#queneauchallenge #esercizidistile #aferesi #41

AFERESI

La gazza si glia n po’ stornata, con na na glia di creare e muoversi. Prende n no l lulare, le fie e a utto lume mincia d scoltare i CCP. Vuole ricare ta la nergia e danza me na cante in stasi. Non dio, non avoro, non guardo la tv, non nizio le role. Mentre si menta n questa tività litamente stranea l suo tuale mattutino, mentre l le di gosto splende la nestra del cone, l suo gazzo mpreca contro la stampante che non sta cendo l suo vere. È sempre più so di ta, e si ritrova a dover ganizzare gli titi per la band l’ltimo nuto. n lo stesso nuto la gazza ciampa su n supio e fa n bel fo nel lotto. Da do si no sferiti sieme la sa è piena di more e di caos. Da do n state no tecipato i chetti per la sibilizzazione sul ma grazioni e diterraneo, no masti a ra tissimi lantini e gadget. l supio è no di sti, è molto carino, nero con na scritta sa: “Si ve glio senza i zisti”. La scritta è n desco perché ci viamo a lino. Nel mezzo di queste cisazioni geografiche n po’ nutili, l gazzo se ne è ndato tendo la ta. La gazza, dalla sua nuova spettiva, si chiede se l’ciampare su l’getto bbia n che gnificato bolico. ca lo Zeitgeist ma lo è me le lazioni bili, tre lo chi non lo rovi, poi n no dal nulla ti corgi che ci sei, sei l curo, nel tuo sere temporaneo. cende l pc, ce sempre che non ha l po per vere mentre n realtà è che non ha la sta. Si sente spesso sola, nche se non sa molto po da la, è na litudine strana, che de la canza la litica. Si rabbia spesso e non sa se la gente che le siglia di prire un blog sia in na fede o no. Ma le piace vere, quanto a sua dre piace likarla da tano. ma mi nca, rà di lì a co la cologa che la segue, senza munque mai giungerla del to.

#Queneauchallenge #esercizidistile #apocopi #40

APOCOPI

L ragazz s svegli un po’ frastorna, con un stran vogli di crea e muov. Prend in man il cellula, le cuffi e a tut volum comin ad ascolta i CCCP. Vuol scarica tutt quell energi e danza com un baccan in estas. Non studi, non lavor, non guar l tv, non finisc l parol. Mentr s ciment in quest attivit solitamen estrane al su ritual mattuti, mentr il sol di Agost splend dal finestr de balcon, i su ragazz imprec contr l stampan che non sta facen il su dover. È sempr più spess di frett, e si ritrov a dove organizza gli spartit pe la band all’ultim minu. In quell stess minut l ragazz inciamp su un marsupi e fa un bel tonf ne salot. D quand si so trasferi assiem la cas è pie d amor e d caos. D quand in estat han partecipa a banchet pe la sensibilizzazio su tema migrazio e mediterrane, so rimast a terr tantiss volantin e gadget. I marsupi è un d quest, è molt carin, ner con un scritt ros: “S viv megl senz i nazi”. L scritt è in tedesc perché c trovia a Berlin. Nel mezz d quest precisazio geograf un po’ inutil, i ragazz s n è andat sbatten l port. L ragazz, dall su nuov prospetti, s chied s l’inciampa s quell’ogget abbi un qualch significa simbolic. Cerc l Zeitgeist ma quel è com l relazion stabil, mentr l cerch non l trov, po un gio da nul t accor che c sei, se al sicur, nel tu esse contempora. Accend i pc, dic sempr che non ha i temp pe scrive mentr in real è che non ha l test. S sent spess sol, anch s non pas molt temp d sol, è un solitudi stran, che fond la mancan all politic. S arrabb spess e non sa se l gent che l consigli d aprir un blog sia in buon fed o men. Ma le piac scriv, quant a su madre piac likarl da lonta. Mamm m manch, dirà d l a po al psicolog che l segue, senz comunq mai raggiunger de tut.

#Queneauchallenge #esercizidistile #Poliptoti #38

POLIPTOTI

La ragazza si sveglia protestando e corre in salotto, tappezzato da volantini di protesta. Nonostante la protesta, c’è il sole ad Agosto a Berlino e la protestatrice- protestatrice non è protestante eh, è agnostica- balla i CCCP. “Non studio, non lavoro, non protesto, non guardo la tv”. Mentre la musica la guida in movimenti scoordinati, il suo ragazzo protesta nell’altra stanza contro la stampante. Ha fretta, è la protesta dei giovani che ne vogliono fare troppe, o che ne devono fare alcune solo e soltanto per i soldi. I volantini di protesta vengono da un banchetto estivo per i diritti delle persone che si trovano ad attraversare il Mediterraneo in maniera illegale. Mentre si dimena, la protestatrice non si accorge che oltre ai volantini c’è anche un marsupio nero a terra e per protesta ci inciampa. In realtà non per protesta, ma per disattenzione. Sopra c’è scritto “Si protesta meglio senza nazisti” o “Si vive meglio senza i nazisti”. La verità è che tra vita e protesta ci sta al momento un intero (qualcuno qui, protestando, dirà “non può essere un intero!”)  Zeitgeist.  Ma chi non protesta non lo sa. Il ragazzo corre via, sbattendo la porta. Senza protestare troppo, la ragazza si rialza e va al pc dove articoli di protesta le brillano sulla homepage. “Un blog di protesta!” esclama dentro di sé, pensando a tutti quelli che continuano a dirle che dovrebbe aprire un blog per protestare meglio. Scrivere sta fra il protestare e il vivere, dà corpo allo spirito del tempo in protesta. Non vuole che si protesti soli. Che ci bastino i mi piace materni, che siano link distaccati. Deve essere una terapia, questa protesta, per le vite di quelli che con tutto il vivere fanno protesta.  Contro quelli che porcapigna se vedo un’altra volta l’hashtag con “tutte le vite importano” mi importa una sega vi tiro una di quelle proteste altro che linguaggio poetico che tanto magari manco ci arrivate.

#BLM

OMOFIS_ Curriculum Vitae di una generazione

Non si è fatto altro che parlare di home office, durante questo primo Maggio di Quarantena. La definizione di smart working, molto simile a quella di flexitime, è quella di un lavoro con determinati orari fissi ed altri flessibili, o sempre flessibile. Cugino dello smart working è appunto l’home office, il telelavoro. Qui la definizione non si concentra sulla flessibilità ma sul luogo. E quanto mi piacerà parlare di luoghi durante questo Lockdown.

Ci stiamo tutti concentrando per lasciare un segno, una testimonianza di questo Zeitgeist perché è un pezzo di storia. Tutti si sentono autorizzati a pubblicare qualcosa, se non obbligati. Ebbene non c’è bisogno di una pandemia per trovare dello Zeitgeist. Io nei racconti della #queneauchallenge ci inciampo spesso, e in realtà basta leggere il mio curriculum vitae.  

Pare che l’equilibrio casa-lavoro sia l’indice con il quale misurare il tutto, e allora farò così ma partirò dall’inizio.

 Sono nata del 1993 e, qualche anno di scuola dopo, come molti secchioni della mia generazione ho iniziato a guadagnare con le ripetizioni. Inizialmente erano i figli degli amici di famiglia, poi la clientela si è allargata a tutti coloro che non capivano i polinomi. La mia capacità imprenditoriale non era il massimo, non c’erano ancora i social, ma anche se non avevo la self promotion potevo contare sul passaparola. “Ho saputo che lei dà ripetizioni di materie umanitarie anche” “Umanistiche, intende” “Tipo italiano?” “Sì”. L’omofis all’epoca era una vera pacchia, avevo sempre le caramelle sul tavolo e dopo il primo mese riuscii a comprarmi il mio primo portafoglio da sola. Ah, il lavoro, che soddisfazione!

Il lavoro da casa durò poco, e anche lo smartworking del poter dire “No, Marco, ho io la verifica domani, il ripasso a te lo posso fare Giovedì”. Lavoro indipendente ma ancora problemi ad ottenere il permesso di uscire la sera. Durante l’università un po’ continuai e un po’ cominciai ad accorgermi che sarei dovuta uscire di casa per chiamarlo davvero lavoro, e forse avere un contratto. In quegli anni i contratti comunque non andavano tanto, andava molto di più l’omofis e con i miei amici secchioni cercammo di fondare una comunità di ripetizioni. Non fece esattamente la fine della Apple. Mi ritrovai in estate a fare un’ora di bus e una passeggiata in salita per dare lezioni di italiano a dei bambini russi molto carini. Qualche altro marmocchio di nazionalità varia, e poi decisi che era il momento: “Devo fare la stagione”.

Da noi fare la stagione, ovvero lavorare come uno schiavo solitamente a nero e con orari improponibili tutta l’estate, era un po’ l’unica per fare dei soldi che si potessero chiamare tali. Avevo amici che erano abituati a fare la stagione e mi era sempre parsa quella cosa che mi avrebbe fatto svoltare. Probabilmente l’angolo. Trovai, dopo aver letteralmente consegnato a mano a tutti gli alberghi del lungomare il mio curriculum vitae, un posto in un ristorante abbastanza vicino casa. Non era omofis ma era molto flessibile nel senso che era a chiamata. Mi aveva trovato il posto una mia amica e mi aveva raccomandata. Col Cv che avevo, da intellettuale inutile, senza raccomandazioni non mi avrebbe mai presa nessuno. Un mio amico che faceva filosofia ci mise un sacco per essere accettato come aiuto pizzaiolo. La gente crede che i meme non esistono, e si sbaglia. C’era sempre stata una netta divisione dei ruoli, e se avevi passato i pomeriggi a fare i certamen di latino non è che potevi venirtene fuori con la storia di voler fare il cameriere, perché era un sogno irrealizzabile. Nel mio posto da raccomandata le cose si fecero molto dure subito, venivo bullizzata persino dall’altra cameriera. “Quando ho detto di pulire le posate con l’aceto non intendevo quello, ora lo devi rifare”. Ci rimasi fino a mezzanotte e mi immaginai tutti i punti in cui avrei potuto infilargli la forchetta e farle molto male. Quell’estate durò poco perché il troppo lavoro mi fece ammalare, e non in senso metaforico. Bastò mancare il giorno di Ferragosto per farmi licenziare senza neanche aver mai visto un contratto di assunzione. Mesi dopo, dopo numerose telefonate, mi toccò recarmi di persona per prendere quei 2,50 euro l’ora del periodo di prova, senza il conto delle ore. Forse avrei dovuto dargli ripetizioni di matematica.

La stagione finì prima del solito, e io mi ritrovai sola in un imbarazzante colloquio per poi ricominciare l’inverno senza un soldo guadagnato con il mio sudore. “Lei ha scritto che parla inglese, ora vediamo” . Ero appena tornata dall’Erasmus in Inghilterra. “Sono appena tornata dall’Erasmus in Inghilterra”. Il tizio mi chiese i nomi dei cibi e quando iniziai a parlare in inglese mi disse: “No, ma io non lo so così bene eh, ci serve gente che parli le lingue ai tavoli e basta”. Non che per questo mi avrebbero pagata di più, aumentava solo il livello di sfottimento.

Ritornai al caro, vecchio omofis e mi informai se potevo fare qualcosa nel sociale, aiutare gli altri. Finii in un centro per migranti e rifugiati ad insegnare Italiano. Non era omofis ma quasi. Avevo le chiavi, una motivazione etica e a volte pure il riscaldamento. Una delle esperienze migliori della mia vita, il volontariato si tramutò in lavoro vero. La cosa non poteva però durare a lungo, erano sempre incerti i finanziamenti, se come quando e perché. Abbandonai il luogo a malincuore.

Ed eccomi che rappresento il giovane italiano che scappa all’estero per trovare lavoro, senza neanche saperlo. I giornali si interessano alla mia storia, divento uno strumento da piedistallo o da pomodori marci, a seconda dei casi. “Abbasso tutti i traditori dell’Omofis! In Italia il lavoro c’è per chi ha voglia di lavorare!” “L’attuale governo fa schifo e per questo i giovani si trovano a fuggire dall’Omofis, questi angeli coraggiosi”. Porca pigna. Dall’altra parte ero l’immigrata che ruba il lavoro e allo stesso tempo chiede i sussidi statali. Ero lo Zeitgeist in persona e mi portavo l’Omofis nel cuore. Non so quanti tedeschi fremessero all’idea di fare le Au-Pair, fatto sta che avevo di che vivere senza chiedere ai miei genitori, che è quella cosa che uno per crescita personale dovrebbe essere in grado di poter fare in un paese civile (durante e) dopo gli studi. Almeno in un paese fondato sul lavoro, immagino.

Sembrano carini, sorridono con tutti i denti, mi pagano al mese, ho un contratto e posso vedere la Grande Città. Era tutto Omofis, nel senso che l’equilibrio casa-lavoro non era un equilibrio ma un’unica cosa. Lavoravo dove vivevo ed ero potenzialmente sempre in servizio. A quanto pare avere un contratto non voleva necessariamente dire avere anche molte tutele. Avevano stampato un contratto facsimile degli anni 60 scritto in quella lingua che non conoscevo e mi avevano manipolata sapientemente fino a far sparire il giorno libero. Potevo uscire solo quando volevano loro, organizzarsi la vita era abbastanza impossibile e a cena mangiavano tutte le sere sempre e solo pane e affettati. Al cosiddetto Abendbrot, e ai bambini, finii per affezionarmi ma dopo sei mesi riuscii per la prima volta a discutere in tedesco e mandarli a fanculo. Mentre mi sognavo ancora Maike che mi diceva che sotto al tavolo non avevo ancora pulito bene e che non potevo addormentarmi mentre la lavatrice andava, cercavo disperatamente un nuovo Omofis.

La seconda famiglia mi offrì un part time che copriva solo e soltanto l’affitto della casa sopra la loro. Ma era una famiglia carina, umana. Era un bell’Omofis fino a che non mi sono finiti i soldi e in Germania sono cazzi se non puoi pagarti l’assicurazione sanitaria. Volevo tornare all’Università, il mondo del lavoro forse non era fatto per me, ma prima mi serviva un livello più alto di tedesco. Nel frattempo i miei amici mi invidiavano la Grande Città, e credevano che me la godessi come un gufo. Qualcuno di loro era in procinto di iniziare la stagione, qualcuno aveva trovato miracolosamente qualcosa di nuovo e molti mi chiedevano se secondo loro sarebbero dovuti partire. Pochi mesi dopo qualcuno partì, e nell’Europa Pre Brexit l’Inghilterra andava più della Germania. Tutti quei cazzo di verbi in fondo non se li voleva sorbire nessuno neanche per l’Omofis più soffice del mondo.   

Il Job Center mi disse: “Non possiamo pagare tutti quelli dell’unione Europea!”. Per un attimo mi chiesi se la Germania non fosse in Europa. Feci loro causa e lì iniziò il mio Addio all’Omofis. Un po’ come Lucia ai monti, Casa non la vidi più. Avevo tre lavori, due lavori al giorno e il terzo per il weekend. Non ero mai ferma e a volte mi capitava di tornare a casa la sera esausta e accorgermi di mobili che non ricordavo di avere. La mattina dovevo alzami prestissimo per andare a fare supplenze negli asili, che significava soprattutto cambiare pannolini alla velocità della luce, il pomeriggio avevo i bambini più grandicelli di casa e il fine settimana lo passavo nel Museo del Silenzio, che è in effetti l’esatto contrario di un asilo. Esperienze forse molto belle se scisse, ma insieme mi portarono ad un terribile Burn Out corredato da Crisi Esistenziale dei 25 Anni ( Accertata da scientificissimi articoli del Vice) e non mi fecero neanche diventare benestante.

Con l’ammissione all’Università seppi di poter mandare, amorevolmente, a cacare almeno due lavori grazie alla borsa di studio. “Ce li avessi io tre lavori, ahaha, ma quanto lavoro c’è in Germania?”. Non so quanto ce ne fosse all’epoca ma c’erano inserzioni anche nella metro.

Abbandonai per prima l’Agenzia Interinale. Gli asili mi mancano a volte, ma non mi manca l’azienda che mi manda a lavorare di notte per poi dirmi che però la notte non è pagata perché potevo dormire. Peccato che stessi dormendo in un centro per bambini che sono stati allontanati dalle famiglie dai servizi sociali e ci fosse Moritz che andava a prendere i coltelli in cucina la notte e Hans che teneva la radio sempre accesa.

Riassaporare l’idea di avere del tempo libero di nuovo, di poter visitare nuove cose e tornare a scoprire Berlino, mi riempì di gioia così tanto che pensai di iniziare a vendicarmi. In maniera metaforica. Ora che sapevo il tedesco aprii la partita iva e iniziai a tradurre negli uffici pubblici agli italiani appena arrivati. Quando riuscivo a difendere qualcuno era un po’ come tirare una bomba carta al sistema, e anche se non ho mai tirato una bomba carta sento di poter agilmente usare la metafora grazie ai miei studi su Zerocalcare. Non ci guadagnavo un granchè, e avevo mantenuto il lavoro nel Weekend, ma era una soddisfazione incredibile quando i clienti ottenevano i sussidi. La cosa assurda del Job Center è che ti parla solo in tedesco e un mediatore vero (non quelli morali come me) non se lo può permettere nessuno di quelli che ha bisogno dei sussidi. “Brava figliola, trova i buchi nel mercato, crea l’offerta” diceva dentro di me nessuno.

Uno dei miei clienti un giorno mi fa “Ma perché non me lo insegni il tedesco?”. Ed eccoci lì, il cerchio della vita, l’Omofis. Università e Ripetizioni Private, stavolta però con partita Iva perché qui non è proibitivo essere legali. Ero tornata me, era come festeggiare il Primo Maggio tutti i giorni.

E questo primo Maggio 2020 io l’ho passato ripercorrendo la mia storia per ricordarmi che se adesso posso permettermi il formaggio vegano alle mandorle è solo merito mio. Perché chi dice che più lavori più guadagni, è un cospiratore neoliberale col distacco dalla realtà. L’importante nella vita è l’Omofis, lavorare sentendosi a casa.

Il mio Omofis per adesso la crisi non l’ha sentita, e mi ritengo molto fortunata. Ho il telelavoro con orari che decido io con un’azienda che ha sede comunque a 30 minuti da casa mia, non rischio il licenziamento se mi viene la cistite ma anzi mi pagano la malattia, e sono lì grazie alla mia laurea triennale. Una cosa così, qualche anno fa, non sarei neanche riuscita ad immaginarmela. Se dovessi perdere il lavoro, o dovessi andarmene, saprei reinventarmi. Non siamo di certo una generazione che avrà il lusso o l’onere di fare sempre lo stesso lavoro, stiamo tutti sperando che crolli il mercato immobiliare così da poterci permettere forse una casetta e quello che vogliamo, in fondo, è solo della dignità e un po’ di Omofis.

Fate delle leggi che lo rendano possibile. O aspettatevi le bombe carta.

E voi come descrivereste il vosto Omofis? Che esperienze avete avuto col mondo del lavoro in Italia e all’estero?

#queneauchallenge #esercizidistile #canzone #37

CANZONE

La fanciulla si sveglia

col sole di Berlino

ed una strana voglia

di ballare un casino.

Non studia, non lavora, non guarda la tv.

Vorrebbe sempre scrivere

ma a volte è troppo giù.

E mentre dice questo

si sente un po’ mancare,

veloce su un marsupio scivolare

che da uno sfondo nero dice mesto:

“Il vivere è migliore

Senza svastiche e aguzzini”

Ed ella si fa onore

Rialzandosi in calzini.

Il compagno d’altro lato

fallendo lo stampare,

corre via arrabbiato

mettendosi ad urlare.

La fanciulla si sveglia

col sole di Berlino

ed una strana voglia

di piangere un casino.

Lì sola la si vede

del nulla lamentarsi.

Al materno mi piace

è breve l’aggrapparsi.

La nostalgia non c’è,

la terapia è l’illusione

e si fa presto a dire

se questa è una canzone.

In fondo della metrica

si riesce a farne senza.

Ciò che non può mancare

è ora e sempre Resistenza.

Quando siete sul balcone, fateci caso

Oggi sul balcone splende il sole. Ho scoperto come riuscire a posizionarmi in modo da riuscire a fare home office anche con il sole sulla testa- è un po’ come lavorare all’aperto- ma non riesco a non distrarmi osservando i minuscoli ecosistemi che mi circondano, tutte quelle cose piccole, e le cose lontane, che vedo dall’alto, i personaggi del fuori. Il balcone è un posto ambiguo dove non avrei mai avuto così tanto tempo di stare se non ci fosse una pandemia là fuori. Al di là che mi piacciono i luoghi ambigui – come ogni cosa ambigua, perché l’ambiguità è talvolta l’unica cosa che si avvicina alla verità- il balcone è veramente un posto meraviglioso. Ieri due api mi sono cadute sulle ciabatte mentre leggevo e sono rimaste per terra così a lungo che ho avuto il tempo di riempire un tappo di bottiglia di acqua e zucchero come cocktail di benvenuto, e ricordarmi che dovrei comprare delle erbe da cucina per avere un terrazzo più accogliente per loro. Le vespe ci sono sempre state e credo ci sia un nido sopra la porta, e poi ci sono delle specie di cimici che si attaccano di continuo allo striscione che non riesce a star fermo per via del vento. Deve essere uno sport da insetti.

Sono passate due settimane da quando ho appeso fuori “Ich bleibe zu Hause” ovvero io resto a casa in tedesco. Nel giro di due settimane molte cose sono cambiate ed ora anche in Germania si è iniziato a prendere le cose sul serio. Qualche giorno fa sono anche uscite le multe per far rispettare determinati comportamenti, tipo la distanza di sicurezza. Io dal mio balcone la rispetto benissimo, e finalmente posso guardarmi allo specchio e vedere che no, non era una dissonanza cognitiva, era solo che ricevevo un bombardamento mediatico italiano e vivevo però in un altro paese, ma è tutto vero. Ho dei capelli sempre più orribili ma almeno vivo in maniera più coerente. E sul balcone mi riesce facile, la coerenza, lo scrivere, l’osservare e il farci caso. A cosa?

 Sono un essere coerente in un luogo ambiguo e faccio caso a più cose perché ho più tempo mentale, molto meno stress e anche qualche ora in più a disposizione perché non devo più fare la pendolare per 45 minuti andata e 45 minuti ritorno fra Università-Ufficio-Casa. I miei luoghi sono la casa, il balcone e il fuori, questo enorme abisso che comprende il Supermercato, il giardinetto di quelli di fronte, le biciclette a noleggio gratuito, la farmacia e la strada davanti casa.  Improvvisamente mi basta. Internet riesce a darmi quasi tutto quello di cui ho bisogno, abbiamo creato infiniti modi di reorganizzare il sociale nel digitale e ora stiamo facendo solo qualche passetto in avanti più velocemente. A me nessuno rivolgeva la parola per otto ore in ufficio, con l’home office almeno ho la compagnia delle api che ronzano. Non sarebbe mai stato lo stesso se la pandemia fosse scoppiata in pieno inverno, non avrei avuto questa esistenziale primavera sul balcone, ma io ora voglio parlare di qui ed ora.

Ho sempre vissuto in case col balcone. Per me è sempre stata una priorità, quando dovevo affittare casa, e preferisco andare a trovare gente se almeno ha una terrazza da offrire, o una vetrata ampia. Mi sono chiesta il perché. Non basta questo incredibile fetish per l’ambiguità, deve essere un’ambiguità speciale. Credo che sia per la politica del balcone. Il balcone è un borghese confine tra il pubblico e il privato. Mi posso sdraiare sulla sdraio e masturbarmi senza che nessuno mi veda, ma al contempo posso appendere uno striscione con le mie idee che tutti possono leggere, è una sintesi perfetta della democrazia.

La nostra vicina si è lamentata qualche giorno fa dicendo che è illegale appendere striscioni sul terrazzo. “Non vede che nessun altro lo fa? Secondo lei perché?”. In realtà non è affatto illegale. La legge dice solo che il proprietario del condominio potrebbe richiedere di rimuoverlo in caso danneggi la convivenza  fra coinquilini in qualche modo. Ovviamente “Io resto a casa” non poteva dare noia a nessuno, e quindi è ancora lì.  Ma invece “ Dove sono i 49 Milioni” e simili implicite frecciatine, a chi avevano dato noia? Gli striscioni contro Salvini avevano scatenato mesi fa oltre ad una meravigliosa performance collettiva, una vera e propria diatriba legale fra chi sosteneva la legge costituzionale e cose simpatiche come la libertà di espressione, e quelli che se ne erano molto originalmente venuti fuori con una norma di un decreto legge del 46 che punisce chi disturba una propaganda elettorale. Pensate a quanto casino si può fare con un balcone, dei pennarelli e un lenzuolo.

Quando pensiamo ai luoghi della politica si pensa spesso al Parlamento, ai vari gruppi di persone ben omologamente vestite che discutono rappresentandoci per via indiretta. E quelli sono indubbiamente luoghi politici. Poi abbiamo le strade e le piazze, dove possiamo creare giganteschi cortei per gioire o protestare arrabbiati pro o contra qualcosa. Questi sono i luoghi principali della politica, ormai quasi stereotipati nel loro essere politici, e forse anche anacronistici in certi contesti. In realtà le sale parto sono luoghi politici, le sale d’attesa nei consultori, le fabbriche sono luoghi politici, le cucine, le case, ma non voglio andare in questa direzione. Quello su cui voglio concentrarmi è il concetto di distanza. Se con la pandemia non possiamo stare uniti fisicamente, non possiamo più fare politica? Uniti ma vicini è davvero uno slogan possibile? Ma certamente. Ma anche dopo il Covid, se un preciso post-Covid ci sarà. La Butler nel capitolo “We the people” in “Notes Towards a Performative Theory of Assembly”, ricollegandosi alle analisi della Arendt sugli spazi politici, analizza l’utilizzo della tecnologia e si pone domande simili a: “Ma le persone che partecipano virtualmente alle proteste, seguendo le dirette ad esempio, sono parte della protesta?”. Una vera risposta non c’è, è uno spazio ambiguo come il balcone. Ma le idee vengono diffuse e lo spazio politico si amplia, muta, fluidifica. Ebbene, pensare che si rischi la dittatura perché si è costretti a stare a casa è come pensare che si morirà di fame perché è finita la pasta al supermercato.

Non tutti hanno un balcone e lo so bene, come molti non avevano anche prima altri strumenti democratici, come alcuni neanche avevano la visibilità politica fino a qualche anno fa, e i diritti civili se li sognavano la notte. Ma voi, voi che avete un balcone, non datelo per scontatelo e prendetevene cura. I balconi hanno la possibilità non solo di collegamento virtuale ma anche fisico, in alcuni edifici è proprio facile sputare nel balcone di sotto o porgere le mutande cadute con fare imbarazzato al vicino. O organizzare concerti patriottici, ok. Non sono una grandissima fan di bandiere e inni, ma apprezzo la teatralità del tutto. Spesso gli spazi artistici sono spazi politici, e il balcone è un’ambiguità che possiamo sfruttare al massimo in questo periodo. In Italia abbiamo una spiccata tendenza alla teatralità. Il Signore vestito da Zorro che viene bloccato dalla Polizia a Milano perché dal balcone lascia scivolare uno striscione con su scritto che sarebbe meglio rimanere umani, è e forse rimarrà il mio performance artist politico preferito ( Scusa Marina, scansati). Se c’è una cosa di cui il mio paese mi rende fiera è questa spontaneità ed esagerazione nei gesti. E i balconi sono palcoscenici gratuiti, bisogna scegliere solo se fare le Giuliette o i Mussolini. Il balcone è la perfetta fusione fra i cazzi tuoi e la cosa pubblica, è una rottura della quarta parete politica. A Pamplona la gente ha protestato contro la polizia facendo rumore con le pentole dai balconi, molte manifestazioni a Berlino si sono spostate in questi giorni sui balconi illuminati dalle prime giornate di primavera. Non voglio dire che la sinistra debba ripartire dai balconi, non voglio dire che non ci siano rischi, perché come per qualsiasi strumento e luogo i politico i rischi sono sempre dietro l’angolo. Ma fateci caso. Fermatevi ad ascoltare le api. Quando siete sul balcone, fateci caso.

Tutta la verità sul Coronavirus!!!!!

“Le nuove di tali scoperte volavan di bocca in bocca; e, come accade più che mai, quando gli animi son preoccupati, il sentire faceva l’effetto del vedere. Gli animi, sempre più amareggiati dalla presenza de’ mali, irritati dall’insistenza del pericolo, abbracciavano più volentieri quella credenza: chè la collera aspira a punire: […] le piace più d’attribuire i mali ad una perversità umana, contro cui possa far le sue vendette, che di riconoscerli da una causa, con la quale non ci sia altro da fare che rassegnarsi” (Alessandro Manzoni, “I Promessi Sposi”)

Se state leggendo perché davvero credevate che io potessi avere la verità in tasca, temo di dovervi deludere. Ma l’articolo magari merita lo stesso, andate avanti almeno un pochino. Se state leggendo perché vi siete rotti le scatole di vedere titoli come “Tutta la verità” siete nel posto giustissimo. Se siete qui perché siete mia madre, grazie mamma mi manchi.

In questi giorni, in una Berlino dove ancora si può andare a lavorare ma non si possono formare gruppi di più di due persone (escluso il nucleo familiare), e in un’Italia bloccata in quarantena da qualche settimana, è iniziata la primavera. È veramente difficile accettare che ci sia un sole così stupendo mentre la gente continua a morire negli ospedali, senza aver neanche il tempo di dire ciao. Ma è così.

Il mondo è cambiato di colpo nel giro di qualche settimana, e scenari post apocalittici si sono avvicinati in maniera inquietante all’immaginario collettivo. Un virus molto contagioso e per alcuni letale ha rallentato l’economia mondiale e ha richiesto che l’essere umano riorganizzasse la sua socialità. Una catastrofe per gli estroversi, na pacchia per quelli che le distanze le hanno sempre agognate. In questo periodo ci si sente contemporanei, è come uno schiaffo di realtà che prende tutti, indiscriminatamente. Tutto il mondo ha lo stesso problema, chi più e chi meno, ma nessuno si salva. E in questo continuum di umanità si vedono chiaramente certe cose a cui prima non si voleva fare molto caso. E no, non sto parlando dei morti di influenza stagionale dell’anno scorso.

Se dovessero un giorno chiedermi di cosa ebbi più paura, nell’ essere parte di un avvenimento storico di questo calibro, risponderei: la gente. Le reazioni delle persone mi hanno spaventata molto di più del virus. C’è stata un’escalation di panico irrazionale (perfino nella pragmatica Germania) e poi un conseguente abbandono totale della ricerca della verità. Non che queste cose non le vedessi prima, ma almeno riguardavano un gruppo circoscritto di personaggi, non il globo.

Il panico è una roba più contagiosa di qualsiasi corona virus, perché te lo chiappi anche a distanza. Basta che tu abbia i social, o degli amici coi social. Il panico iniziale era necessario, è servito anche a me perché prendessi la cosa più sul serio di quanto non la stessi prendendo inizialmente.

È bastato qualche giorno perché fosse chiaro il livello di emergenza e che non si trattasse di esagerazione mediatica. Quindi il panico può aiutare. Ma poi la gente ha iniziato a svaligiare i supermercati e sono finiti i fornellini da campeggio da Decathlon.

Si muore tutti, gli zombie, non si troverà cibo, mannaggia non ho neanche un pile della Quechua in casa e non sopravvivo neanche mezza giornata in una tenda. Dovevo comprarmi quel coltellino svizzero anni fa, quando ero ancora in tempo. Uccideranno prima gli immigrati, ci faranno ostracismo quando ci saranno le derrate alimentari e poi dovremo intraprendere un grande viaggio clandestino per ritornare in patria.

Dopo il si muore tutti, è scattato il Loro sanno qualcosa che io non so.

Perché proprio la carta igienica? Cosa si può costruire con la carta igienica che io non so? Possibile la gente cachi così tanto? E l’acqua? No, deve esserci una ragione oscura. Non si trovano più le mascherine ma non dicevano che non servivano? Non sarà mica che io ora rimango senza e la mettono obbligatoria per uscire e non posso più uscire. Oh, cazzo.

Dopo aver elaborato una serie di idee alternative alla carta igienica (che fra le altre cose se ci si pensa è inutile e inquina un sacco anche la sua produzione), mi sono accorta che non c’era alcuna verità nascosta. Che il cibo sarebbe sempre stato lì, a meno che qualche stronzo non avesse deciso di comprare il triplo di quello che compra di solito. Qui si dice fare Hamsterkauf perché Hamster vuol dire criceto e kaufen comprare e non vi devo dire io quello che fanno i criceti con le guance, immagino.

Superata la prima settimana, mi sono adattata psicologicamente e ho cominciato ad osservare in maniera più distaccata certi comportamenti.

Quello che è venuto dopo il panico è stata una pandemia di intolleranza, saccenza, moralismo e complottismo. Io so qualcosa che tu non sai è divenuto il nuovo mantra. Improvvisamente l’identity politics, che già ci aveva rotto abbastanza le pigne, si è scissa e per mitosi ha dato vita ad una serie infinita di partiti presi. Per i vegani, venivano contagiati solo quelle merde dei carnivori, perché avevano uno stile di vita malsano e crudele. E i fumatori? Eh, ma se uno ha dei vizi poi non si può aspettare che la società si fermi per lui. Per gli anti-vaccinisti, che qualcuno pensava ingenuamente di riuscire a convertire in questa epidemia, si ammalavano le persone giovani e sane solo se avevano fatto il vaccino influenzale. Per gli ambientalisti, era stato l’inquinamento sfrenato. Per il centro sinistra i tagli del centro destra, per il centro destra i tagli del centro sinistra. Per i sovranisti, era tutto questo melting- pot che aveva portato le malattie. Per gli omofobi, le unioni civili. Per quelli che volevano tenere le fabbriche aperte, quelli che vanno a fare jogging.

 Ognuno, con quella sua nuova piccola verità quasi religiosa offriva programmi di colpa e punizioni precisi. Improvvisamente la causa del corona virus era la stessa di tutti i mali. Che la gente dopo il panico cercasse sicurezze me lo aspettavo, ma non che accettasse quelle di tuttalaverita.com pubblicate sul gruppo di WhatsApp dei Rappresentanti dei genitori della 5B, o dei Tweet di Salvini.

O forse sì.

 E quindi ecco la mia versione di tutta la verità: il Coronavirus è un virus amorale. E prima lo accettiamo meglio è. Solo rispettando certi accorgimenti possiamo abbassare la curva di contagio, dobbiamo agire tutti insieme e poi sarà di nuovo tutto come prima.

O forse no.

La scienza ci fornirà determinate soluzioni e risposte ma bisogna aspettare e frenare le teorie fai-da-te (anche se, se uno cresce intere generazioni con film di spionaggio nella guerra fredda poi non si può aspettare altro). Accettare l’incertezza e allenarsi al non sapere, è un buonissimo esercizio contro l’ansia, oltre all’unica cosa buona da fare al momento.

Žižek dice che la situazione è troppo grave per farsi prendere dal panico e ha ragione, al contempo però non bisogna neanche fare il bagno nelle utopie più unicorniche. L’utopia non è la migliore cura contro la distopia, è il suo esatto contrario. Rassicurarsi dicendoci che “la terra sta guarendo” è controproducente perché non è vero. È stato bello immaginarsi i delfini nei canali di Venezia per qualche giorno, ma è stato inutile. Bisogna rimanere sull’attenti.

Sarebbe bello che questa crisi economica portasse ad un socialismo globale, io potessi permettermi una casa e tutti si accorgessero che la sanità sarebbe sempre dovuta rimanere pubblica e gratuita. Sarebbe bello. Ma i sistemi economici non si cambiano da soli, soprattutto non perché inizia a morire gente. Il capitalismo ha sempre ucciso. E un virus ai tempi del capitalismo uccide più coloro che non hanno certi privilegi di classe, non uccide i capitalisti. Anche perché quelli se ne lavano molto spesso le mani. C’è stata una speculazione incredibile su prodotti igienici e mascherine e vogliamo ancora raccontarci la buona novella che tutti diverremo empatici? Ma neanche il socialismo ci renderebbe tutti empatici. Uno degli errori più grandi della sinistra è secondo me proprio questa presunta superiorità morale, e ve lo dice una zecca buonista che continua a dare i soldi alle NGO nonostante non guadagni ancora abbastanza da dover pagare le tasse. Se vogliamo un cambiamento politico dobbiamo agire e non sperare nel miracolo.

 Se c’è una verità che mi ha insegnato il coronavirus è che sono le emozioni a muovere tutto. La politica, l’economia, la morale e i lanciafiamme. Se la paura è il terreno fertile per le dittature, la prima cosa da fare sarebbe imparare a controllare le proprie emozioni, non paragonare la quarantena ad un lager. Se c’è una verità che mi ha insegnato il Coronavirus è che va bene anche quando una grande verità non c’è e che è molto umano accettarlo, come si accetta la primavera.

#queneauchallenge #esercizidistile #imperfetto #36

IMPERFETTO

Si svegliava la ragazza, ogni mattina. Si svegliava col sole in fronte e la voglia di ballare, a volte. Si metteva le cuffie in testa e iniziava a muoversi sulle note dei CCCP. Non studiava, non lavorava, non guardava la tv ma inciampava. Inciampava in quelle sorti assidue ed insidiose che la vita le poneva di fronte, e sui marsupi. “Si viveva meglio senza i nazisti” c’era scritto sopra l’ostacolo.  L’imperfezione era la bellezza della giornata, l’errore la speranza che mancava per completare il tutto. Il ragazzo si lamentava, la stampante non funzionava ma la luce di quell’Agosto Berlinese soleggiava. Nel salotto l’entropia danzava, i volantini in terra li lasciava, la polvere imperversava. La ragazza oscillava le braccia nella sua danza della realtà. (Lo Zeitgeist che la osservava, da una comoda parentesi, e se la rideva). Capitolava al suolo, capitombolava sulla moquette. Così era se ci si alzava con quella frizzante energia di arte. Il ragazzo ancora si lamentava, doveva stampare e poi se ne andava, sbatteva la porta e rincorreva la produzione della giornata. Aveva le prove. Cosa erano le prove se non un bellissimo imperfetto? Era sola adesso e si sentiva mancare. Mancava cosa? Tentava di scrivere, di riempire con le parole il vuoto, si argomentava realtà parallele ma si sentiva comunque mancare. Succedeva spesso che le suonassero le orecchie e allora era l’altro, o che le facesse male la pancia, allora era lei. La mancanza, l’imperfetto, si dileguava a volte con dei mi piace di sua madre che leggeva le sue disperate odi, con qualcuno che leggermente la baciava sul viso prima di sbattere la porta o con le parole di sconosciuti specialisti.  L’imperfetto era la paura, l’unico tassello mancante all’esserci, ma era anche la leggiadria dell’ignoto, la domanda a scelta multipla, l’ultima figurina per completare la crisi. Si guardava le mani che scorrevano veloci sulla tastiera abbracciando ogni typo con un panico barocco  come quello di Achille che cercava Patroclo, come quello dell’imperfetto che  cercava di abbracciare il presente.

#queneauchallenge #esercizidistile #quarantena #35

QUARANTENA

La ragazza si svegliò con un leggero mal di gola e una ormai sempre più frequente astenia. Cercò di ingollare la propria saliva e si rese conto che non era di certo grave. Quello che non avrebbe mai potuto sapere è se fosse o meno coronavirus. L’Agosto Berlinese era solare e tutti pensavano che avrebbe di lì a poco sconfitto la pandemia. Provò a muovere le gambe per vedere quante energie aveva. Anche se non poteva uscire di casa, poteva sempre ballare in salotto. Prese il cellulare e le cuffie e iniziò a muoversi sui CCCP. Non studio, non lavoro, non guardo la tv…ehm, in realtà le avevano dato l’home office e quando il VPN funzionava poteva portare il pane in casa. Le Università non avevano ancora riaperto e non aveva ancora ricevuto una valutazione per l’ultimo Hausarbeit sulla questione Migrazione nel Teatro Contemporaneo italiano. Non sapeva se il professore fosse morto, grande luminare purtroppo in fascia molto a rischio, ma sperava di no o avrebbe dovuto rimandare la sua laurea. L’egoismo dilagava da un pezzo, tutto era cominciato quando la gente aveva iniziato a nutrirsi di carta igienica. Erano diventati tutti dell’Afd e della Lega. Homo Homini Lupus, delle vere facce di merda. Qualcuno si era dato alla macchia ed era stato ritrovato nella foresta nera congelato di fronte all’ultimo esemplare di fornellino da camping ordinato con Amazon Prime. Il salotto era ancora cosparso di volantini anticapitalisti, ma ormai era tardi, il capitalismo aveva portato le mascherine usa e getta a costare 100 euro l’una e quelli senza assistenza sanitaria erano morti in casa, ma almeno circondati dai propri cari. La quarantena persisteva e la ragazza aveva già scritto un romanzo e un’altra raccolta di poesie, le sue piante stavano benissimo e la casa era abbastanza pulita e in ordine, sicuramente di più del periodo precedente. Non studio, non lavoro, non guardo la tv. La tv non la avevano mai avuta, ma col pc avevano accesso alla solidarietà digitale e a molti più bei film a scrocco del solito. Lo streaming illegale era praticamente divenuto inutile. Purtroppo i social continuavano con teorie complottiste ma lei aveva imparato a silenziare i deficienti ( senza levar loro l’amicizia) e alternava fasi di panico a fasi di profondo sviluppo personale. Ad un tratto inciampò su un marsupio e si ritrovò con la faccia a terra. “ Si vive meglio senza i nazisti” c’era scritto. In effetti, tra i nazisti e il Covid 19 non sapeva bene quale scegliere, ma probabilmente un marsupio contro un virus non avrebbe avuto molto senso perché i virus non sanno leggere e non hanno morale mentre…. Si rialzò e corse a lavarsi le mani in bagno. Poi le disinfettò con l’ultima goccia di Sagrotan conservata per settimane. La moquette rappresenta la Wuhan dei pavimenti in caso non vi fosse chiaro. Nel frattempo il suo ragazzo, la cui tosse persisteva ormai da mesi, stava cercando di non sputare sulla stampante tenendo la faccia nascosta nel gomito. Fuori contesto qualcuno avrebbe potuto dire che stava danzando Gangnam Style. Doveva correre via di lì a poco per prendere la razione di verdure della settimana. Senza neanche un ciao, il ragazzo si infilò la penultima mascherina, i guanti da giardinaggio e uscì a fare provviste. Lei rimase sola, ad osservare lo striscione ormai lercio con su scritto #ichbleibezuHause che il vento continuava a riportarle dentro e non fuori il balcone. Io resto a casa. Si ricordò quando aveva desiderato per il suo compleanno molto più tempo per scrivere. Aveva soffiato sulle candeline un dover aver meno a che fare con la socialità, con questa FOMO di cui la gente non aveva  più finalmente il coraggio di parlare. Si sentì quasi in colpa, come se la pandemia l’avesse accesa lei spegnendo le sue 27 candeline. Ma un conto è sperare in una lunga vacanza in una baita in Svizzera, un conto è una pandemia. Forse la torta non aveva capito bene perché era tedesca. Si mise a scrivere al pc, le arrivò la notifica di alcuni mi piace di sua madre e le scese una lacrimuccia. Non la vedeva da quando avevano chiuso i confini ma almeno la sentiva tutti i giorni e sapeva che stavano tutti bene. Non vedeva l’ora di riabbracciarla per dirle: “Eh grazie alla quarantena spero che tu abbia finalmente avuto il tempo di leggere i miei esercizi di stile fino in fondo”. La psicologa la aspettava su Skype, a breve ci sarebbe stata la seduta settimanale in cui si sarebbe continuato il tema: “Le persone con disturbo di ansia generalizzato sono le migliori a gestire periodi di crisi perché a loro la vita è sempre parsa una continua ed esagerata emergenza”.

Meno mimose e più pantaloni unisex, ovvero perchè sono femminista

Quando ero piccola volevo chiamarmi Richard. Ci sono ancora amici dei miei genitori che scherzano su questa cosa, che per un lungo periodo della mia vita ho detto di chiamarmi Richard, o Elliot.
Parto da questo per spiegare perché, essendo femminista, credo che la battaglia contro gli stereotipi gender sia tremendamente importante.
Richard era il bambino di Pagemaster, con la grande avventura nel mondo dei libri e la casa sull’albero, Elliot era il bambino di ET con i sentimenti così puri da riuscire a voler bene ad un mostro marrone venuto dallo spazio con un vocabolario decisamente limitato, io ero una bambina arrabbiata. Non lo sapevo ancora perché, ma ero una bambina arrabbiata che non sapeva nulla del Bechdel test o del femminismo, ma ero una piccola Mafalda che si affacciava senza saperlo su una esistenza subdolamente sessista e per di più in generale sessualmente repressa. Non lo sapevo perché ma ci stavo male e stretta, sin dall’inizio, nel patriarcato.
Dopo che nessuno accettò il fatto che io volessi chiamarmi Richard e non Alice come quella svampita bionda col vestitino nel paese delle meraviglie, iniziai a fare una piccola rivoluzione negli abiti. Volevo essere come i maschi,che si vestivano con le stampe mimetiche. Uscii di casa una mattina d’estate con i miei pantaloncini militari in perfetto abbinamento con la cannottiera senza spalline e trovai mia nonna sulla porta che mi disse che non avrei mai trovato marito conciata così. Andai al mare molto triste, perché pensavo che quello volesse dire vivere una vita piena di solitudine, e non mi piaceva l’idea, io un marito lo volevo.
Ancora senza marito ma con già due fidanzati alle spalle, in prima elelentare mi comprai dei pantaloni unisex, dei bermuda azzurri con i fiori hawaiani come andavano quell’anno. Non facevo che ripetere alla gente la parola unisex, un po’ perché era una bella parola che suonava bene e un sacco misteriosa, un po’ perché per me era una grandissima conquista: non stavo indossando qualcosa per maschi ma qualcosa di unisex, lo potevo fare, potevo gustarmi quelle ampie tasche piene di figurine senza sensi di colpa.
Iniziai a camminare con le mani in tasca, alla ricerca di modelli, e mi prese in generale una fissa per l’azzurro. Volevo tutto azzurro e per il mio settimo compleanno avevo delle New Balance Azzurre, una salopette di velluto a coste azzurro, un dolcevita azzurro, i collant di lana azzurri e due codine legate rigorosamente da gommini azzurri. Questa sottospecie di puffo in cui mi ero trasformata, aveva esplicitamente detto alle sue amiche che non voleva assolutamente niente di rosa e nessuna bambola. Qualche sventurato mi regalò una Barbie e mi venne da piangere, rovinando la celeste atmosfera che volevo creare. La simbologia dei colori è molto importante e per anni sono stata la No Rosa , era molto importante per me, una sottospecie di scelta politica. Perché l’azzurro sì e il rosa no è facile da capire. Il mio gioco preferito a ricreazione era Maschi contro femmine perché volevo far vedere ai maschi che ero forte come loro.
La moda maschile dell’epoca nella piccola città di mare dove sono cresciuta veniva dalla cultura americana legata al surf. I brand che i più belli della scuola indossavano alle medie erano la Quicksilver, la O’neill e la Rip Curl. “Da grande voglio mettermi con un surfista” scrivevo sul diario, ma almeno avevo smesso di pensare al matrimonio. Senza secondi scopi iniziai a fare surf e mi piacque da matti. Mi divertivo un sacco, ed ero una che generalmente si nascondeva durante l’ora di educazione fisica. Mi piaceva così tanto cavalcare le onde che alla fine riuscii a convincere i miei genitori a comprarmi una tavola. Il bagnino mi fermò la prima volta dicendo che una bambina da sola in mare con la tavola non ci poteva andare, però vedevo i ragazzini poco più grandi di me fare esattamente la stessa cosa. Ok, non ero un colosso di bambina ma sentivo che anche questo aveva a che fare con qualcosa di ingiusto. Quando trovai un’altra ragazza che faceva surf mi sembrò di aver trovato la mia compagna di vita. Qualche tempo dopo apparve la Roxy ovvero la versione femminile della Quicksilver e, per quanto mi facesse arrabbiare che ci fosse quel cuore rosa coi brillantini su tutti i capi di abbigliamento, mi sembrò una conquista e mi comprai una felpa che divenne la mia felpa preferita nonstante mi stesse gigante.
Credo di aver iniziato a fare pace con la mia parte femminile grazie ai libri di Bianca Pitzorno. Le bambine nei suoi romanzi erano intelligenti, spiritose e disubbidivano spesso. Dopo aver conosciuto Hermione Granger decisi che c’era ancora un sacco di speranza per il genere umano. Iniziai a fare teatro e ad uscire con un ragazzo della compagnia, il surf se ne era andato lasciando il posto a quel pop punk anni novanta coi polsini a righe nere e rosse. Mi stava simpatico, sia lui che il punk, quando si avvicinò per baciarmi per poco non fugii schifata ma alla fine riucii a concentrarmi e farmi baciare a bocca chiusa. Quasi la stessa settimana una ragazza della mia compagnia nei camerini una sera mi chiese se mi sarebbe piaciuto baciarla, ed ebbi una sensazione strana simile al senso di colpa. “Sì, ma prima devo baciare Y per capire se mi piacciono gli uomini”. C’era una precisa gerarchia nella mia testa anche se non sapevo da dove arrivasse, chi ce l’avesse messa. Ruppi con Y ma si dilaniò anche la mia amicizia con questa ragazza. Più o meno la stessa identica situazione successe due volte, e non avevo ancora compiuto diciotto anni. Quando arrivai finalmente ad avere il mio ragazzo ufficiale, a cui volevo davvero bene e dal quale ero veramente attratta fisicamente, avevo una visione molto contorta di cosa sarebbe successo nudi in camera da letto. Quello che sapevo è che lui doveva entrare e venire, e mi sarebbe piaciuto. Il problema fu che io avevo iniziato ad avere orgasmi masturbandomi all’età di sette anni, età in cui mi iniziarono a crescere i peli sotto le ascelle e in cui iniziarono a prendermi in giro perché nessuna bambina li aveva. Avevo sette anni quando credetti di essere magica come le Witch dove aver avuto il primo orgasmo in camera mia mentre giochicchiavo con le mie mutande. La mia prima volta fu decisamente il contrario, niente di più lontano da un orgasmo. Chiesi in giro, stupefatta che questa grande cosa che doveva essere il sesso si fosse rivelata una delusione tremenda. Mi rispose una mia amica, con una versione poco evoluta di Cioè alla mano, che era molto difficile che una donna avesse un orgasmo.( Se continuate a pensare che questo non sia un fatto di sessismo, avete tuttora una vita sessuale molto infelice e mi dispiace)
Potrei continuare a fare un elenco biografico pseudo ironico, ma probabilmente vi annoierei. Sono femminista sin da piccola, perché ho sempre considerato tutti uguali e il sessismo mi ha reso la vita enormemente difficile. Quando la gente al tavolino tira fuori la simpatica domanda sul perché sono femminista non so come fare a rispondere. Questa è la risposta: ho sempre voluto essere un maschio. Ma non perché avessi un rifiuto del mio corpo che andasse al di là del normale disgusto adolescenziale, ma perché ho sempre percepito il modo diviso in due parti, una rosa e una azzurra, e quella azzurra aveva le cose più fighe. Sono sicura che nel frattempo ci fosse qualcuno che doveva essere blu per forza, ma a cui piacevano i vestitini rosa.
Quando ero piccola mio padre voleva prendessi lezioni di piano, ma il problema è che all’epoca a suonare il piano ci andavano tutte quelle bambine con le Barbie e il vestitino di San gallo coi sandali coi brillantini, e io associavo il pianoforte alle loro faccine angeliche. Accidenti a me iniziai troppo tardi, quando ebbi abbastanza sale in zucca da capire che non andavo contro la mia politica suonando quello strumento pieno di tasti bianchi e neri, quelle bambine suonavano già Chopin.
Sono femminista perché non voglio che le nuove generazioni crescano con questa opposizione in testa, voglio che si possano esprimere come meglio riescono, ed abbiano un’ entrata in questa esistenza il più libera possibile da preconcetti che andranno ad influenzare la loro vita da adulti in maniera irreversibile. Sono femminista perché c’è ancora il disgusto per il corpo della donna, oltre al salario differenziato. Sono femminista perché non voglio che le nuove generazioni pensino sino ai 15 anni di età che esiste solo il sesso orale maschile, come è successo a me fino a che non ho visto una scena in un film sull’età vittoriana della BBC. Sono femminista perché non capisco perché il sangue mestruale sia quasi un tabù mentre lo sperma no, anzi. Sono femminista perché voglio che le cose cambino e per farlo servono sia le leggi e le campagne politiche sia una serie di prodotti culturali nuovi, coscienti, che educhino all’uguaglianza.
La giornata della donna non è proprio una festa. Per me, è il giorno della lotta per i pantaloni unisex. Meno minose, più pantaloni unisex.