Quando siete sul balcone, fateci caso

Oggi sul balcone splende il sole. Ho scoperto come riuscire a posizionarmi in modo da riuscire a fare home office anche con il sole sulla testa- è un po’ come lavorare all’aperto- ma non riesco a non distrarmi osservando i minuscoli ecosistemi che mi circondano, tutte quelle cose piccole, e le cose lontane, che vedo dall’alto, i personaggi del fuori. Il balcone è un posto ambiguo dove non avrei mai avuto così tanto tempo di stare se non ci fosse una pandemia là fuori. Al di là che mi piacciono i luoghi ambigui – come ogni cosa ambigua, perché l’ambiguità è talvolta l’unica cosa che si avvicina alla verità- il balcone è veramente un posto meraviglioso. Ieri due api mi sono cadute sulle ciabatte mentre leggevo e sono rimaste per terra così a lungo che ho avuto il tempo di riempire un tappo di bottiglia di acqua e zucchero come cocktail di benvenuto, e ricordarmi che dovrei comprare delle erbe da cucina per avere un terrazzo più accogliente per loro. Le vespe ci sono sempre state e credo ci sia un nido sopra la porta, e poi ci sono delle specie di cimici che si attaccano di continuo allo striscione che non riesce a star fermo per via del vento. Deve essere uno sport da insetti.

Sono passate due settimane da quando ho appeso fuori “Ich bleibe zu Hause” ovvero io resto a casa in tedesco. Nel giro di due settimane molte cose sono cambiate ed ora anche in Germania si è iniziato a prendere le cose sul serio. Qualche giorno fa sono anche uscite le multe per far rispettare determinati comportamenti, tipo la distanza di sicurezza. Io dal mio balcone la rispetto benissimo, e finalmente posso guardarmi allo specchio e vedere che no, non era una dissonanza cognitiva, era solo che ricevevo un bombardamento mediatico italiano e vivevo però in un altro paese, ma è tutto vero. Ho dei capelli sempre più orribili ma almeno vivo in maniera più coerente. E sul balcone mi riesce facile, la coerenza, lo scrivere, l’osservare e il farci caso. A cosa?

 Sono un essere coerente in un luogo ambiguo e faccio caso a più cose perché ho più tempo mentale, molto meno stress e anche qualche ora in più a disposizione perché non devo più fare la pendolare per 45 minuti andata e 45 minuti ritorno fra Università-Ufficio-Casa. I miei luoghi sono la casa, il balcone e il fuori, questo enorme abisso che comprende il Supermercato, il giardinetto di quelli di fronte, le biciclette a noleggio gratuito, la farmacia e la strada davanti casa.  Improvvisamente mi basta. Internet riesce a darmi quasi tutto quello di cui ho bisogno, abbiamo creato infiniti modi di reorganizzare il sociale nel digitale e ora stiamo facendo solo qualche passetto in avanti più velocemente. A me nessuno rivolgeva la parola per otto ore in ufficio, con l’home office almeno ho la compagnia delle api che ronzano. Non sarebbe mai stato lo stesso se la pandemia fosse scoppiata in pieno inverno, non avrei avuto questa esistenziale primavera sul balcone, ma io ora voglio parlare di qui ed ora.

Ho sempre vissuto in case col balcone. Per me è sempre stata una priorità, quando dovevo affittare casa, e preferisco andare a trovare gente se almeno ha una terrazza da offrire, o una vetrata ampia. Mi sono chiesta il perché. Non basta questo incredibile fetish per l’ambiguità, deve essere un’ambiguità speciale. Credo che sia per la politica del balcone. Il balcone è un borghese confine tra il pubblico e il privato. Mi posso sdraiare sulla sdraio e masturbarmi senza che nessuno mi veda, ma al contempo posso appendere uno striscione con le mie idee che tutti possono leggere, è una sintesi perfetta della democrazia.

La nostra vicina si è lamentata qualche giorno fa dicendo che è illegale appendere striscioni sul terrazzo. “Non vede che nessun altro lo fa? Secondo lei perché?”. In realtà non è affatto illegale. La legge dice solo che il proprietario del condominio potrebbe richiedere di rimuoverlo in caso danneggi la convivenza  fra coinquilini in qualche modo. Ovviamente “Io resto a casa” non poteva dare noia a nessuno, e quindi è ancora lì.  Ma invece “ Dove sono i 49 Milioni” e simili implicite frecciatine, a chi avevano dato noia? Gli striscioni contro Salvini avevano scatenato mesi fa oltre ad una meravigliosa performance collettiva, una vera e propria diatriba legale fra chi sosteneva la legge costituzionale e cose simpatiche come la libertà di espressione, e quelli che se ne erano molto originalmente venuti fuori con una norma di un decreto legge del 46 che punisce chi disturba una propaganda elettorale. Pensate a quanto casino si può fare con un balcone, dei pennarelli e un lenzuolo.

Quando pensiamo ai luoghi della politica si pensa spesso al Parlamento, ai vari gruppi di persone ben omologamente vestite che discutono rappresentandoci per via indiretta. E quelli sono indubbiamente luoghi politici. Poi abbiamo le strade e le piazze, dove possiamo creare giganteschi cortei per gioire o protestare arrabbiati pro o contra qualcosa. Questi sono i luoghi principali della politica, ormai quasi stereotipati nel loro essere politici, e forse anche anacronistici in certi contesti. In realtà le sale parto sono luoghi politici, le sale d’attesa nei consultori, le fabbriche sono luoghi politici, le cucine, le case, ma non voglio andare in questa direzione. Quello su cui voglio concentrarmi è il concetto di distanza. Se con la pandemia non possiamo stare uniti fisicamente, non possiamo più fare politica? Uniti ma vicini è davvero uno slogan possibile? Ma certamente. Ma anche dopo il Covid, se un preciso post-Covid ci sarà. La Butler nel capitolo “We the people” in “Notes Towards a Performative Theory of Assembly”, ricollegandosi alle analisi della Arendt sugli spazi politici, analizza l’utilizzo della tecnologia e si pone domande simili a: “Ma le persone che partecipano virtualmente alle proteste, seguendo le dirette ad esempio, sono parte della protesta?”. Una vera risposta non c’è, è uno spazio ambiguo come il balcone. Ma le idee vengono diffuse e lo spazio politico si amplia, muta, fluidifica. Ebbene, pensare che si rischi la dittatura perché si è costretti a stare a casa è come pensare che si morirà di fame perché è finita la pasta al supermercato.

Non tutti hanno un balcone e lo so bene, come molti non avevano anche prima altri strumenti democratici, come alcuni neanche avevano la visibilità politica fino a qualche anno fa, e i diritti civili se li sognavano la notte. Ma voi, voi che avete un balcone, non datelo per scontatelo e prendetevene cura. I balconi hanno la possibilità non solo di collegamento virtuale ma anche fisico, in alcuni edifici è proprio facile sputare nel balcone di sotto o porgere le mutande cadute con fare imbarazzato al vicino. O organizzare concerti patriottici, ok. Non sono una grandissima fan di bandiere e inni, ma apprezzo la teatralità del tutto. Spesso gli spazi artistici sono spazi politici, e il balcone è un’ambiguità che possiamo sfruttare al massimo in questo periodo. In Italia abbiamo una spiccata tendenza alla teatralità. Il Signore vestito da Zorro che viene bloccato dalla Polizia a Milano perché dal balcone lascia scivolare uno striscione con su scritto che sarebbe meglio rimanere umani, è e forse rimarrà il mio performance artist politico preferito ( Scusa Marina, scansati). Se c’è una cosa di cui il mio paese mi rende fiera è questa spontaneità ed esagerazione nei gesti. E i balconi sono palcoscenici gratuiti, bisogna scegliere solo se fare le Giuliette o i Mussolini. Il balcone è la perfetta fusione fra i cazzi tuoi e la cosa pubblica, è una rottura della quarta parete politica. A Pamplona la gente ha protestato contro la polizia facendo rumore con le pentole dai balconi, molte manifestazioni a Berlino si sono spostate in questi giorni sui balconi illuminati dalle prime giornate di primavera. Non voglio dire che la sinistra debba ripartire dai balconi, non voglio dire che non ci siano rischi, perché come per qualsiasi strumento e luogo i politico i rischi sono sempre dietro l’angolo. Ma fateci caso. Fermatevi ad ascoltare le api. Quando siete sul balcone, fateci caso.

6 commenti

  1. “Non voglio dire che la sinistra debba ripartire dai balconi, non voglio dire che non ci siano rischi, perché come per qualsiasi strumento e luogo i politico i rischi sono sempre dietro l’angolo,”

    Ho riso un sacco. Applausi. Brava e,,, fortunata tu che hai uno strumento politico. Quando sarà finito tutto ti invito a fare un giro nei balconi di Napoli. Lì si che c’è da godersi lo spettacolo. 😉

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  2. Grazie del post. Ci voleva proprio una lettura piacevole in un periodo così brutto.
    Ti capisco perfettamente. Io ho persino ricercato il cappello di paglia che uso al mare per poter lavorare completamente immerso nel sole dalla testa ai piedi (qui praticamente è già estate, o comunque il sole picchia molto sodo!). Purtroppo in mancanza di un balcone di dimensioni appropriate, mi tocca accontentarmi della la mia posizione d’osservazione fissa alla finestra di camera mia (ottima esposizione, direbbe un annuncio), in stile “la finestra sul cortile” (purtroppo senza Grace Kelly). Anche se devo ammettere che il mio è più un edonistico piacere da lucertola per il sole cocente, che un feticismo intellettuale per i luoghi ambigui tra pubblico e privato. La questione del rapporto tra democrazia e mezzi di comunicazione a distanza mi interessa davvero molto, ma non ho ancora un’opinione che valga la pena di essere condivisa. Come ti ho già confessato, vedo la questione con abbastanza preoccupazione e pessimismo. Ma considerando il mio atteggiamento apocalittico generale, magari andrà tutto bene davvero. Capisco però che i cartelloni “incrociamo le dita” avrebbero infiammato molto meno gli animi xD

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    1. Ti auguro una buona quarantena alla finestra, alla fine anche una finestra non è male, anche se il livello di ambuiguità scende e quello di voyeurismo sale. Non prendere insolazioni apocalittiche, abbronzati con stoicismo.

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      1. Voyeurismo sale in modo vertiginoso, anche se purtroppo non succede molto nei dintorni… Essenzialmente tengo d’occhio il livello di decomposizione di un mio lenzuolo che qualche tempo addietro una folata di vento ha portato sul tetto del garage di fronte. (arruciolato, ma stabile, per ora. Mi chiedo con cosa diavolo l’abbiano trattato: dopo mesi è ancora bianco!)
        Comunque buona quarantena anche a te! Vedrò di cuocermi gradualmente e stoicamente!

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