Orgoglio, pregiudizio e covid

#Austenforchange

Sembra ieri che iniziava una pandemia globale e io sentivo il bisogno di leggere Jane Austen di nuovo. Era un bisogno incombente, una vera e propria urgenza e queste cose non vanno mai sottovalutate. Più di un anno è passato e la verità è che non è cambiato nulla se non il fatto che dopo aver letto Persuasione ad alta voce in lockdown, ho effettivamente letto tutto quello che quella donna abbia mai scritto (Pure i Juvenilia, sì, sono una fan vera). Quando si legge il libro giusto al momento giusto si aprono non solo le porte dell’escapismo, ma soprattutto quelle del reale che si nasconde. E di questa voglia letteraria allora decido di farne un fatto politico. Che pigna c’entra, direte voi. #Austenforchange è in realtà un sentimento collettivo. Ma andiamo per ordine. Avete mai pensato a quanto la pandemia abbia avvicinato il nostro modello sociale a quello della signorina di Steventon, Hampshire?

Il tempo nei romanzi della Austen scorre lentissimo, qualsiasi evento minimo raccoglie l’enfasi di una rivoluzione. I canali comunicativi sono dilaniati e al contempo decorati dall’attesa. Qualcuno durante la prima ondata parlava di Entschleunigung ovvero di rallentamento dalla frenesia moderna. Sempre per rimanere sulle parole tedesche, i tedeschi utilizzano la parola “tempo” per indicare uno Zeit percepito, non misurabile, il tempo dell’anima. E, diciamocelo, in questi anni pandemici le cose stanno effettivamente andando a rilento. Le file si allungano, la FOMO si sposta online e i pacchi ci mettono di più ad arrivare.

Ed ecco che arriviamo al secondo punto: la posta. Non ho paroloni tedeschi o particolarmente intelligenti per questo, ma ci siamo capiti. Nonostante ci fosse la possibilità di sentirci in simultanea e siamo la generazione dei messaggi vocali, la posta ha acquistato un incredibile fascino. Quando sono stata male ho ricevuto biglietti di buona guarigione da miei amici. Il Natale in famiglia è stato cancellato e i pacchetti sono arrivati per posta. Ho mandato regali solo per far sentire la mia vicinanza, oggetti anche casuali, perché Skype ha dei limiti.

Come un’eroina dei romanzi della Austen, mi sono concessa una serie di passeggiate in solitaria e non. Girava il meme “Si pensava che la vita non fosse una passeggiata ma poi è arrivato il 2021”. Facendo parte di quella serie di attività di entschleunigung, la passeggiata ha come surplus il fatto di essere nello spazio pubblico. Come dissi nel mio precedente articolo sul balcone come oggetto politico, lo spazio pubblico si è ristretto, si è fluidificato con quello online e ad un rallentamento del tempo si è affiancato un restringimento dello spazio. Le eroine della Austen si muovono sempre in brevi segmenti e al massimo creano triangoli nella loro esistenza. Casa in campagna, stagione in società a Londra. E i luoghi del pubblico sono limitati quasi sempre a balli e negozi. Che questo sia causato da un paio di secoli di distanza e da una condizione della donna leggermente peggiore non ci sono dubbi. Tuttavia riflettiamo anche su questo.

La casa, come rifugio sicuro ma anche come focolaio domestico, è tornata nettamente di moda grazie al fatto che qualcuno ha mangiato il pipistrello sbagliato nel momento sbagliato invece di stare appunto a casa a, che ne so io, leggere di zoonosi. La casa è, come il balcone, uno spazio ambivalente, ma invece che muoversi su un asse fra privato e pubblico, è un unicum privato che si muove fra protezione e prigione. Una gabbia dorata, e in questa gabbia ci abbiamo passato dei mesi con diversi risultati interessanti. Qualcuno ha sviluppato la sindrome della capanna e sfiorato la voglia di hikikomori (fenomeno delle persone che non escono di casa), qualcuno ha rivalutato il modello di donna dell’alt-right e ha ben pensato di levare l’aborto, le violenze domestiche sono aumentate e qualcuno ha imparato a fare il pane in casa. Nessun volo, treni bloccati, scuole, uffici e negozi chiusi….In maniera diversa in paesi diversi siamo diventati tutti gente di paese. Io non avevo mai passato così tanto tempo nel mio quartiere spostandomi solo a piedi e non avevo mai passato così tanto tempo in casa.

Ma torniamo al pane e alla politica e a cose che si pensa sempre che non c’entrino l’una con l’altra. Ovviamente non ci stiamo trasformando in alta borghesia inglese, ma cosa diamine stiamo facendo? All’inizio pensavo che fosse una voglia mia, una nostalgia per una delle mie scrittrici preferite ma poi ho cominciato a ricevere input esterni sempre più interessanti. Ad esempio,  il New Yorker e altri giornali hanno scherzato sul fatto che la scena del dating si fosse trasformata in Orgoglio e Pregiudizio in cui uno dei principali argomenti di conversazione è la salute dei familiari e le regole della società. E in effetti, gli ultimi due miei punti sono la morte e la morale.  Non eravamo abituati a parlare così spesso di morte e malattia nella nostra società europea del benessere ed ecco che improvvisamente non ci sono abbastanza bare, le persone muoiono di malattie la cui cura ancora non si conosce e fra pericolo reale e pericolo percepito si insinuano una serie di norme spesso prive di logica e contraddittorie. Un pochino come il fatto di non poter mostrare le caviglie e dover indossare un corsetto e non poter far sesso in santa pace prima di potersi sposare. Molto spesso abbiamo avuto società la cui principale occupazione era fare la predica al prossimo ed eccoci qui di nuovo. La cosiddetta virtue signalling tuttavia a noi ci salva. “Guarda con che eleganza e modestia cammino, sposami” “Guarda come sono brava, Jane, che mi metto la mascherina e non sputacchio i miei aerosol a giro”.  Il termine social justice warrior è stato usato con funzione peggiorativa dall’alt-right ma ben sappiamo che i fascini sono i primi ad imporre le loro ideologie solo che non sanno che vuol dire ideologia. Il moralismo impera da tutte le parti e questi termini vanno visti contesto per contesto. “Miss. Turple è scappata col marinaio, il suo onore è perduto assieme a quello di tutta la famiglia” è un pochino la versione Austen della shitstorm. Questi meccanismi di morale e giudizio collettivo non sono strettamente legati al covid ma senza dubbio il covid ha dato loro un megafono.

Ma torniamo al pane e alla politica e a cose che si pensa sempre che non c’entrino l’una con l’altra.

A questo panorama della società occidentale si è affiancata un certo tipo di estetica, ovvero il cottagecore.  Facilmente osservabile su una piattaforma come Instagram, il cottagecore è quell’estetica che incrocia l’ormai datato shabby chic, lo ripulisce e enfatizza il contatto con la natura o il soprannaturale ( nelle sue derive gotiche). Avete presente quelle modelle bionde, coi capelli lunghi, le trecce, la torta fatta a mano, la marmellata sul vestito ricamato la sera davanti al fuoco? Ecco, quello lì è il cottagecore. Negli ultimi mesi c’è stato un letale boom di account cottagecore e di aziende che si sono specializzate in target di questo tipo. Per quanto nella mia ricerca di pace interiore fra le pagine della Austen ci sia altro oltre al cottagecore, l’immaginario è quello. Il cottagecore inoltre, essendo un immaginario e non un periodo storico reale, può essere uno strumento di vendetta. Quel background che in testa associamo solo a signorine bianche come il latte e ricche come qualcos’altro diventa adesso un paradiso queer e decolonizzato. Questo è quello che intendo con #Austenforchange.

Ma il pane?

Ora a me dispiace ripeterlo in continuazione come una litania ideologica ma c’è una specifica ragione per cui vi è venuta voglia di fare il pane in casa e magari come me avete imparato a ricamare a mano coi tutorial di Youtube. C’è una specifica ragione per cui siamo portati a leggere la Austen e vivere in immaginarie casette in fondo all’orto dove ci nutriamo solo di miele. Quello che cerchiamo di ricreare con l’estetica cottage core e con determinati elementi morali e di organizzazione sociale è un movimento di resistenza. Determinate estetiche imperano quando improvvisamente nasce l’urgenza di compensare altro. Abbiamo l’arte per scappare dal capitalismo e la stiamo usando. Vogliamo godere direttamente dei frutti del nostro lavoro, vogliamo ricamarci le magliette e non comprarle a sempre meno sapendo che c’è dello sfruttamento dietro, vorremmo essere in grado di farci il pane e non solo di guadagnarcelo. Come tutto questo possa bloccare il turbocapitalismo e la distruzione ecologica e non venirne inglobato come l’ennesima strategia marketing non lo so, ma trovo sempre bello riuscire a capire cosa si voglia veramente e decostruire i propri desideri. Forse ci siamo non solo rotte di essere sfruttate ma ci siamo anche rese conto che questi nuovi lavori home office da privilegiati sono così lontani dal reale soddisfacimento di un bisogno che forse il pane fatto in casa non basta per salvarci la salute mentale.La nostra nostalgia è un atto politico, prendiamone atto, ma non basta per salvare il pianeta, per una entschleunigung reale e non una temporanea o immaginata.

Come un buon romanzo di Jane Austen questa seconda estate pandemica ci porterà un sacco di matrimoni, ma magari ci sono anche i semi per un nuovo connubio di idee.  

In foto una pagina del fumetto “Orgoglio, pregiudizio e zombie” di Seth Grahame-Smith . Per quanto delirante è la metafora perfetta che unisce la resistenza del cottagecore agli zombi alla Romero.

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