice più o meno precisa. Fatelo e non soffrirete più il blocco dello scrittore. Se volete saperne di più su come nasce il fumetto, come interagisce con la parola, quanti tipi di nuvolette ci sono e come i rumori e il passare del tempo vengano resi puri simboli vi consiglio uno dei fumetti più fighi che mi sia mai capitato per le mani, un cult del metafumetto: “Capire il fumetto: L’arte invisibile” (originale “Understanding Comics: the invisible art”) di Scott McCloud che fino a poco fa era disponibile in ebook per UN EURO.

Questo omaggio al fumetto vuole però essere anche un omaggio a chi lo fa. Per questo al posto di rifilarvi i miei disegnini senza faccia (ma sono ancora in tempo attenzione), ho commissionato la faccenda a qualcuno che col fumetto ci mangia. Nonostante la carta sia molto difficile da digerire, come il sistema editoriale e il capitalismo e i nomask, c’è gente là fuori che combatte tutti i giorni per farci i fumetti. Grazie, voi. Grazie Nerilefou per aver collaborato con Muitoevoli!

Lascio ora all’artista spazio per presentarsi. Se vi piacciono le sue creazioni potete seguire il suo profilo su Instagram o comprare i suoi eleganti fumetti queer di cui mi sono innamorata io.

NERILEFOU

Nasco a Firenze il 01/02/1995 e una delle prime cose che imparo a fare è prendere in mano un pennarello nero e disegnare. Mia mamma quando non sapeva più come intrattenermi mi dava una risma di fogli bianchi e creavo le mie storie. Senza mai colorarle, però. Non mi piaceva colorare, ma siccome scelsi di frequentare il Liceo Artistico Leon Battista Alberti di Firenze mi toccò un pochetto imparare a farlo. Nel 2018 finii l’Università degli Studi di Firenze e mi portai a casa una laurea in Storia e Tutela dei Beni Archivistici e Librari. Volevo tuttavia continuare a raccontare e disegnare le mie storie, così come solevo fare negli anni della mia più tenera giovinezza, così mi iscrissi al corso di Fumetto alla TheSign Academy di Firenze. Nel 2019 esce il mio primo fumetto, Maximilien Blanc, edito da GonZo Editore. Nel 2020, anno oggettivamente funesto ma al tempo stesso pregno di eventi, inizio a collaborare col collettivo Ehm Autoproduzioni, con cui ho all’attivo un’altra opera a fumetti.

Io e la mia mascherina

Io e la mia mascherina stiamo bene insieme. In questo clima di terrore medico e polemiche pandemiche, vi voglio proporre un articolo demente. Perchè alla fine ora c’è più bisogno di escapismo. Escapismo totale non mi riesce, ma da ipocondriaca serva del potere vi propongo la mia lettera d’amore per la mascherina. Scortesemente denominata museruola o bavaglio da chi non ha avuto la fortuna di vedere le incredibili proprietà di questo oggetto, scopriamola insieme. 10, anzi 11 motivi per amarla.

  1. Non devi farti i baffi. Nonostante sia molto contro la depilazione come imposizione sociale, alle volte lo devo fare, per abitudine, per un trauma che mi è rimasto da quando mi sfottevano o chissà perché. Quando ero al liceo Frida Kahlo era solo una bisessuale comunista che aveva dipinto quadri in messico e scopato, fra gli altri, Trotsky. Avere il baffo non era sta gran cosa e se eri del genere femminile poteva anche essere che tutte le genti ti sfottessero. Ebbene ora non più. Non importa quale icona bisex o gay ci sia al momento, nessuno potrà fare commenti perché nessuno vedrà i tuoi baffi. Sto pensando di farmeli crescere alla Dalì.
  2. Riscalda. Certo dipende da dove abiti ma qui a Berlino è una cosa molto comoda. Anno scorso avevo googlato “scaldanaso” in preda all’ennesimo raffreddamento imbarazzante. Solo wish mi proponeva delle cose ma non ero certa che non fossero oggetti sadomaso. Sapete come è wish. Ho pensato che forse dovevo diventare religiosa e comprarmi un niqab di lana, poi mi sono accorta che sta cosa poteva essere un po’ offensiva. Passamontagna? E poi, eccola: lei, la mascherina. Comodi elastici, posso rimanere agnostica razionalista e non mi si gela il naso. Il baffo, neanche a dirlo, aiuta.
  3. Copre il naso. Mi rendo conto che anche questo sia un capitolo di body shaming che devo rielaborare, tuttavia mi piace immaginare di avere un nasino alla francese alle volte. Posso fare come la Penelope del film ed essere qualcun altro per un po’. Alle volte mi chiedo come sarebbe stata la mia vita se avessimo sempre dovuto portare le mascherine. Nessuno al liceo mi avrebbe sfottuta per il naso aquilino, magari il figo della 3B si sarebbe innamorato di me, sarei cresciuta con molta più autostima e molto meno raffreddore. Magari sarei finita in politica, sarei stata una leader. Avrei perso la verginità, che, per la cronaca, NON ESISTE, molto prima e sarei diventata una diva del porno con la mascherina. Altro che Miss Keta! Pensateci, dove sareste adesso se aveste sempre potuto indossare una mascherina? Ve lo dico io, più in alto, qualsiasi cosa sia l’alto per voi.
  4. Protegge dall’allergia. Non so se al posto di anidride carbonica io emetto cortisone. Ci sta, vista la quantità di volte in cui mi sono drogata per la rinite. Fatto è che quest’anno non mi è venuta. Meno polline fra le narici, aria filtrata. L’avessi saputo prima avrei avuto una vita diversa, e torniamo al punto 3 con l’aggiunta che sarei stata più veloce ai compiti di matematica di fine semestre, non dovendomi districare fra banchi di moccichini.
  5. Fescion. È come indossare una tela. Ci si può perdere le giornate nella personificazione. È la nuova tshirt, che dico, è la nuova Totebag. Brand, gruppi musicali, partiti politici, squadre di calcio, nazionalismo bieco, battaglie per i diritti umani. Con una mascherina si può dire molto a bocca chiusa. Il fatto che il messaggio si trovi sulla faccia poi fa sì che la gente ci faccia ancora più caso. Se per qualcuno è un fescion e per i fasci una museruola, per altri è un business. Spero bene che un giorno qualcuno mi pagherà per indossare la sua mascherina e io possa pagarmi gli studi con questo. Alla fine non c’è bisogno di essere una influencer. In Giappone mi pare paghino già la gente per la pubblicità sotto le ascelle. O forse è un’immagine di Wish che si confonde con i miei sogni più proibiti. Non lo so. Alla fine come influencer per l’influenza mi ci vedo un sacco. Fare dell’ipocondria una virtù capitalista sarebbe un esperimento divertente. Al di là dell’attivismo, la mascherina è diventata veramente il Nuovo Oggetto. Nella moda orientale erano già presenti diversi modelli, faceva già parte della loro cultura e spesso del loro quotidiano, e ora noi stiamo facendo tutto uguale ma in versione molto meno Kawaii. Come al solito.
  6. È molto rad. Rad è un termine che ho imparato durante la pandemia. Viene da radical, radicale, e si utilizza per descrivere quella che per noi è l’estetica del lanciatore di bombe carta. Certe mascherine sono molto badass, diciamocelo. E la mascherina nera, col cappuccio nero, di notte, mentre magari ascolto uno dei testi meno misogini di rapper consigliatemi da Youtube, mi fa sentire forte e pericolosa. Che pure camminare di notte nei vicoli è diventato il mio mestiere. Reclaim the night, wear your mask. Forse è anche perché si vede meno che sono una donna e sembro più un ragazzino anni novanta che cerca rogne. Ed è bello, se una non pensa che in realtà si sarebbe sempre potuta sentire così anche senza mascherina se la società fosse meno cacca patriarcale. Ma non pensiamoci. Alle volte mi immagino di stare andando a rapinare una banca per dare tutti i soldi ai senzatetto e nessuno mai si immaginerebbe che invece sto andando dall’urologa.
  7. Genderblender Ricollegandomi al punto sopra, è molto più difficile affibbiarmi un gender. Gli occhi sono una parte molto neutra a mio parere. Conosco molti uomini molto più in grado di me di usare il mascara, e quindi neanche quello è un segno distintivo. Ergo, sei quello che vuoi, sotto la maschera. Ti protegge. A me questa cosa lascia una libertà addosso non indifferente. Mi ricordo che Simone De Beauvoir nella prima parte della sua biografia raccontava come si vestiva da uomo di notte ed andava nei bar. Ora capisco molto meglio. Capisco che il tutto vada contestualizzato, ma la possibilità di presentarsi come corpo senza gender nella società è incredibilmente liberatorio. Presentarsi come il genere “opposto”, nel mio caso, meno pericoloso e molto divertente. La mascherina sta alla vita sociale come Judith Butler sta agli studi di genere.
  8. Placebo cioè diciamolo che alla fine ci protegge e anche se non lo fa al 100 per cento va bene lo stesso. Perché io e la mia mascherina stiamo bene assieme. Ho provato diversi modelli per poi giungere alla perfezione del doppio strato con filtro intercambiabile e tessuto impermeabile. Alla volte rientro in casa e mi dispiace quasi levarmela. Ormai è parte di me, e mi va benissimo così. Anche se non servisse ad un cappero, comunque mi serve a livello psicologico. Mi sento meno a rischio.
  9. Copre la puzza. Avete presente quando in metro ti si siede accanto quello che pare il CEO di una cosa inutile, laccato, con la valigetta e quel profumo che sa proprio di sfruttamento capitalista? Ecco, grazie alla mascherina non è più un problema. Il bambino che ti ciancica la banana davanti inondando il vagone di quella puzza gialla nauseabonda? Anche quello non è più un problema. Puzzi perché sei sempre in home office e ti scordi che in realtà a breve hai un appuntamento e non hai più tempo per lavarti? No problem. Tu non sentirai nulla, solo gli altri ti staranno lontani. E alla fine è meglio così per tutti.
  10. Solidarietà. Alle volte mi piace immaginare che tutti la indossino per proteggere il prossimo. Come un grande segno di civiltà. Lo so che in realtà è molto spesso per non beccarsi la multa da 50 euro minimo, ma io mi nutro di utopie. E alle volte fanno anche bene alla mia salute mentale.
  11. Antropologia Trovo questo cambiamento antropologico molto stimolante. Da Amelie dedita al voyeurismo sono passata a Sheldon Cooper e alle gioie della misantropia. Quello è il mio posto, adesso. Ho sempre trovato la storia degli abbracci fra sconosciuti e del mancato rispetto degli spazi di alcune culture molto problematico. La mascherina ci ricorda che ci dobbiamo muovere come pedine, non impedisce la gentilezza e l’umanità ma ti dà anche la possibilità di star loro lontano. La gente sta sviluppando la capacità espressiva degli occhi sempre di più, volano occhiolini come se non ci fosse un domani e tutto questo è anche grazie alla mascherina, che ci fa vivere questi tempi interessanti. Levarsela sta diventando quasi un gesto di fiducia e intimità. Ci fosse stato prima questo codice il tizio che cercai di baciare anni fa non si sarebbe scansato dicendomi “Che stai facendo?” ma avrebbe capito il gesto e avrebbe potuto fare lo stesso per manifestare il suo consenso. Oppure tenersi la mascherina facendomi capire che era ancora innamorato della sua ex. Guarda quanti esempi di un’umanità in evoluzione.

E voi perché amate la vostra mascherina? Quante ne avete e di che tipo? Diffondiamo amore contro i negazionisti del Covid. Love is love. Covid is Covid. Proteggi te e chi ti sta troppo intorno.

Anche le pro-life nel loro piccolo abortiscono: consigli marketing per antiabortisti

Cari pro lifers se io non farò figli sarà prevalentemente a causa vostra. O per colpa vostra, visto che come parola vi è più vicina, nel vostro universo moralista. Ci tenevo a dirvelo, quanto il vostro comportamento sia controproducente, così magari potete ideare una migliore strategia marketing.

Indentiamoci, alcune persone non vogliono figli. Non li vogliono, hanno fatto una scelta e hanno i loro motivi. La genitorialità è una scelta personale e, per chi deve portare in grembo il pargolo, è una scelta ancora più importante. Queste dovrebbero essere le idee base, credo, e invece non lo sono. E quindi veniamo a parlare di un altro gruppo di persone, che secondo me sono quelle a cui dovreste fare più attenzione: gente che, forse, un pargoletto ad un certo punto della vita lo vorrebbe.

Quest’estate, dopo una pandemia che ha scosso tutti, mi sono dovuta subire due manifestazioni a Berlino. Una con un Weimarer-Republik-feeling che non vi dico, coi negazionisti del Covid con le bandiere del Terzo Reich che cercano di entrare in parlamento e la polizia che si guarda credendo sia una candid camera, e una con gente con l’immagine di un feto sulla testa. Eh ma la libertà ce la leva la mascherina. Proprio.

Scusate, ma per me siete come i nazisti. Quello che per loro è questo ideale di nazionalità e purezza, è per voi l’obbligo della donna al procreare. E non a caso queste cose vanno spesso a braccetto. Voi non siete pro vita, siete assolutisti. È bello l’assoluto, le certezze, la foga da stadio e il nemico preciso, rendono la vita più semplice ma purtroppo o per fortuna l’umanità evolve e continuare con una linea di pensiero fissa senza guardarsi intorno equivale al nascondersi in pesanti dissonanze cognitive per tutta la vita.

Per voi la gravidanza è un assoluto, come nella maggior parte dei film blockbuster: sesso, pancione, bambino. Tuttavia la gravidanza è un processo. Per me è avvilente sapere che se nel processo dovessero succedere imprevisti io potrei andare incontro a violenza psicologica, vergogna, insulti, violenza fisica, mancato rispetto della privacy e della mia volontà. Si tratta di qualcosa di molto peggio dell’ansia da prestazione. Se da una parte c’è l’orologio biologico che non scherza, dall’altra parte ci siete voi coi neuroni a specchio spenti. E se foste solo in piazza con i feti in testa non sarebbe neanche questo grande problema, ci si potrebbe ridere su. Il problema è che siete negli ospedali, nelle cliniche ginecologiche, fra gli anestesisti e in numerose posizioni di potere.

La storia di M.L e dei cimiteri dei feti è agghiacciante ma è solo la punta dell’Iceberg. Qualche giorno fa era appunto la giornata dell’aborto sicuro e legale e ho letto le peggio cose. Tralasciando il fatto che persino in gruppi pro choice si continua con la retorica- che è un po’ un contentino ai pro life- che l’aborto è un’esperienza traumatica in tutti i casi E NON è VERO. Per la maggior parte delle donne è un kafkiano tormento, una corsa contro il tempo e contro le istituzioni e spesso un trauma. Ma non perché di per sé è un evento traumatico per chiunque, ma perché spesso lo si fa diventare un trauma. Si ospedalizza anche quando non è necessario (vedi dibattito RU 468), si fa violenza psicologica e si nega, fra tante altre mille cose, una terapia del dolore.  Comunque che tu lo faccia perché hai appena vinto un dottorato di ricerca e non ne vuoi sapere, perché purtroppo a livello economico sarebbe una catastrofe, perché la persona con cui hai una relazione non è pronta, perché hai subito violenza, perché comprometterebbe la tua salute fisica o mentale o perché il feto nascerebbe con una probabilità di vita che ti provocherebbe solo dolore, tu e solo tu dovresti avere il diritto di scegliere e vivere l’evento come vuoi, circondata dalle persone che ti amano. E invece spuntate voi, geniali pro life, con quella pillola di senso di colpa patriarcale che rovina la psiche dai secoli dei secoli. Neanche gli aborti terapeutici vi vanno bene. In Brasile stavate per far partorire una 14enne stuprata pur di rispettare sta fantomatica vita umana.

Ecco capirete come con queste premesse, il vostro target si senta già un po’ poco propenso all’acquisto. Ma andiamo avanti. Mettiamo che invece vada tutto bene, c’è felicità e la gravidanza si è portata al termine come sperato. Veniamo al parto. Le bacheche dei gruppi femministi sono sempre più piene di racconti di violenza ostetrica, per variare fra un femminicidio e l’altro. Bene la violenza ostetrica è una violenza sessuale. Non rispettare la volontà delle partorienti, praticare interventi considerati illegali dall’OMS senza informare, commenti acidi, negazione della terapia del dolore, impedire a* partner l’accesso alla sala parto, rasature inutili (anche io sono rimasta incredula quando l’ho letto)….ne va dell’immagine del brand, fidatevi. Quindi fossi in voi inizierei a dire che combattete la violenza ostetrica. Perché non basta dire che sarà “Il giorno più bello della tua vita”, bisogna anche renderlo tale. Invece c’è una specie di consenso collettivo alla violenza ostetrica, tanto che le donne spesso non sanno di avere determinati diritti e accettano ogni cosa come normale. Eh ma noi Pro life che cosa c’entriamo con la violenza ostetrica? Venite fuori da una linea di pensiero molto simile. Che vuole la donna come strumento riproduttivo e non come reale essere umano con volontà e bisogni.

Ma ora qualcuno dirà che sono pessimista, che ha avuto parti bellissimi con persone meravigliose fra il personale medico e che la violenza ostetrica è solo il 21 per cento dei casi. Prima di tutto la violenza ostetrica è difficile da riconoscere e a livello di denunce ci troviamo come negli anni 40 con le violenze domestiche e gli stupri nel matrimonio. Secondo, a me il 20 per cento, anche il 5, basta per far venire l’ansia. E non sono l’unica. Terzo, la verità è che siamo passati da “Donna tu partorirai con dolore” a “Donna povera, tu partorirai con dolore”. Puoi sceglierti il personale giusto, puoi avere una stanza tutta per te, praticare un parto orgasmico in acqua mentre ti masturbi  in casa tua o avere il miglior cesario programmato indolore, ma devi pagare. Un parto sereno è spesso un privilegio di classe. E la stessa cosa vale per l’aborto. E non va bene, porcapigna.

Potreste battervi per politiche sociali che tutelano le giovani coppie ( e non state sempre a puntare solo sugli etero cisgender per piacere) e usare quella barcata di soldi che avete per costruire asili gratuiti intorno alle università così da poter far più facilmente coincidere la vita accademica con la genitorialità, al posto di seppellire prodotti del concepimento di gente non religiosa, senza il loro consenso e con simboli che rispecchiano solo il vostro credo. Seguitemi per altre strategie e vivrete in un mondo in cui non potrete mai più prendere un mezzo pubblico senza sentire il soave strillo di un neonato che si affaccia su un’umanità prossima al disastro ecologico.

Vorrei concludere questo articolo con una chicca: anche le pro life abortiscono. Sembra impossibile a dirlo ma in un gruppo fb è intervenuta una ragazza che lavora in una clinica abortiva  e ha raccontato scene di una drammaticità immensa. Gente che non si vuole sedere nella sala d’attesa insieme alle altre perché “Lei non è un assassina come loro”, personaggi ribelli che si rifiutano di firmare i moduli e di dare dati personali, persino una donna che urla “Tu andrai all’inferno” al medico, poco prima di un raschiamento. Io credo che dovreste stare attenti a queste mele marce senza etica. Perché lasciano quasi intendere che allora alle volte l’aborto è indispensabile, al di là del credo personale. E che quindi ci dovrebbe essere accesso diretto e gratuito sempre. E allora voi coi vostri feti sulla testa a manifestare in piazza, perdereste tutti credibilità. Io purtroppo non ho modo di verificare la fonte ma posso facilmente immaginarmi che qualcuna di voi si sia trovata in una situazione difficile, perché io sono empatica, io. Noi pro choice siamo empatic*, rispettiamo ogni cimitero di feti e la sofferenza di chiunque, e spesso vogliamo anche riprodurci, pensa te.

Io sarei per un rispetto generale della sensibilità e dell’intimità dell’essere umano più che di un ammasso di cellule. Oppure su un rispetto della proprietà visto che il termine va di più. Perché non puoi costruire un mondo sulla proprietà privata e poi negare alle donne quella del proprio corpo.

Queneauchallenge/Esercizi di stile: 44, Amelie

AMELIE

Alla ragazza piace svegliarsi di buonumore, osservare i panni dei vicini ondeggiare nell’ultimo sole di Agosto berlinese, shakerarsi il caffè nello shaker art nouveau fino a far venire la schiumina, andare a piedi scalzi per la casa, fare colazione con il pigiama ancora addosso. La ragazza ama ballare le canzoni della sua adolescenza, specie se a piedi nudi e in pigiama in attesa di shakerare il suo caffè. Le piace organizzarsi la giornata con i post it di tanti colori, scrivere frasi contro la gentrificazione sul frigorifero, raccogliere insetti morti per strada per le sue creazioni in resina, argomentare inutilmente contro i prolife e sostituire sempre più oggetti monouso in cimeli simbolici della sua esperienza con l’utile. La ragazza ama gli oggetti, ne ha tanti sparsi per la casa, e spesso quando tira l’aspirapolvere si chiede quante altre persone lo stiano facendo nello stesso momento. Non ha un ferro da stiro perché trova che i vestiti stropicciati ripecchino molto di più la sua onestà intellettuale. Abita a Berlino da quasi tre anni e ha imparato che i Dr. Martens bassi sono molto carini nei film pseudo surrealisti francesi, ma che non sopravvivono all’inverno tedesco. Alla ragazza piace lasciare due fili di insalata wakame nel frigo perché è peccato finire tutto il sushi in una sera sola, si fa regolarmente mandare Ciobar dall’italia perché non è in grado di accettare quella brodaglia che ti rifilano nella capitale europea e piange quando mangia le mozzarelle del sud. Alla ragazza piace usare il vibratore rosso assieme alle gifs in bianco e in nero, fare il pisolino dopo pranzo nel salotto arancione e quando va a teatro, una volta finito lo spettacolo, cerca sempre di trovare qualche biglietto cartaceo per terra perché solitamente ha solo tempo per comprarli online. Le piace quando i teatri sono rossi, con le tende in velluto. Lavorava per qualche tempo in un museo molto simile ad un teatro, dove la cassetta per le offerte era mezza bucata. Alla ragazza piaceva aspettare che qualche euro cadesse per poi custodirlo fino all’entrata della metro dove lo avrebbe donato al primo senza tetto della zona. Emanuel era il suo preferito, anche lui amava gli oggetti, li venerava in quella maniera così delicata e poetica, tutti stipati nel suo carrello della spesa di Edeka. Alla ragazza piace ricordarsi particolari insignificanti, concentrarsi sulle cose come se non fosse stata lei stessa a viverle. Alla ragazza piace definirsi, a volte, una terza persona. Questa persona, fra i vari oggetti sparsi per il pavimento, in casa aveva anche l’amore della sua vita. Al ragazzo piacevano le stampanti funzionanti, gli strumenti musicali molto grossi, suonare quando la vicina dorme, mettere i pinoli sopra qualsiasi sugo di pasta e azzeccare la dose giusta di mirtilli per i suoi wafer mattutini. Alle volte il caffè lo shakeravano assieme, ma quella mattina c’era vento di fretta. E quindi avviciniamoci con un primo piano sulla ragazza che sta ballando i CCCP. Dalla sua risata deduciamo che è felice, ma come tutte le cose, anche la felicità ha i suoi contesti. Tra le piccole cose che si susseguono nella testa della ragazza, come se venissero dettate da una voce fuori campo, improvvisamente vengono le cose tristi. Mentre il ragazzo si sistema veloce per fuggire alle prove della sua band di musica folkloristica araba, lei cade a terra. Nella confusione è inciampata su un marsupio. Da terra, lo prende in mano e si fa largo fra i volantini contro le morti nel Mediterraneo, riuscendo miracolosamente a non tagliarsi con la carta. La ragazza è un oggetto fragile, ma ti quelli resilienti. Si rialza. Sposta qualche volantino e si mette davanti al pc. La verità è che non scrive abbastanza. Ha un piccolo diario della gratitudine ma a volte sente che non ha molto di cui essere grata e si sente in colpa per questo. La sua segreta passione per la scrittura è così segreta che lo sanno tutti, non fa che ripeterlo da quando aveva sei anni ma è una cosa, in qualche modo, segreta. Si riunisce spesso in segreto con altre persone che scrivono in inglese, in un giardino pieno di coccinelle morte. Qualcuno le ha messo in testa di scrivere un blog ma lei continua a vedere solo i mi piace di sua madre, non ha i soldi per un piano business di WordPress e non ha abbastanza tempo per sviluppare una strategia SEO senza finire in burn out. Suo padre è un po’ come quello del film mentre sua sorella sta girando il mondo con un riccio di peluche e le manda regolarmente cartoline che lei tiene appese sopra la scrivania. Quando pensa alle infinite possibilità del momento che sta vivendo, si accorge di averlo perso. Alla ragazza piace stare in solitudine ma odia stare da sola. Sembra che il pianoforte la osservi, il riflesso della finestra anche e che le ripetano in coro, assieme alla sua terapista, che sta per somatizzare di nuovo. Si alza senza aver combinato molto, osserva attentamente il marsupio nero con la scritta rosa. “Si vive meglio senza i nazisti”. Perché il punto è quello, che il sensibile non è solo una serie di piccoli piaceri quotidiani ma anche una lista di infiniti, improvvisi, inutili, traumi.

#queneauchallenge #esercizidistile #no-cioè #43

No-cioè raga non potete capì. Questa si alza e si mette a ballare. Ma così, eh, mica per un motivo. Pare una roba di Tik Tok e invece è proprio di fuori. Che la gente a Berlino è strana beh ma così. No-cioè, si alza, balla e va in salotto come se niente fosse. No-cioè, non so se fa colazione ma no, cioè in pijama. Ma lo sapete che vuol dire ballare in pijama? Sfi-ga-ta.No-cioè il salotto è un casino che non vi potete neanche immaginare. Pieno di roba per terra. No-cioè pure i volantini che saran lì da non so quanto. Il tizio invece, no-cioè raga peggio. Sta lì ad incazzarsi con la stampante come se fosse una persona. No-cioè concio a bestia pure questo. Deve stampare delle robe, fa dei versi strani. E poi, no-cioè questo raga è tipo il top del top, è tipo la corona del Burger King, è la tipa che no-cioè inciampa. Fa un volo da Paperissima, una figura di merda colossale, no-cioè. Bassina e magrina ma un botto eh, no-cioè, non sapete quanto ci ho riso. Non avete idea. Su un marsupio, no-cioè un marsupio politico, una roba con su scritto “No-cioè i nazi no però”. Poraccia che poi magari si è fatta pure male non lo so. No-cioè e poi lui che fa? Sbatte la porta e esce. Mi pareva in pijama ma non lo so come si veste sta gente che si atteggia. Ho fatto qualche foto e l’ho postata su Snap anche se ormai non lo usa più nessuno. Madò che ridere. E lei sta lì e pare che no-cioè, davvero? Pare che le pigli male. Un lo so che cacchio c’entra ma le piglia male si vede. No-cioè e quindi va su Facebook che dai via Facebook è da vecchi. Sta lì e guarda che l’ha likata solo su madre. Che roba patetica no-cioè. E poi che ti fa? No-cioè si ferma e si mette a guardà la finestra. No, cioè è estate a Berlino e questa si deprime al pc. Apre dei file scritti lunghi e non tocca la tastiera, no-cioè raga questa ha ancora l’agenda! Dice sta a fà una challege. Controlla qualcosa e poi si mette veloce le scarpe e esce. No-cioè, io ste cose mica le voglio vedere. Mi pare di perdere il mio tempo con ste storielle depresse out. No-cioè che senso aveva? Spiegatemelo.

#quenauchallenge #esercizidistile #sincopi #42

SINCOPI

Lagazza si sveglia un po’ franata, con unana voglia di crareemuosi. Prende in mano il celllare, le cuffie e a tutto volme cocia ad atare i CCCP. Vole scarcare tutta qlla ergiaednza come una bacnteinestsi. Non stdio, non lavro, non gurdo la tv, non cmplto le parle. Mntre si cinta in questa attivtà solitanteestrana al suo ritale mattuno, mntre il sle di Agsto splnde dlla finstra del balcne, il suo razzo imprca cntro la stamte che nn sta fando il suo dvere. È smpre più spsso di frtta, e si riva a dover organzare gli sparti per la bnd all’ultmo minto. In qullo stesso minto la rgazza incimpa su un marspio e fa un bl tnfo nel saltto. Da qundo si sno trariti asseme la casa è pna di amreedicas. Da qundo in estte hanno parcipato ai bantti pr la sensilizzazione sul tma mgrazioniemediterrano, sono rimsti a trra tansimi vlantini e gadget. Il marspio è uno di qusti, è mlto carno, nro con una scritta rsa: “Si vve meglio senza i nazsti”. La sctta è in tedsco perché ci trovmo a Brlino. Nel mzzo di quste presazioniggrafiche un po’ intili, il razzo se ne è andto sbatndo la prta. La razza, dalla sa nova protiva, si chiede se l’incimpare su quell’ogtto aba un qulche signicato simblico. Crca lo Zitgist ma quello è cme le rezioni stali, mntre lo crchi non lo trovi, poi un grno dal nlla ti acrgi che ci sei, si al scuro, nel to essere contemraneo. Acnde il pc, dice smpre che non ha iltmpoperscrire mentre in raltà è che non ha la tsta. Si snte spsso sla, anche se non pssa molto tempo da sla, è una soltudinestrna, che fonde la mannza alla potica. Si arrbbia spsso e non sa se la gnte che le conglia di aprre un blg sia in buna fde o mno. Ma le pice scrvere, qunto a sa mdre pace likrla da lonno. Mmmamimnca, dirà di lì a pco alla psiloga che la sgue, snza comnque mi raggerla del tutto.

Prossimi digitali

Sul finire di una calda estate di riscaldamento globale e di una cosiddetta fase due della pandemia, mi ritrovo a voler fare il punto della situazione sulla prossemica. Dopo aver ristrutturato i miei luoghi della quotidianità, riscoprendomi angelo del focolare e soprattutto del balcone, ho ricominciato piano piano ad andare al supermercato e poi c’è stato qualche svago nel verde. I miei rapporti sociali tuttavia hanno acquisito una struttura nuova e, a mio parere, molto più onesta e compatibile con quel folle universo psicologico che la gente nel tardo capitalismo ha nella crapa. Ergo, non puoi mantenere reali contatti con tutti i tuoi amici Facebook e sentirti in colpa se non ci riesci. E non puoi neanche lavorare, studiare ed essere il self promoter/ social media manager della tua esistenza senza che questo ti divori il tempo libero e quello che potresti dedicare di più ai rapporti con l’altro o con l’arte.

Il rallentamento e la distanza erano e sono rimasti i temi caldi, ma qualcosa di molto piccante è anche il rapporto col digitale, credetemi. Adesso ho il 100 per cento dell’esistenza connessa, molto più di prima. Un po’ mi fa ridere come “il mondo non sarà più come prima” si sia rivelato un mettersi delle mascherine di cotone doppiostrato, e invece quando hanno inserito la messaggistica istantanea e gli smartphone nessuno ha realmente protestato nonostante abbia causato un notevole mutamento nella psiche della gente. Il mondo non era già prima come prima. Intendiamoci, gli strumenti che abbiamo sono lì da un po’, ma non si era ancora fatto quel saltino più in là, perché semplicemente abbiamo una società che predilige la presenza fisica a quella digitale. Ma perché? Se tanto non me ne frega assolutamente nulla di abbracciarti o toccarti, in base a che l’incontro fisico, il mondo fisico, è gerarchicamente superiore a una chiacchierata Skype con una buona connessione?

Non allarmatevi, non voglio parlare di una rivoluzione distopica dove la gente non ha più rapporti con il corpo dell’altro, dico sono di demistificare l’incontro fisico, soprattutto quando spostarlo sul digitale poterebbe un miglioramento nella società. Mi pare che la società pecchi molto di alienazione, ma non sia minimamente colpa del digitale. Il digitale modifica solo la prossemica delle cose, come lo fa il metro di distanza, ma al contrario.

Per questo io ci definirei prossimi digitali. Perché siamo molto più vicini grazie al digitale e siamo prossimi ad una società sempre più digitale. E questo non deve essere per forza visto come una catastrofe.

Se continuiamo con le vignette della gente in bianco e nero che non si parla e guarda solo lo smartphone senza capire che il problema non è lo Smartphone ma la vignetta, non ci salveremo facilmente dall’estinzione secondo me. Il Nuovo Ordine Mondiale, per usare un lessico complottista, è davvero lì dietro l’angolo ma demonizzare il digitale è controproducente. Prima di tutto digitale non vuol dire per forza social, e quindi non vuol dire per forza rispecchiare il proprio ego, per seconda cosa bisognerebbe avere un pensiero più pratico.

A mio parere durante il Lockdown si è mosso qualcosa in questo senso che, no, non lascerà il mondo come era prima. L’home office, al di là di tutte le diatribe sulle bollette e varie (che condivido in pieno) rende lo spostamento non necessario. Questo significa un sacco di inquinamento in meno. Se abbattiamo le distanze con il digitale e modifichiamo la prossemica del quotidiano, non solo limitiamo i contagi fra asintomatici ma salviamo il pianeta. No, il Virus non è la provvidenza. È solo la nostra risposta al virus che potrebbe essere provvidenziale. Il semestre digitale è stato traumatico per molti ma ha dato anche la possibilità a gente rimasta bloccata in Lockdown in paesi stranieri di partecipare comunque ai seminari aprendo anche la domanda: e perché allora ho dovuto fare richiesta di tremila borse di studio per andare a vivere in un paese dove il costo della vita è più alto se potevo avere accesso alla stessa istruzione da casa mia? I governi di estrema destra hanno ben pensato di levare la Visa e rispedire a casa gli studenti che studiavano online, ma questo significa anche che quindi le persone dei paesi in via di sviluppo potrebbero tranquillamente studiare in un’università straniera dovendosi pagare “solo” le tasse universitarie, senza rottura di palle di trasferimenti più o meno desiderati e lunghe trafile burocratiche? Progetti tipo Coursera e simili esistono già da tempo, ma sono l’eccezione e non la regola. “Eh ma non tutti hanno la connessione internet, non puoi fare la scuola online perché non tutti possono permettersela”. E se Internet diventasse parte integrante anche della didattica e venisse di conseguenza direttamente fornito dalle istituzioni scolastiche? Chiaramente sto parlando di istruzione secondaria, lo so anche io che i bambini devono tirarsi la terra a vicenda altrimenti non sviluppano le giuste abilità sociali. Viva la terra in bocca, abbasso gli schermi.

Quello che bisogna capire come società, e come generazione Millennials, è che non ha più senso spaventarsi e citare Orwell ma bisogna agire in maniera costruttiva e usare gli strumenti che abbiamo per risolvere i problemi, non per crearli. Basta rimanere nel giusto mezzo e a 1984 o Black Mirror non ci arriviamo. Servono schermi più amichevoli alla vista, più competenze digitali e politiche specifiche. E invece, anche in questo, ci occupiamo molto più della censura (vedi caso Pillon e parental control) che di un utilizzo più democratico della rete che tanto, diciamocelo chiaramente, con la vendita dei dati e biscottini vari, è decisamente pornografica di per sè. Se si pensa a quante ricerche non sarebbero rimaste bloccate se qualcuno avesse pensato di più a digitalizzare gli archivi! Ma queste sono tante delle gocce che conosciamo. Per citare Dark, quello che non sappiamo è un cceano.

Tornando alla prossemica del quotidiano, in un mondo più digitalizzato non scomparirebbe affatto. Rimarrebbe l’importanza della mimica, il concetto di presenza del sé e dell’altro. Ci si farebbe solo più caso, come in un esercizio di teatro dove seguendo la musica il gruppo si deve muovere in modo da riempire tutti gli spazi, senza urtarsi. Forse in realtà, la presenza fisica acquisirebbe uno status differente, più meditativo che solo gerarchicamente superiore. Meno mistico ma più attento. E forse in tutto questo ci sentiremmo anche più parte del tutto che un unico inutile selfie.  

Nelle chiamate skype riusciamo a vedere sia noi stessi che l’altro (senza mascherine). Dovremmo davvero concentrarci sull’intrigante prospettiva di analisi fra mezzo, messaggio e interlocutore che la situazione comporta invece di star lì a sistemarci i capelli. No?

In questo video (TW: c’è la mia faccia) vedete una giovane me venuta a contatto da poco con l’universo Lockdown che si racconta. La serie dei Corona Dating ideata da Chris è uno spunto molto interessante sulla realtà del quotidiano di qualche mese fa. Se vi piace quello che fa ( tipo avvicinare le persone che scrivono Blog per creare contenuti assieme) seguitelo.

Ciao, ti ricordi quando mi hai stuprata?

Trigger Warning: Violenza psicologica, stupro, victim blaming

Premetto che mi sono rotta le pigne delle narrazioni melodrammatiche, e il mio #metoo è decisamente più un #purio ma l’argomento è forte quindi ho ritenuto necessario rispettare la sensibilità altrui. Non siete costretti a leggere l’ennesima storia di stupro, e mi fa paura la parola anche a me. Poi solitamente vi pubblico cosine di scrittura creativa, quindi se volete fuggire perché non è il momento, lo capisco. Ringrazio coloro che andranno avanti considerate le premesse.

Ci ho messo più di tre anni ad usare la parola con la s., e preferisco tuttora dire che sono stata vittima di violenza o che mi hanno costretta a fare sesso. È stata la mia psicologa a dirmi che quello che le stavo raccontando era a tutti gli effetti, senza alcun minimo dubbio interpretativo, una violenza sessuale. E sentirselo dire non è stato bello, perché non volevo fare la vittima. Specie dopo anni. E quello che succederà con questo articolo è che riceverò un sacco di “mi dispiace”, “oh, non lo sapevo”. Lo so che non lo sapevate, non lo sapevo neanche io. Era stata una cosa così brutta che l’avevo cancellata dalla mia memoria e ne avevo parlato in maniera veramente vaga e autoironica, colpevolizzandomi lì per lì.

Il motivo per cui ho deciso di tirare fuori questa storia è che ho pensato che se la me di qualche anno fa l’avesse letta forse si sarebbe comportata in maniera diversa, si sarebbe forse voluta più bene. Vorrei avesse uno scopo didattico, un’educazione al consenso che manca da entrambe le parti troppo spesso. Il fatto che fra le donne giri sempre di più lo slogan “Rispetta te stessa, impara a dire di no” vuol dire che per un po’ di tempo i nostri no avevano l’impatto di una vaga eco lontana, fuori da comuni sistemi di comunicazione, dei no estranei al linguaggio, un po’ alieni. Io non credo che uno possa nascere senza amor proprio ma credo che sia molto facile che impari a negarselo nella società in cui vive.

Nonostante io già all’epoca non fossi estranea agli ambienti femministi e qualcosa a riguardo avessi letto, non sono stata minimamente in grado di reagire. E non parlo del momento stesso in cui avveniva la violenza, di quello non mi incolpo più dopo aver letto che ci sono studi specifici sull’immobilità delle vittime, ma del dopo. Avrei dovuto denunciare, avrei almeno potuto tentare, avrei almeno potuto descrivere la cosa per quello che era. E invece ho continuato ad uscire per settimane con questo ragazzo, che mi mandava almeno sei selfie al giorno, che non sembrava minimamente percepirmi come un essere umano, che mi chiamava la sua ragazza nonostante io avessi messo in chiaro che stavamo solo uscendo assieme, e mi toccava il sedere in pubblico come fosse-non lo so io-roba sua.

Ma voi vorrete i particolari adesso, perché chi ve lo dice che non sto esagerando? Che in fondo, dai, ci stavo e che tutta la caterva di sintomi psicosomatici che sono comparsi dopo sono una curiosa coincidenza, qualcosa che viene da quel regno estraneo al reale dove vagano tutti i no inascoltati e che forse non esiste. A questo punto vorrei ringraziare la mia amica Melissa, perché se non avesse avuto il coraggio lei, da giornalista, di metterci la faccia e raccontare il suo s., non ce l’avrei mai fatta neanche io.

Era un pomeriggio soleggiato ed era la prima o la seconda volta che uscivo con questo soggetto. Non mi ricordo cosa avevamo fatto ma era qualcosa di tranquillo tipo prendersi un gelato, camminare in centro o pianificare come riprenderci i mezzi di produzione. Mi dovrebbe riaccompagnare a casa in auto ma mi chiede se voglio invece andare da lui. Io, che non sono nata ieri, gli dico esplicitamente che sì, ma non ho intenzione di fare sesso con lui. Lui ride imbarazzato, credo per l’imbarazzo ma onestamente non lo so più, e dice che vuol solo farmi vedere casa sua e che ci sono pure i suoi. Dico che va bene, mi sento stranamente rassicurata dal fatto che ci sono le persone che lo hanno generato, e il pomeriggio prosegue tranquillo. Mi fanno vedere la casa, ci sono dei murales carini, la casetta in fondo all’orto e un gatto tanto tenero. Dopo aver mostrato che ragazzo per bene con la famiglia per bene lui sia, insiste per andare in camera sua. Io, che continuo a non essere nata ieri, chiedo che cosa ci sarà mai di così interessante in camera sua. È la camera di quando era piccolo, adesso in realtà abita da solo per via del Dottorato e non c’è praticamente nulla. “Ti faccio vedere i libri”. E chi penserebbe di venir stuprata da uno che ti dice che ti fa vedere i libri? Parecchie persone, perché le due cose non hanno la minima connessione. Mentre fissavo la libreria, piena di interessanti graphic novel politiche e vecchi libri scolastici, il soggetto chiude la porta a chiave. Quando gli ho chiesto perché lo avesse fatto non mi pare di aver ottenuto una risposta, o forse non gliel’ho chiesto, pensando che fosse normale magari per lui chiudersi a chiave in camera perché c’è gente che lo fa. Io non l’ho mai avuta la chiave di camera mia, ma anche l’avessi avuta non l’avrei usata per stuprare qualcuno, vi assicuro che l’idea di fare sesso con qualcuno di insicuro della cosa già mi spegne assai, figuriamoci se voglia dire andare contro la sua volontà. Ed ecco che viene in gioco la mia, di volontà. La stanza è chiusa, io continuo a rileggere tutti i titoli della libreria, come in un mantra escapista, e lui si siede nell’unico posto dove ci si può sedere ovvero il letto. Io continuo a mantenermi lontana ma lui comincia ad essere più insistente del mantra nella mia testa. “Dai vieni, siediti un po’ qui”. Non mi ricordo neanche se riuscivo a guardarlo negli occhi, ma dopo un po’ mi sono seduta, mi pare dalla parte opposta. “Vieni qui”. Credo di aver detto no numerose volte, già lo avevo detto prima, ma come ho detto prima rimanevano un po’ nel regno alieno del nulla. E poi ci sono finita io, rigurgitata dal buco nero. Ho smesso di oppormi a qualsiasi cosa, ho provato a lamentarmi del fatto che le persiane fossero alzate, che io non faccio l’amore con così tanta luce, non mi piace. Ma tanto quello lì non era mica fare l’amore. “Ma, no, dai, sei bellissima”. Ci sono pochi momenti nella vita in cui si vorrebbe essere brutte, questo è uno di quelli. Ho sperato che improvvisamente provasse un qualche ribrezzo e si allontanasse schifato ma non è successo ed è riuscito a spogliarmi. Ero una marionetta, mi si poteva muovere a piacere. Poi ad un certo punto però, fortunatamente, mi sono rotta. Sono scoppiata in un pianto nervoso con singhiozzi così forti che, uhm era meglio fermarsi anche per lui. Non capivo cosa mi stesse succedendo, ero anche imbarazzata per la reazione. Mi sono messa in un angolo del letto e ho smesso di rispondere a qualsiasi cosa. Non lo sentivo più. Non lo so quanto sono stata in quelle condizioni, mi ricordo che continuavo a tremare ma non mi pareva di avere freddo. Dopo un incerto lasso di tempo lui mi chiede: “Stai meglio? Possiamo continuare?”

Come è andata avanti ve l’ho già detto. Volevo sistemare le cose, volevo fare finta di nulla, mi sono data la colpa per anni e si è susseguita una lista di cose banali successe ad altre millemila persone perché il pattern è sempre maledettamente uguale. Quando ho chiuso, qualche settimana dopo, con quello che non era neanche il mio ragazzo, lui ha commentato dandomi, con un’incredibile originalità, della vacca.

Per generazioni abbiamo creato questo immaginario dello stupro di notte, nel vicolo, dello sconosciuto maniaco, mentre le statistiche parlano chiaro: sono gli amici, sono i famigliari, sono i mariti, sono quelli con cui esci che ti presentano i genitori. Ed è bene che questa cosa sia sempre più chiara, che se sento un’altra volta la storiella degli immigrati cattivi giuro che mi levo la mascherina solo per sputarvi. E basta con “succede nelle periferie” e basta con i “giganti buoni” e i “vecchietti arzilli”, vaffanculo agli “amori non corrisposti” e i “raptus di rabbia”.  Sono cresciuta con una cultura sessista e misogina, ho interiorizzato un odio per il mio stesso genere e il victim blaming, ho stigmatizzato la mia sessualità e ho finito per essere l’ennesima vittima inconsapevole. E non sapete quante di queste storie continuo a sentire tutti i santi giorni e non sapete quanti no rimangono nella dimensione sensibile parallela, quanta gente viene risucchiata più o meno silenziosamente.

Ma ora basta., veniamo al titolo. Il soggetto mi ha ricontattata durante il lockdown; è successo un po’ a caso e grazie a questo blog, e mi ha contattata come se nulla fosse comestaicosafaiehilcovid. Non solo l’impunità ma una spensieratezza che mi ha uccisa nuovamente. Poi il mio ragazzo mi ha convinta: “Parlaci!”. Ebbene, esistono conversazioni che non esistono e iniziano con “Ciao, ti ricordi quando mi hai stuprata?”. Esistono luoghi in cui era abbastanza normale che non ero tanto sicura, già, ma che lui l’ha pagata col karma dopo, e si dispiace davvero, ed è contento che questa conversazione mi aiuti in qualche modo. Non ha negato nulla, ma ha negato tutto. E io avrei potuto denunciarlo, piangere un pochino più forte, sbattere contro la porta, picchiarlo fino a che non rispettava i miei spazi, indossare una t-shirt con scritto “No means no” magari in italiano, avrei potuto imparare il russo meglio, tagliarmi i capelli più corti, leggere meno Jane Austen e avere un altro nome. Avrei potuto fare tante cose, ma chi mi avrebbe comunque creduta? La verità? Nessuno. Bisogna arrivare al sangue, alle botte visibili, altrimenti è tutto solo un ricamo della percezione su un tessuto di normalità sbagliate.

Ed è con questa consapevolezza che scrivo questo articolo, riportando indietro la vecchia me che era rimasta bloccata nel buco nero e promettendovi che il gender è solo la prima tappa. Che vi decostruiremo tutto, un pezzetto alla volta, vi leveremo da quel piedistallo dove vi siete ritrovati ma lo faremo con la didattica e una narrativa nuova. Che scriveremo cosa deve essere scritto, che diremo quello che deve essere detto e che coi nostri no ci costruiremo un mondo migliore dove se uno ti stupra, almeno ti fa la cortesia di accorgersene. Perché non ci sono solo singoli colpevoli, c’è un problema strutturale le cui fondamenta stanno solo leggermente iniziando a vacillare. E io voglio vedere queste statue dorate cadere come è caduta la mia dignità di persona quel pomeriggio. Voglio che tremiate almeno un quarto di quanto io stia tremando mentre scrivo questo articolo.

Voglio che la sensibilità finisca al potere. Non voglio vendetta, voglio la rivoluzione.

Se sei vittima di violenze chiama il 1522 in Italia e lo 08000 116 016 se sei in Germania ( Il Beratung risponde in 17 lingue, fra cui l’italiano ). Chiama, dai.