Meno mimose e più pantaloni unisex, ovvero perchè sono femminista

Quando ero piccola volevo chiamarmi Richard. Ci sono ancora amici dei miei genitori che scherzano su questa cosa, che per un lungo periodo della mia vita ho detto di chiamarmi Richard, o Elliot.
Parto da questo per spiegare perché, essendo femminista, credo che la battaglia contro gli stereotipi gender sia tremendamente importante.
Richard era il bambino di Pagemaster, con la grande avventura nel mondo dei libri e la casa sull’albero, Elliot era il bambino di ET con i sentimenti così puri da riuscire a voler bene ad un mostro marrone venuto dallo spazio con un vocabolario decisamente limitato, io ero una bambina arrabbiata. Non lo sapevo ancora perché, ma ero una bambina arrabbiata che non sapeva nulla del Bechdel test o del femminismo, ma ero una piccola Mafalda che si affacciava senza saperlo su una esistenza subdolamente sessista e per di più in generale sessualmente repressa. Non lo sapevo perché ma ci stavo male e stretta, sin dall’inizio, nel patriarcato.
Dopo che nessuno accettò il fatto che io volessi chiamarmi Richard e non Alice come quella svampita bionda col vestitino nel paese delle meraviglie, iniziai a fare una piccola rivoluzione negli abiti. Volevo essere come i maschi,che si vestivano con le stampe mimetiche. Uscii di casa una mattina d’estate con i miei pantaloncini militari in perfetto abbinamento con la cannottiera senza spalline e trovai mia nonna sulla porta che mi disse che non avrei mai trovato marito conciata così. Andai al mare molto triste, perché pensavo che quello volesse dire vivere una vita piena di solitudine, e non mi piaceva l’idea, io un marito lo volevo.
Ancora senza marito ma con già due fidanzati alle spalle, in prima elelentare mi comprai dei pantaloni unisex, dei bermuda azzurri con i fiori hawaiani come andavano quell’anno. Non facevo che ripetere alla gente la parola unisex, un po’ perché era una bella parola che suonava bene e un sacco misteriosa, un po’ perché per me era una grandissima conquista: non stavo indossando qualcosa per maschi ma qualcosa di unisex, lo potevo fare, potevo gustarmi quelle ampie tasche piene di figurine senza sensi di colpa.
Iniziai a camminare con le mani in tasca, alla ricerca di modelli, e mi prese in generale una fissa per l’azzurro. Volevo tutto azzurro e per il mio settimo compleanno avevo delle New Balance Azzurre, una salopette di velluto a coste azzurro, un dolcevita azzurro, i collant di lana azzurri e due codine legate rigorosamente da gommini azzurri. Questa sottospecie di puffo in cui mi ero trasformata, aveva esplicitamente detto alle sue amiche che non voleva assolutamente niente di rosa e nessuna bambola. Qualche sventurato mi regalò una Barbie e mi venne da piangere, rovinando la celeste atmosfera che volevo creare. La simbologia dei colori è molto importante e per anni sono stata la No Rosa , era molto importante per me, una sottospecie di scelta politica. Perché l’azzurro sì e il rosa no è facile da capire. Il mio gioco preferito a ricreazione era Maschi contro femmine perché volevo far vedere ai maschi che ero forte come loro.
La moda maschile dell’epoca nella piccola città di mare dove sono cresciuta veniva dalla cultura americana legata al surf. I brand che i più belli della scuola indossavano alle medie erano la Quicksilver, la O’neill e la Rip Curl. “Da grande voglio mettermi con un surfista” scrivevo sul diario, ma almeno avevo smesso di pensare al matrimonio. Senza secondi scopi iniziai a fare surf e mi piacque da matti. Mi divertivo un sacco, ed ero una che generalmente si nascondeva durante l’ora di educazione fisica. Mi piaceva così tanto cavalcare le onde che alla fine riuscii a convincere i miei genitori a comprarmi una tavola. Il bagnino mi fermò la prima volta dicendo che una bambina da sola in mare con la tavola non ci poteva andare, però vedevo i ragazzini poco più grandi di me fare esattamente la stessa cosa. Ok, non ero un colosso di bambina ma sentivo che anche questo aveva a che fare con qualcosa di ingiusto. Quando trovai un’altra ragazza che faceva surf mi sembrò di aver trovato la mia compagna di vita. Qualche tempo dopo apparve la Roxy ovvero la versione femminile della Quicksilver e, per quanto mi facesse arrabbiare che ci fosse quel cuore rosa coi brillantini su tutti i capi di abbigliamento, mi sembrò una conquista e mi comprai una felpa che divenne la mia felpa preferita nonstante mi stesse gigante.
Credo di aver iniziato a fare pace con la mia parte femminile grazie ai libri di Bianca Pitzorno. Le bambine nei suoi romanzi erano intelligenti, spiritose e disubbidivano spesso. Dopo aver conosciuto Hermione Granger decisi che c’era ancora un sacco di speranza per il genere umano. Iniziai a fare teatro e ad uscire con un ragazzo della compagnia, il surf se ne era andato lasciando il posto a quel pop punk anni novanta coi polsini a righe nere e rosse. Mi stava simpatico, sia lui che il punk, quando si avvicinò per baciarmi per poco non fugii schifata ma alla fine riucii a concentrarmi e farmi baciare a bocca chiusa. Quasi la stessa settimana una ragazza della mia compagnia nei camerini una sera mi chiese se mi sarebbe piaciuto baciarla, ed ebbi una sensazione strana simile al senso di colpa. “Sì, ma prima devo baciare Y per capire se mi piacciono gli uomini”. C’era una precisa gerarchia nella mia testa anche se non sapevo da dove arrivasse, chi ce l’avesse messa. Ruppi con Y ma si dilaniò anche la mia amicizia con questa ragazza. Più o meno la stessa identica situazione successe due volte, e non avevo ancora compiuto diciotto anni. Quando arrivai finalmente ad avere il mio ragazzo ufficiale, a cui volevo davvero bene e dal quale ero veramente attratta fisicamente, avevo una visione molto contorta di cosa sarebbe successo nudi in camera da letto. Quello che sapevo è che lui doveva entrare e venire, e mi sarebbe piaciuto. Il problema fu che io avevo iniziato ad avere orgasmi masturbandomi all’età di sette anni, età in cui mi iniziarono a crescere i peli sotto le ascelle e in cui iniziarono a prendermi in giro perché nessuna bambina li aveva. Avevo sette anni quando credetti di essere magica come le Witch dove aver avuto il primo orgasmo in camera mia mentre giochicchiavo con le mie mutande. La mia prima volta fu decisamente il contrario, niente di più lontano da un orgasmo. Chiesi in giro, stupefatta che questa grande cosa che doveva essere il sesso si fosse rivelata una delusione tremenda. Mi rispose una mia amica, con una versione poco evoluta di Cioè alla mano, che era molto difficile che una donna avesse un orgasmo.( Se continuate a pensare che questo non sia un fatto di sessismo, avete tuttora una vita sessuale molto infelice e mi dispiace)
Potrei continuare a fare un elenco biografico pseudo ironico, ma probabilmente vi annoierei. Sono femminista sin da piccola, perché ho sempre considerato tutti uguali e il sessismo mi ha reso la vita enormemente difficile. Quando la gente al tavolino tira fuori la simpatica domanda sul perché sono femminista non so come fare a rispondere. Questa è la risposta: ho sempre voluto essere un maschio. Ma non perché avessi un rifiuto del mio corpo che andasse al di là del normale disgusto adolescenziale, ma perché ho sempre percepito il modo diviso in due parti, una rosa e una azzurra, e quella azzurra aveva le cose più fighe. Sono sicura che nel frattempo ci fosse qualcuno che doveva essere blu per forza, ma a cui piacevano i vestitini rosa.
Quando ero piccola mio padre voleva prendessi lezioni di piano, ma il problema è che all’epoca a suonare il piano ci andavano tutte quelle bambine con le Barbie e il vestitino di San gallo coi sandali coi brillantini, e io associavo il pianoforte alle loro faccine angeliche. Accidenti a me iniziai troppo tardi, quando ebbi abbastanza sale in zucca da capire che non andavo contro la mia politica suonando quello strumento pieno di tasti bianchi e neri, quelle bambine suonavano già Chopin.
Sono femminista perché non voglio che le nuove generazioni crescano con questa opposizione in testa, voglio che si possano esprimere come meglio riescono, ed abbiano un’ entrata in questa esistenza il più libera possibile da preconcetti che andranno ad influenzare la loro vita da adulti in maniera irreversibile. Sono femminista perché c’è ancora il disgusto per il corpo della donna, oltre al salario differenziato. Sono femminista perché non voglio che le nuove generazioni pensino sino ai 15 anni di età che esiste solo il sesso orale maschile, come è successo a me fino a che non ho visto una scena in un film sull’età vittoriana della BBC. Sono femminista perché non capisco perché il sangue mestruale sia quasi un tabù mentre lo sperma no, anzi. Sono femminista perché voglio che le cose cambino e per farlo servono sia le leggi e le campagne politiche sia una serie di prodotti culturali nuovi, coscienti, che educhino all’uguaglianza.
La giornata della donna non è proprio una festa. Per me, è il giorno della lotta per i pantaloni unisex. Meno minose, più pantaloni unisex.

TERRENO FERTILE ovvero riflessioni del 27 Gennaio 2020 di un’immigrata italiana a Berlino

 Cosa vuol dire per te celebrare il 27 Gennaio a Berlino? Il Giorno della Memoria qui è molto più blando che in Italia. Questo non avviene perché i tedeschi si siano dimenticati l’Olocausto, ma per l’esatto contrario: il passato è compagno del presente e per questa ragione scegliere un giorno arbitrario è quasi futile. C’è, ma quello che c’è molto di più e si sente ancora, è il senso di colpa di intere generazioni, un senso di colpa storico che permea anche da certe posizioni della sinistra in politica, che sgocciola dai monumenti in centro, che si solidifica in un politically correct in ambiente accademico che a volte sfiora il ridicolo. I tedeschi non hanno bisogno del Giorno della memoria, se lo ricordano ugualmente senza dettagli atroci su Facebook il 27 Gennaio. Io vedo una costante paura del ripetersi, un collettivo ricordarsi, e questo, per quanto abbia indubbiamente distrutto l’identità nazional-psicologica di coloro che sono nati o cresciuti dopo, quando i crimini cominciavano a venire puniti dalla legge, questo costante malessere storico è un bene.

 Non mentiamoci: se dici Italia pensi Pizza, se dici Germania pensi Hitler. I primi mesi che vivevo a Berlino mi spaventavo tutte le volte che mi trovavo sulla metro, imbottigliata nel pendolarismo mattutino, e un altoparlante urlava qualcosa in un tedesco che ancora non capivo. “Stare attenti alle porte” si traduceva in “Ti abbiamo trovata” dentro la mia testa. Su questo ci sarebbe da dire che i nazisti anche nei film doppiati li lasciano quasi sempre urlare in tedesco coi sottotitoli, e quindi persino la lingua tedesca finiamo per associarla all’Olocausto, noi Italiani. Comunque, questo continuo essere ricordati è la cosa che, stranamente, mi fa sentire più al sicuro.

Per quanto l’AfD (Alternative für Deutschland, il partito populista di estrema destra, paragonabile alla Lega) stia ottenendo sempre più voti nella ex DDR e persino nella metropolitana Berlino, e questo sia allarmante, ho anche sentito dire il sindaco di Berlino che in realtà non dovrebbero neanche avere il diritto di sedersi in parlamento e ho letto di numerosi casi di boicottaggio durante le loro più grandi riunioni di partito. Una loro manifestazione è stata bloccata da un corteo queer con musica Techno nel 2019, e tantissimi bar avevano l’adesivo con scritto “No party for Nazi” o qualcosa di simile. Ho visto gruppi di neonazisti sfoggiare in grande pompa un cartellone con su scritto “Noi non ci pentiamo di nulla”, e mostrare il culo, in senso letterale, e mi sono anche trovata un simpatico nazista di quartiere sul pianerottolo a distribuire volantini, ma di manifestazioni per i diritti delle donne, i diritti umani, i diritti civili della comunità Lgbtq+ ( Non dimentichiamoci che nei campi ci finirono ebrei, comunisti, asociali, disabili e omosessuali)… ce ne sono state molte di più, senza bisogno di ricorrere alle statistiche. Potrei azzardarmi a dire che, per quanto il governo tedesco abbia notevoli problemi con il terrorismo di matrice nazista (Omicidio Lübcke, politico del partito di Angela Merkel), certe idee non vengono viste come “eh ma la libertà di espressione”, il problema c’è ed è grosso ma l’intolleranza non coinvolge la maggioranza della popolazione.

 Noi abbiamo invece non solo lasciato sfilare tranquillamente i gruppi neofascisti, ma li abbiamo addirittura protetti con la Polizia. Ok, alla fine abbiamo le Sardine- movimento criticabile ma tutto sommato positivo- ma prima che arrivassero ci sono stati scandali come negazionisti nei consigli comunali (Ma la legge Scelba, scusate?), abbiamo avuto fra i candidati alle europee cognomi che non dovrebbero essere ammessi, sono state offese vittime dell’Olocausto definendole “divisive”, da Traini in poi c’è stata un’escalation di atti razzisti e abbiamo organizzato sul nostro territorio manifestazioni di livello mondiale dove le conquiste base del femminismo venivano messe di nuovo in discussione. Ho visto muoversi l’Anpi sia in Italia che a Berlino, esatto, l’Anpi ha indetto una manifestazione a Görlitzer Park nel 2019 e questo mi ha dato molto da pensare.

L’Italia è ormai parte di quei paesi dell’Ue che sono dichiaratamente xenofobi insieme all’Ungheria, la Polonia e l’Austria (anche se secondo uno studio del 2018 il paese più razzista della UE sarebbe la Finlandia). Il Belpaese sta attuando una serie di leggi anti- integrazione (che comunque sarebbe stata assimilazione più che scambio culturale). Qui il termine è molto importante, perché non si tratta di una politica anti- immigrazione vera, che in una qualche malata logica di estrema destra funziona, ma di un modo di creare solo caos. Il fatto che lo abbiano chiamato Decreto Sicurezza sembra una barzelletta: fa perdere il lavoro agli italiani che si occupano di integrazione (Vedi i tagli ai progetti Sprar) e mette sulla strada dei poveracci senza la minima prospettiva, o li concentra in grossi campi abitativi, prevalentemente gestiti da privati, dove c’è già stata la denuncia per violazione dei diritti umani. Una politica che preferisce lasciar morire la gente in mare e demonizzare le ONG e gli attivisti piuttosto che occuparsi di fare riforme che migliorino il welfare generale, l’integrazione, e l’educazione; una politica che non si rende conto che il problema non sono quelli che arrivano ma quelli che se ne vanno. Abbiamo cambiato governo ma il Decreto Sicurezza è ancora lì.

È inutile fare i post con gli emigrati italiani in America nel primo dopoguerra, siamo al momento attuale un popolo che emigra. Per adesso le mete preferite sono l’Inghilterra e la Germania, ma a breve grazie alla Brexit, la Germania verrà letteralmente invasa. Pizzerie ovunque, I wurstel spariranno e tutti cominceranno a parlare a gesti, perché il tedesco è una lingua troppo difficile e l’inglese sta per diventare extraeuropeo. Scordatevi la fuga dei cervelli (solamente il 30 per cento degli emigranti possiede una laurea) e immaginatevi più l’assalto al Job Center alle otto di mattina quando ancora fa buio, stile scena di film Zombie di Serie B.

La Germania non è un posto perfetto, lungi dal fare un elogio gratuito, ci sono tante politiche ingiuste anche per quanto riguarda l’immigrazione: il trattamento ”speciale” riservato ai rifugiati siriani, i rimpatri forzati e il fatto che per integrazione si intenda più introduzione forzata nel mercato del lavoro. È un luogo dove il capitalismo è all’estremo tanto da essere sull’orlo dell’autodistruzione, tanto che, ad esempio, a Berlino arrivano proposte di esproprio di grandi compagnie immobiliari per reumanizzare le politiche abitative. Ma le leggi che regolano il sociale ti permettono di avere un’esistenza molto più dignitosa di quella che potresti avere in Italia, e non si basano quasi mai sulla cittadinanza. Ad esempio, il cosiddetto “Harz 4” o “ALGII” (Secondo sussidio di disoccupazione), che corrisponde in maniera un po’ goffa al nostrano “Reddito di Cittadinanza” può richiederlo quasi chiunque abbia lavorato in Germania per pochi mesi. La maggior parte degli italiani lo richiede. Arrivano, neanche sanno dire una parola e pretendono i soldi, e un corso di integrazione gratuito, questi maledetti immigrati. È bello vedere come i soldi investiti nel sociale creino quel tipo di società in cui andare all’università e avere un figlio a 26 anni non diventa impossibile (perché è così che si fa a fare riprodurre la gente, non negando il diritto all’aborto), il lavoro in nero è rarissimo (almeno che tu non lavori in un ristorante italiano), trovare un’occupazione per cui si è studiato qualcosa è un obiettivo di tutti, come società, e i centri per l’impiego (quelli slegati dai vari benefit) funzionano. Un’ altra cosa molto interessante è che oltre al senso di colpa collettivo, in Germania c’è anche un rispetto collettivo dell’intelligenza, o perlomeno del sapere. Con la Cultura si mangia molto di più ( il 14 per cento dei soldi pubblici vengono investiti nella Cultura, contro lo 0,3 per cento in Italia), le Lauree Umanistiche non sono una maledizione eterna, il pensiero critico è costantemente incoraggiato (hanno il 10 per cento in meno di analfabeti funzionali) e se studi, se hai lo status di persona che si sta occupando di conoscenza, riesci a sgattaiolare per un po’ fuori dal sistema liberista con una serie di sconti, agevolazioni e bonus: i trasporti costano la metà e le tasse universitarie sono quasi inesistenti. Il sistema sanitario è costosissimo ma fa sì che quasi tutto sia coperto, anche tutte le visite specialistiche; le medicine vengono a costare molto meno e ci sono comunque casi in cui è lo Stato a pagare l’assicurazione sanitaria. Diciamo che trovarsi a Berlino il 27 Gennaio è economicamente ed eticamente conveniente.

 Ma cosa c’entra col giorno della memoria?

 Sarebbe questo di cui dovremmo iniziare a parlare in Italia, non tornare a delle dicotomie medievali per costruire delle becere identità populiste. Dove è la politica vera? In Italia non è sparita solo la sinistra, è sparito il dibattito utile. Stiamo lì a scannarci sulla transitività dei verbi e non ci accorgiamo della intransitività del governo che non collabora molto al benessere del cittadino. Mettere Lino Banfi all’Unesco è stato uno statement coerente. Il Berlusconianesimo sotto il quale la mia generazione è cresciuta era la religione della figura -di-merda, abbiamo de-moralizzato ed emotivizzato la politica e queste sono le (non ancora estreme) conseguenze. La laurea non serve a nulla, basta la vita, i neri sono brutti, le donne devono stare in cucina o nude, e i diritti civili se li meritano solo quelli che trombano per riprodursi, e lo dico perché sono cristiano eh.

 La cosa buffa è che nell’arte contemporanea non si fa che parlare di post-umanesimo, di sistemi filosofici che permettano una migliore ecologia delle cose, che si arrivi a rispettare un sasso o una riserva naturale quanto una vita umana, ma abbiamo la metà dei governi mondiali che non riesce nemmeno ad allacciarsi le stringhe delle attuali promesse ontologiche. Io vedo un disumanesimo, e specialmente nel mio paese di origine.      

Ma quindi non ti senti più italiano? Non posso citare Gaber tutte le volte, ma non passa giorno in cui non mi venga ricordato che sono italiana, non è una cosa che puoi sentire o meno, è lo stato delle cose. Ma il cibo non ti manca? Sarei disposta a nutrirmi fino alla morte di wurstel, cetrioli e cappuccini vegani pur di avere l’università gratis

 C’è quel detto che dice “Ogni persona sta combattendo una battaglia difficile, sii gentile, sempre”, beh io penso che a seconda della battaglia, oltre ad essere gentili sia necessario prendere una posizione. Penso troppa gente sia stata solo gentile con Adolf Hitler e la sua battaglia. La nostra battaglia, di noi ultime generazioni, è il riscaldamento globale, l’uguaglianza, la pace e il superamento delle identità nazionaliste di stampo romantico, tutto il resto è una cagata pazzesca. La nostra battaglia, di italiani, è di non ricadere in trappole fasciste e di non sottovalutare la nostra responsabilità storica sfoderando i migliori evergreen whataboutism su Foibe e via dicendo il 27 Gennaio, o qualsiasi altro giorno dell’anno, ma guardare fuori dalla finestra (direzione Libia), farlo davvero con autocritica, sia che si sia in patria che ci si trovi all’estero, perché la fortuna del nazismo e del fascismo non è stata di essere ideologie nuove, scientificamente provate e con basi solide ma solo di aver trovato terreno fertile. Questo è quello che nel giorno della memoria dovremmo tenere a mente: non creare terreno fertile. E il terreno fertile è facile crearlo, basta un po’ di crisi economica, intolleranza e qualche passo indietro.

IL NAZISTA SUL PIANEROTTOLO ovvero cosa dire quando ti trovi l‘estrema destra sull’uscio

Chiamatelo backlash o fashion trend, il nazismo è tornato di moda. Baffetti e crani calvi, mancanza di argomentazioni concrete, pregiudizi, rabbia e simboli indiani reinventati. Diciamo che il fatto che il Nazismo si porti così tanto, non è rassicurante come il fatto che sono tornati i marsupi, no. L’altro giorno mentre tornavo a casa me ne sono trovata uno sul pianerottolo, di nazisti, e sono sicura che non fosse un hipster perché ha riempito le cassette della posta di volantini dell’NPD, il Nationaldemokratische Partei Deutschlands, partito accusato ripetutamente di essere offensivo per la costituzione, ma non ancora dichiarato fuorilegge per una serie di ossimori burocratici (a quanto pare ci sono talmente tanti infiltrati nell’ex partito nazista che dichiararlo illegale fermerebbe le indagini o una cosa simile). Per quanto uno si batta per l’uguaglianza, si riempia il salotto di volantini per i diritti umani e si arrabbi di continuo quando legge il giornale, trovarsi il nemico di fronte è una cosa a cui non si è mai pronti. Ma chi è il nemico? Conosci il nemico, si dice. L’uomo sul pianerottolo non è di certo un gerarca nazista e come mi ha detto un giornalista una volta “Guarda che i nazisti veri mica sono tesserati”. Leggo il volantino e sembra semplicemente l’Afd versione Premium. Nel caso ci fosse qualcuno non pratico di sigle politiche tedesche, l’Afd, Alternative für Deutschland, è il partito populista di destra che è riuscito a chiappare un sacco di voti della ex DDR, quello che basa la campagna elettorale su tematiche tipo la paura del burka. Se uno volesse fare un paragone- ma prendetelo con le pinze per una serie di ovvi motivi- Afd: Lega = NPD: Casa Pound/Forza Nuova.

Salgo in casa e controllo bene, non sia mai che la sigla vuol dire anche altro. No, ho ragione. Torno giù con dello scotch e un pennarello rosso. “Verfassungsfeindlich”, nemico della costituzione. Sequestro tutti gli altri volantini che trovo (sentendomi, non troppo assurdamente, fascista mentre lo faccio e combattendo contro degli strani sensi di colpa) e appendo il cartello di denuncia. Chiamo i miei amici ebrei, perché- ebbene sì- ho dei carinissimi vicini della mia età che sono cresciuti in Israele. Fanno lo stesso e il giorno dopo troviamo tutto strappato a terra (almeno tiralo nel cestino come ho fatto io coi tuoi volantini, pensa all’ambiente!). Una parte di me è stata contenta di non averlo trovato sempre lì, sul pianerottolo, quel fan sfegatato del popolo tedesco, armata solo di scotch e pennarello rosso, una parte di me invece avrebbe voluto parlarci, vedere come reagiva al mio accento poco teutonico e alle mie argomentazioni scientifiche e storiche. Ci sarei riuscita? Avrei saputo usare la retorica giusta? Pensare di riuscire a convertire un nazista è un po’ darsi delle arie, ma riuscire a muovere qualcosa non dovrebbe essere impossibile, sono umani anche loro, no?

La difficoltà del nazista sul pianerottolo in realtà me la ritrovo abbastanza costantemente, in dose minore, abbonamento Basic e non so mai come gestirla. Su internet ci ho provato qualche volta ad argomentare contro i leghisti incattiviti che si appellavano a fake news per giustificare il loro “Non sono razzista, ma”, ma ci ho messo un po’ a distaccare la mia persona dagli insulti che solitamente piovono non appena capiscono che non la pensi come loro. Di recente sono riuscita però a “vincere” un dibattito, me ne sono accorta perché la persona ha smesso di commentare. Per questa grande vittoria devo ringraziare un piccolo librino che il Rosa Luxemburg Stiftung regalava questa estate, con dentro le strategie per il dialogo coi populisti e in copertina un tenero gufo.

Ecco a voi, per la prima volta in Italiano, qualche dritta per diventare influencer dei diritti umani. Cominciamo con 5 fasi preparatorie.

  1.  Autoriflessione: la prima cosa da fare è pensare alla propria visione del mondo, analizzare i nostri stereotipi ed eliminare i pregiudizi. Non possiamo avere una conversazione pulita se prima non ci siamo fatti un bagno di coscienza
  2. Ambiente: prima di pensare al dialogo e alla strategia psicologica da adottare guardiamoci intorno. Se sei in una strada buia e il tuo interlocutore ha un coltello, probabilmente ha ragione Sartre e non è il caso di credere nel dialogo con i razzisti. Se ti trovi su internet, stai attento ai tuoi dati, alla tua protezione. Prima fatti scudo, poi attacca. Se ti trovi al cenone di Natale e tuo zio fa l’ennesimo commento sui ne*ri che gli rubano il lavoro, è decisamente il caso di sfoderare un po’ di sana maieutica.
  3. Posizione di potere: purtroppo, a seconda di quale classe e gruppo rappresenti tu e rappresenta il tuo interlocutore, le tue parole verranno prese più o meno sul serio. In casi in cui ti trovi in una posizione di potere devi parlare, negli altri casi devi sapere che questa dinamica di gerarchie influenzerà il tuo discorso. Una donna che parla ad un uomo di femminismo spesso non lo convince come un uomo che parla ad un altro uomo di femminismo, triste ma è così. Se sei un immigrat*, una persona di colore, una donna, una persona il cui genere non è ancora riconosciuto da parte della popolazione, una persona transessuale, una persona che ha un orientamento diverso da quello eterosessuale e questa cosa è chiara all’interlocutore, questo fa purtroppo perdere punti alla forza del tuo discorso. Attenzione, questo non vuol dire che non devi parlare se fai parte di questi gruppi! Questo vuol dire che devi assolutamente parlare se ti trovi in una posizione privilegiata!
  4. Legame emotivo: Se hai un qualche legame emotivo con l’interlocutore hai automaticamente anche più punti forza a disposizione. Convinci i tuoi cari. Spesso il razzismo, come l’omofobia e altre forme di discriminazione sono sintomi di ignoranza o di appartenenza a generazioni dove un certo tipo di sensibilità non si era ancora diffusa, a volte è solo paura del diverso. Non sono persone malvagie.
  5. Vocabolario: Hai a disposizione delle parole chiave che il populista cercherà di svuotare di significato e manipolare. Cerca di non vacillare nella definizione di Diritti Umani, Uguaglianza, Democrazia, Libertà di parola, Solidarietà. Combatti l’utilizzo di termini scorretti come Invasione, Sostituzione Etnica, Sinistroide, Radical Chic e Buonista.
  6. Image: non ti offendere, non perdere la calma, non riguarda te ma una determinata visione del mondo. Scusati, ringrazia, lusinga quando puoi e mantieni un linguaggio elegante.

Adesso veniamo alle strategie del discorso. Premetto che ho tradotto liberamente dal tedesco cercando di riportare i termini e le situazioni che vengono descritte nel libro in un contesto italiano. Qui ad esempio l’offesa Buonista esiste ec-come Gutmensch, ma il termine Radical Chic/ Radical Shit è più roba nostra soltanto. Credo che la base sia uguale per tutti, ma poi dovrete lavorare voi sul particolare.

TECNICHE

  1. Rimani sull’argomento: se la persona cerca di fare Whataboutism, riportalo sul discorso principale. “Capisco benissimo cosa vuole dire ma adesso rimaniamo sul tema X” “Lei sta parlando di fenomeni che non sono strettamente collegati, la prego adesso di rispondere alla mia domanda”
  2. Pioggia di domande: se fai domande specifiche, chiedendo ad esempio delucidazioni sull’utilizzo di determinati termini, guadagni tempo per preparare le tue argomentazioni al round successivo. “Cosa intende dire di preciso qui? Chi, come e cosa? Come sa lei che..? Vuole davvero dirmi che secondo lei…? Quale gruppo include in “loro” e come definirebbe il “noi”? Cosa intendi con stranieri e quali posti di lavoro vengono occupati da essi?”
  3. Statistiche e Pensiero Laterale: chiedere all’interlocutore se il fatto menzionato da lui contro una politica di accoglienza è avvenuto una volta sola o si è ripetuto, chiedere come mai viene preso ad esempio. “Dove lo ha letto? Ci sono stati casi simili? Quali persone erano coinvolte?” Se hai vissuto una situazione simile che si è risolta positivamente citala per contrastare l’esempio. “Gli africani del piano di sopra sono dei casinisti, queste persone dovrebbero tornare al loro paese” può essere contrastato con “Guarda so proprio di cosa parli, avevo un musicista come vicino e non ho dormito per settimane perché suonava la tromba anche la sera, ma quando sono andato a parlargli si è scusato e ho scoperto che era anche un tipo simpatico, da quel giorno poi non ha più suonato la sera”. Qui potete anche bluffare ed inventarvi fantasiose avventure, l’importante è che slittiate l’attenzione sul problema che si era creato e non sul pregiudizio razzista. “Eh guarda un altro magrebino ha stuprato una ragazza” “Sono cose terribili, la violenza contro le donne e gli stupri sono purtroppo ancora parte della nostra quotidianità, cosa potremmo fare per rendere le strade più sicure per le donne?”. Attenzione, se notate che il fatto ha riguardato personalmente l’interlocutore andateci cauti, rispettate i suoi timori e il suo dolore, in questo casi è rischioso intervenire se non avete un legame emotivo con la persona e potreste peggiorare la situazione.
  4. Differenziare le esperienze: menzionare esperienze positive contrastanti lo stereotipo. “Quelli lì vengono dalla Romania e si sa che rubano” “Oh no, cosa ti hanno rubato? Mi dispiace, io ho sempre avuto esperienze positive con le persone che vengono dalla Romania, ho un collega gentilissimo”. Vietato negare le esperienze altrui, è necessario solo contrastarle ma dando loro importanza a livello empatico. “Eh ma come si fa a parlare con una donna a cui vedi solo gli occhi!” “In effetti è un po’ strano perché non ci siamo affatto abituati, anche a me non piaceva all’inizio ma poi ho avuto un’intelligente conversazione con una studentessa e ora quasi non ci faccio più caso”
  5. Risvegliare empatia: “Pensa se tu fossi al suo posto, che cosa orribile è la guerra” “Ma tu invece come ti sentiresti in quella situazione? Cosa avresti fatto?” “Te lo immagini dover lasciare il tuo paese per via del tuo orientamento sessuale o della tua religione? Ti immagini dover lasciare la tua casa e la tua famiglia di corsa nella notte?”. Tipico discorso smartphones. “Eh ma non se la passano mica così male se hanno tutti il cellulare smart quando arrivano” “Se tu dovessi scappare dalla guerra tireresti via l’unico modo che hai di contattare i tuoi cari?”
  6. Evidenziare la differenze fra il livello emotivo e quello dei fatti: “Ma cosa è che ti rende così arrabbiato a riguardo? Cosa significa questo per te personalmente?” ti porta a capire il tuo interlocutore molto meglio e a fartelo più vicino. “Come potremmo risolvere questo problema assieme? Sei davvero sicuro che l’arrivo dei rifugiati influisca sulle tue opportunità di lavoro e sul tuo salario? Secondo me il problema sono le scelte politiche ed economiche che sono state fatte negli ultimi anni, non trovi?” Nota bene, non devi offrire una terapia gratuita ma solo capire perché il nemico ti è tale e provare a renderlo amico, la terapia se la paga da solo dopo nel caso.
  7. Sdrammatizzare: creare una conversazione coi piedi per terra. “Però adesso sottolineiamo che il Terrorismo e l’Immigrazione non sono la stessa cosa, eh. Quando, come e con chi ti senti minacciato e soprattutto perché?” “Guardi non credo che si possa parlare di sostituzione etnica, assolutamente, anche senza statistiche alla mano è chiaro che le percentuali non influiscono a tal punto” “Mi pare esagerato dire che diventeremo tutti musulmani, cioè non è che se l’un per cento della popolazione ascolta i neomelodici, siamo tutti fan di Gigi D’Alessio, no?” “La parola invasione è molto fantasiosa, io vedo solo persone disperate che cercano di attraversare il mediterraneo per vivere la propria vita in pace”
  8. Visione completa: cerca di non mettere mai gruppi di persone l’uno contro l’altro. È con la guerra fra i poveri che il padrone si fa ricco. “ Anche io trovo abominevole che non si stia facendo abbastanza per i terremotati ma una cosa non esclude l’altra, io mi immagino una società che tratti con solidarietà tutti i gruppi in difficoltà, anche quelli che vengono da altri paesi “
  9. Mostrare le conseguenze: “Quindi alla fine tu vorresti una società dove ci sono persone di serie A e di serie B, non tutti hanno gli stessi diritti e prima vengono gli italiani, ma non pensi che potrebbe portare a tensione sociale ancora maggiore e poi, dai, si sa che quando lasci che si prendano i diritti degli altri arriva un punto in cui vogliono anche i tuoi” “Se ho capito bene, quindi la tua idea di società perfetta è razzista, lo sai questo? Sai dove porta il razzismo?” “A questo punto credo che lei abbia superato i limiti della libertà di parola con le sue argomentazioni di intolleranza”
  10. Fargli capire che sono quello che non amano definirsi (alcuni): “Quindi alla fine lei è contro l’esistenza di persone omosessuali? Ma lei dopo tutto questo continuerebbe a non volersi definire fascista? Se queste sono le sue idee e ne va fiero allora lei è razzista e dovrebbe ammetterlo” C’è ancora uno stigma sociale su questi termini per fortuna, usiamolo a nostro favore.
  11. Inspirare utopie: “Ma non ti piacerebbe vivere in una società di uguali? Pensa ad una società in cui non bisogna concorrere per un posto di lavoro, avresti comunque questo tipo di preoccupazione?”. Ammetto che questo è molto di parte, ma io sono di parte, trovatevi le vostre diverse utopie.
  12. Ghosting: ricorda che se il livello della conversazione arriva a “Per me possono morire tutti” o cose simili, puoi semplicemente abbandonare la conversazione/ segnalare il post. A volte lasciar perdere è la miglior strategia.

Il materiale è tratto da “Haltung Zeigen! Gesprächsstrategien gegen Rechts“ la cui copertina illustra un gufo sì, ma che prima era una svastica. A Berlino il progetto #PaintBack-Aktion ritrasforma simboli dell’estrema destra in cose decisamente più piacevoli alla vista.

Spero che questa mini-guida vi sia di aiuto, scrivetemi se siete riusciti a sconfiggere il male sul pianerottolo e ricordate sempre:

Meno nazisti, più gufi.

QUESTO BLOG è BISESSUALE: 10 stereotipi da eliminare per farci un grande favore in occasione del Bi Visibility Day

Oggi è il 23 Settembre ed è il Giorno per la visibilità bisessuale, questo blog è bisessuale e per questo era d’obbligo fare un post. In questo articolo vi fornirò solo qualche informazione base sulla salvaguardia dei bisessuali e in maniera abbastanza ironica così anche se è lungo leggete fino in fondo

 Bisessuali vuol dire essere attratti in maniera uguale da uomini e da donne. In-maniera-più o meno-uguale. Ora, la caterva di pregiudizi che si sono susseguiti e ancora imperversano sulla comunità bisessuale ha fatto e fa sì che l’invisibilità sia il nostro grande potere. Quanti amici bisessuali avete? Perché è facile sparare la frase sugli amici gay, ma bisessuali? Fate un conto e scrivetelo nei commenti, chi ne ha di più vince una spillina come quelle sotto che ho comprato qui

Quando stavo cercando di avvicinarmi alla comunità LGBTQ ho trovato materiale B più che altro in lingua inglese, in Erasmus in Inghilterra ho avuto per la prima volta il piacere di baciare un ragazzo che era abbastanza ok nell’ammettere di essere bisessuale e solo a Berlino, finalmente, ho iniziato a dirlo senza problemi a tutti- tranne che agli italiani. Un giorno ho pensato di inserirlo nel discorso mentre stavo parlando con un ragazzo omosessuale italiano e lui mi ha semplicemente detto che non esistono i bisessuali. Uno dei motivi per cui ho deciso di non scrivere il blog in inglese è per avere, fra le altre cose, la possibilità di parlare di bisessualità in italiano, perché non se ne parla abbastanza e con il devastante bigottismo che imperversa nel paese è anche difficile fare informazione a riguardo. Basti dire che la pagina del Bi Visibility Day non esiste in Italiano ma sul nostro suolo è stata organizzata quella meraviglia del Family Day, ad esempio. Quindi eccomi qui con un’audience limitata ma un progetto di propaganda molto preciso. Se dovessi fare la lista di attacchi bifobici ( la Bifobia è la paura di questi esseri mitologici chiamati bisessuali che vogliono trombare ogni cosa vivente e soprattutto te!) che mi sono capitati in questi anni, temo di dover citare meno persone etero che persone omosessuali e credo sia anche per questo che per un periodo ho cercato di rinnegare la mia appartenenza alla comunità LGBTQ. Ora però sono pronta ad urlare cose frocie anche dalla finestra, o sull’Internet. Non so quanti di voi saranno familiari con certe retoriche e stereotipi sui bisessuali, quindi ecco a voi la Lista Contro la Bifobia, aiutatemi a combatterla condividendo questo articolo sulle vostre bacheche o fra di voi, a voce.

  1. Le persone bisessuali non sono fedeli. Allora io in chiesa non ci vado, anche perché la chiesa è solitamente contro questo modo pacifico e libero di vivere la propria sessualità con autodeterminazione, e mi sono anche fatta cancellare l’atto di battesimo. Ma vi posso assicurare che fare le corna a qualcuno non rientra nel mio codice morale e neanche nelle mie capacità sociali.
  2. Le persone bisessuali non possono essere monogame. Cagata pazzesca, se mi concedete il francesismo. Alcuni bisessuali sono in relazioni poliamorose (bada bene che non vuol dire essere infedeli) e probabilmente hanno molto tempo ed energie psichiche; altri, come me, hanno paura anche delle feste e delle chat di gruppo e pensano che i rapporti simbiotici monogami in realtà siano un modello di codipendenza molto sano e che no, non siano espressione del capitalismo.
  3. Se dici di essere bisessuale devi aver provato il sesso con entrambi i sessi. Sì, e poi? Una fettina di… Come se poi fossero tutti lì in vena di dartelo/prenderlo e dartela. Magari ci hai provato e hai fatto cilecca e io voglio che tu sappia che in tal caso sei comunque un onorevole membro della community e anzi, siamo il Valhalla degli sfigati. Oltretutto vorrei sapere come si prova di aver avuto un rapporto in certi contesti se non mostrando foto porno. “Il tribunale bisessuale dichiara queste foto idonee al tesseramento” Perpiacere.
  4. I bisessuali lo fanno per attirare l’attenzione. Cosa? Sesso in camera loro? Ma via.. che poi basterebbe sostituire attenzione con connessione per dare il significato che merita un’azione disperata di ritrovarsi di una comunità invisibile. Naja, come dicono qui, questo è uno degli stereotipi per cui sono stata più zitta a lungo, per non essere l’alternativa-per-forza.
  5. Solo i veri artisti possono dirsi bisessuali. Lo so che questo fa ridere, ma giuro che per liberarsi di un certo misticismo provinciale mi ci è voluto del tempo e conosco gente che non si è ancora disintossicata da queste romantiche fandonie. Che poi chi decide chi è un vero artista? Ci sono bisessuali che lavorano in banca e non hanno mai avuto il minimo impulso creativo, e ci saranno anche artisti che lavorano in banca, non so se la metafora è un po’ contorta adesso…
  6. I bisessuali non esistono. Vi giuro che non sono un robot, e poi anche i robot esistono. Diamo la possibilità di esistere ad un sacco di cose che non sfiorano nemmeno l’essere materiale, diamo una chance anche a questi poveri bisessuali, eh? Smettetela di dirlo, ogni volta che qualcuno lo dice, un bisessuale inizia una terapia nell’isola-che-non-c’è.
  7. I bisessuali sono solo confusi. La regola solitamente è questa: a tutti piace il pipo. Ovvero, se sei un ragazzo che si identifica come bisessuale, sei un gay che ha paura di dirlo; se sei una ragazza, sei solo una che ha molta voglia di esplorare. Che poi, sì, esplorare è bello e dovremmo anche smettere di usarlo come sinonimo di persona confusa. Uno può anche esplorare perché è dannatamente sicuro della propria sessualità.
  8. Si dice pansessuale, oppure vuol dire che non andresti a letto con una persona trans e discrimini anche i non-binari. Qui il dibattito diventa a mio parere troppo inutile per meritare spiegazioni. Il fatto di essere attratti da entrambi è il mio modo di dire tutti, e bisessuale è stata la prima parola che mi ha fatta sentire a casa, pansessuale mi pare la definizione di una persona che si masturba col pane fresco (lo so che pan vuol dire tutto in greco, ma è greco appunto). Se volete chiamarmi pansessuale tuttavia mi va bene uguale. Semplicemente il focus non è sui genitali. I non-binari poi non sono MAI stati esclusi dal gruppo, anzi molti bisessuali sono non binari. E quindi..
  9. I bisessuali hanno tutti un genere non binario. No, sono due discorsi diversi, bisessuale identifica la sessualità, non-binario indica il gender/ il genere. A volte una cosa tira l’altra ma ognuno ha esperienza del mondo diversa e percorsi diversi e bisognerebbe farsi una manciata di cavoli verza propri ogni tanto, anche fra finocchi.
  10. Se sei in una relazione etero sei etero, se sei in una relazione omosessuale sei omosessuale. Last but not least. #stillbisexual è uno degli hashtags più ricorrenti nei matrimoni di persone bisessuali. Il tipo di relazione in cui ti trovi non annulla automaticamente “l’altra metà”, l’altra metà non esiste, tu sei un intero e così lo è la tua esperienza sessuale che si muove sulla scala Kinsey ma che rimane comunque un’unica esperienza. Il cosiddetto “privilegio etero” ovvero il privilegio del non essere discriminati dalla società perchè in relazioni che rispettano l’eteronormativa pur essendo bisessuali è in realtà oltre che un “privilegio” una delle principali cause di depressione ed altre malattie mentali che colpiscono più facilmente individui la cui identità viene annullata. Ci sono pochi studi a riguardo, ma ci sono: qui

Volete saperne di più? Continuate a seguire il blog, mettete un mi piace ad Orgoglio Bisessuale al link che vi ho messo sopra e a Bproud qui, cliccate anche gli altri magnifici hyperlink che sono riuscita ad inserire nel testo. Il libro in foto è un libro del 77 considerato il primo saggio scientifico attendibile sulla bisessualità, la bandiera bisessuale è del 98, siamo nel 2019 e credo ci siamo capiti.

Questo blog è un immigrato

Da quando ho aperto questo blog non solo Youtube mi fa vedere di continuo le pubblicità di Godaddy, Wix e altri magnifici posti virtuali che beneficerebbero dal tuo aprire un blog con loro, ma ho la casella di Posta piena di tutorial di WordPress. In uno di questi c’è scritto di fare un post come questo che sto facendo e mettere l’#bloggingfundamentals. Sì, mi piace la trasparenza. Il post dovrebbe servire a trovare i miei lettori e diventare non solo il CEO del blog ma pure un SEO ed un esperto di marketing. Purtroppo quello che io percepisco è che, alla fine, di quello che scrivo, del livello, frega poco o nulla. L’importante è che visualizzate, raga. Però appunto come diceva Guy Debord il sistema va sovvertito da dentro, quindi eccomi. Il mio lettore modello è più per la semiotica che per il clickbait, è un individuo immigrato nel senso ampio del termine. Credo si possa essere immigrati nei più disparati modi. Per me è facile, perchè sono un’Italiana a Berlino e la seconda informazione che si riceve dalla mia persona, dopo il fatto che sono una donna, a quanto pare, è che non sono autoctona; ma mi sono sentita immigrata in tanti altri modi. Anche se si sa perfettamente la lingua e in realtà non ci si è mai mossi da casa ci si può sentire immigrati, ci si può sentire immigrati nel corpo sbagliato, immigrati perchè ci si è mossi in nuovi campi sconosciuti dove non siamo rappresentati, immigrati perchè qualcuno improvvisamente decide che lo siamo . Vi vorrei benvenutare tutti, qualsiasi sia il vostro tipo di immigrazione e ringraziare perchè se non ci fossero gli immigrati il mondo non andrebbe da nessuna parte. Il mio lettore modello non è un razzista, non è sessista, maschilista, nazionalista, intollerante (Ok latticini e glutine) e sa solo quello che non è. Vi aspetto, al di là delle linee gialle.

E se poi te ne penti? // PresentAzione

Non sono una di quelle persone che si muove molto e sono veramente molto più dedita all’Otium che all’Azione. Muitoevoli significa appunto “I love Otium” al contrario. Nella parola presentazione c’è appunto quel vago sentimento di movimento che già mi mette l’ansia. Orbene, mi preSento: Muitoevoli. Sono di gender femminile da come si evince dalla grammatica italiana, ma sono fortemente contro il binarismo. Sono italiana, come di nuovo avrete e-vinto, però vivo a Berlino dove studio un Master in Scienze Teatrali e lavoro nell’ambito dell’analisi della presenza mediatica ( anche pr questo dovevo per forza aprire un Blog e vedere cosa succedeva, dai). La mia pagina facebook Muitoevoli esiste già da un po’, e si può vedere lì quello che ho combinato fino ad adesso. Scrivo, più che altro, in varie lingue e molto volentieri, prevalentemente poesia e teatro. Mi piacciono i gufi e i bombi ed odio l’odore di banana. Per adesso credo questo basti, ma sappiate che solitamente scrivo molto di più, più politicamente impegnato e a mano. Era l’ora di fare un salto nel moderno prima di morire di riscaldamento globale e non aver provato le gioie della self promotion. Spero di non pentirmene ( e io che volevo solo scrivere). Chiunque voi siate, grazie se state leggendo, ma grazie soprattutto se non siete mia madre.